Scelte


Nella foga della mia forza
Maledissi Dio, ma Egli non mi badò:
fu come se avessi maledetto le stelle.
Nella mia malattia agonizzavo, ma fui risoluto
e maledissi Dio per la mia sofferenza;
ancora egli non mi badò:
mi lasciò dire, come aveva sempre fatto.
Fu come se avessi maledetto il campanile.
 
E allora, mentre mancavo, un terrore m’invase:
forse maledicendolo, mi ero alienato Dio.
 
Lydia Humphrey un giorno mi portò un mazzo di fiori
e mi venne l’idea di fare amicizia con Dio,
così cercai di farmelo amico;
fu come se avessi cercato di farmi amico coi fiori.
 
Ero adesso vicino al segreto,
perché davvero potevo farmi amico coi fiori
stringendo a me l’amore che sentivo per loro,
e così m’appressavo al segreto, ma…
 
(John Ballard – Antologia di Spoon River – E.L.Masters)
 
 
Nei boschi, soprattutto, ma anche fra le rocce, ho trovato spesso dei posti magici. Non so se sia necessaria una particolare predisposizione d’animo, quel giorno, per accorgersi di essere in un luogo diverso. Sinceramente non so nemmeno se sia solo suggestione. Non è che abbia poi in fin dei conti molta importanza. Semplicemente percepisco un’anomalia. Forse è solo dentro di me. Non so come definirla altrimenti. Non è una vibrazione. Non è qualcosa che raggiunge i sensi così da essere definibile. Il posto è spesso diverso, dal resto dei luoghi circostanti. A volte è una radura di erba verde in un bosco fitto. A volte è come una nota più alta di silenzio. Uno strano senso di quiete. Di attesa.
Ho la sensazione di una presenza. Non di essere guardato da un punto di preciso. Ma di essere nella "presenza", proprio. Come se essa permeasse il luogo. Mi mette a disagio. La presenza non è benevola, nemmeno malvagia, neppure indifferente. Semplicemente è. Ma io non so rapportarmici. Non comunico e questo mi mette a disagio. Capisco che un luogo come questo gli uomini possano averlo trovato sacro. Possano avervi eretto altari, celebrato riti, cercato la protezione di quel dio che sembra dimorare lì, da sempre. Capisco che nei secoli quel luogo possa essere stato dimenticato, ma il dio che lo abita è rimasto. Ad attendere.
Deve essere bello vivere vicino ad un posto del genere. Penso che mi ci recherei spesso, forse ogni giorno. Cercherei di comunicare in qualche modo con quella entità. Ne cercherei la comprensione. Vorrei che mi svelasse il segreto della sua pazienza.
Un giorno pensavo, se avere un figlio oppure no. Avevo paura. Cosa sarebbe stata la mia vita con la responsabilità di un figlio? Quante cose mi sarei dovuto negare? E poi, perchè avere un figlio? Il mondo non è certo un posto bello in cui invitare qualcuno a cui vorrai bene. E poi, come sarei diventato? Avrei avuto paura per lui/lei, avrei avuto paura per me. Sarei mai più stato libero?
Questi pensieri mi ballavano nella testa senza che si formasse una decisione di nessun tipo. Andai a cercare aiuto in un posto di quelli in cui avevo incontrato quel dio antico. Ma quando arrivai li, facendomi strada fra i rovi, mi resi conto che non c’era più. Non c’era più nessuno in quel posto. Io non lo sentivo. Mi sedetti su una roccia. Smisi di pensare al figlio. Iniziai a pensare al perchè non sentivo più la presenza. Mi guardavo attorno cercando dei segni. Mi fissai su un grande albero, al centro della radura. Una quercia. Grande.
Mi venne da pensare al suo tempo in quel posto. Al vento che ne scuoteva i rami. Al caldo e la siccità estive. Al freddo d’inverno. Alla neve che ne piegava e spezzava i rami. Alle innumerevoli forme di vita che lo percorrevano. Al tempo che gli correva attorno come il vento, alla sua immobilità. E l’albero fermo. Prendeva tutto. Vento.Caldo.Pioggia.Freddo.Sole. Tutto quello che veniva. Non sceglieva. Non cercava di modificare la sua esistenza in nessun modo. Si limitava a far fluire la vita. Si limitava ad essere. E un giorno sarebbe morto. Poteva essere distrutto da fuoco o abbattuto dal vento. Avrebbe atteso le fiamme. Si sarebbe piegato al vento fino a schiantarsi. Ma non per questo la sua esistenza sarebbe cambiata oggi di un nulla.
Improvvisamente ero l’albero. Sentivo la mia pelle rugosa. Sentivo il tempo come un vuoto. Sentivo la vita come un fiume silenzioso che mi fluiva attorno e dentro. E sentivo gli oltraggi degli elementi come inevitabili e necessari. Come l’acqua che mi dava forza e nutrimento. Come il sole con il suo calore e la luce. Tutto attorno a me semplicemente era.
Il dio mi si era rivelato. Aveva passato le mie ristrette categorie mentali mettendomi in grado di vivere la risposta alla mia domanda. Di sapere senza parole.
Scegliere.
La vita non si sceglie. La vita non si aspetta. La vita si vive. La vita la si lascia correre sulla pelle.
 
Mia figlia è nata qualche mese dopo.
 

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