Tracked


È perché siamo intrappolati nella nostra cultura, nel fatto che siamo
esseri umani su questo pianeta con i cervelli che abbiamo, e due
braccia e due gambe come tutti. Siamo così intrappolati che qualsiasi
via d’uscita riusciamo a immaginare è solo un’altra parte della
trappola. Qualsiasi cosa vogliamo, siamo ammaestrati a volerla. 
Chuck Palahniuk

Leggevo tempo addietro, su Repubblica mi pare, di villaggi inglesi i cui abitanti protestavano perché i navigatori satellitari portano lungo le loro strade una grande quantità di traffico, leggero e pesante. E’ strano. Perché una volta il problema delle piccole comunità sembra fosse quello di farsi conoscere. Di promuoversi. Ora è il contrario.

In pratica, la gente comincia a rendersi conto, avendo perso la tranquillità, che essere isolati è un valore aggiunto alla propria esistenza.
E per fortuna non siamo nemmeno pienamente consapevoli di quanto siamo praticamente sempre raggiungibili (e raggiunti), individuabili, identificabili.

Interessiamo poco, la maggior parte di noi, a meno che non commettiamo qualche reato, come singoli individui. Ma interessiamo molto invece come individui facenti parte di gruppi.
Non importa se seguiamo il flusso maggioritario o uno di quelli secondari. Non importa se le nostre scelte possono essere ricondotte a maggioranze silenziose (ma esiste ancora?) o minoranze urlanti.
Quello che conta è che la produzione possa essere ottimizzata in relazione all’ampiezza della nicchia di mercato che occupiamo, che la comunicazione possa raggiungerci e che l’offerta sia allettante.

Il principio di diversificare l’offerta è basato sull’identificazione quanto più precisa possibile del potenziale compratore.

Ovviamente il sogno della produzione sarebbe quello di un mercato omologato al compratore tipo, il che consentirebbe un abbattimento dei costi massimale grazie all’economia di scala. E a questo si tende con tutti i mezzi a disposizione. Però, visto che in qualche modo qualcuno riesce a sfuggire, allora alletta quel qualcuno con proposte alternative.

Insomma: sarebbe meglio se si vendessero tutte bibbie, costerebbe meno produrle. Ma se proprio non vuoi essere cristiano, allora ti vendo pure il corano, pure i veda, pure i manuali sullo sciamanesimo o il satanismo.
Basta che possa programmare la produzione in base alle potenziali richieste.

E questo vale per TUTTO. A qualsiasi livello.

Per questo è necessario tracciare. Bel verbo, bel concetto, quello del tracciare. Si poteva anche usare seguire per tradurre il concetto di tracking ma tracciare è sicuramente meglio.
Dà l’idea di una serie di bip su uno schermo radar. Siamo noi, quei bip.
Siamo uno ma facciamo parte di un tutto in un tutto ancora più grande.

A noi sembra che la nostra vita sia fatta da scelte più o meno casuali. Eppure il caso, apparente principio ordinatore del caos, come mi diceva un’amica domenica scorsa, osservando il volo di storni, visto da lontano può dare la sensazione di ordine.
E in base a questo che veniamo tracciati, come singoli storni, o bip su uno schermo, in modo da poter predirre come ci muoveremo, in quanti lo faremo, in che direzione andremo.

E tutto ciò, anche non rendendocene conto appieno, ci fa sentire addosso una pressione continua. E qualcuno comincia a sentire questa pressione come insopportabile e il confondere i tracciatori come unica possibile risorsa per mantenere nella propria vita quantomeno la parvenza del controllo sulle proprie scelte.

Chiedere di sparire dai nav-sat è sintomatico. E’ un primo passo.

Spegnere i meccanismi di controllo è quello successivo. Mandare messaggi contraddittori e che confondono i tracciatori è quello ulteriore. Ci tornerò.

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