Combattere


Combattere. Dicevo ieri.
Mi viene in mente che spesso combattiamo contro noi stessi. O meglio, i nostri "io" combattono fra loro.
Siamo sempre così pieni di dubbi. Di contraddizioni.
Il dubbio lo amo. Mi fa guardare la realtà senza arroganza. Mi fa pensare flessibile. Mi fa vivere la vita e le sue cose nelle loro pieghe più nascoste e segrete. Perchè il dubbio è una incessante spinta a cercare una sintesi, che non trovi e che allora continui a cercare. E’ una inquietudine senza appagamento. E’ una felicità effimera subito superata da nuove domande.
Il dubbio è anche una condanna a non fermarsi mai. Anche quando vorresti. Eppure, per questo, è restare vivi.
Tutto non ha mai una sola valenza; tutto ha sempre almeno due aspetti. Tutto è insieme positivo e negativo, qualità e difetto, forza e debolezza.
 
Ci sono pochi momenti, pensavo, in cui sono "uno". In cui la mia mente non è divisa dai se e dai ma. In montagna ricerco questi istanti unici.
Ho rovistato nella memoria del computer e trovato questo racconto.
 
12 giugno 2006
 
Non ho trovato nessuno, alla fine, con cui andare in montagna domenica.
Ma va bene così.
Voglio testare le mie condizioni fisiche. E quando è così preferisco andare da solo. Così mi fermo quando mi pare.

E poi anche "di testa" … mica lo so, come sto… Ho voglia di andare… questo si. Però voglio anche la libertà di poter decidere istante per istante cosa fare; libertà che con un compagno non hai mai. Devi decidere prima.
Andare soli non è una cosa che piace a tutti. Molti anzi lo trovano innaturale. Forse lo è, non so. Siamo esseri sociali dopotutto.

Ma mi sento sereno, tranquillo. Ho voglia di montagna. Di spazi aperti. Di silenzio. Di solitudine, anche.
Io e la montagna. Niente altro.

In macchina, ultime curve, mi prende la malinconia. Una piazzola a lato strada mi ricorda una tenda montata al buio, una notte di luglio. Ma è inutile.
Arrivo. Mangio qualcosa. Mando sms. Qualcuno risponde, qualcuno no. Mi metto nel sacco a pelo e dormo quasi subito.

Alle 5, quando mi sveglio, c’è un’alba stupenda. Il ghiaccio sul vetro della macchina mi fa capire che la temperatura è scesa sotto lo zero. E questo va bene per la via… qualunque essa sarà. Con calma faccio colazione, mi preparo. Alle 6 circa parto. Non ho orologio. Vado seguendo il mio passo.
Mi guardo attorno. Per un po’ spero che qualcuno parta insieme a me. Ma non c’è anima viva. Quindi, qualunque cosa deciderò di fare, quando starò su… lo deciderò da solo.
Sul sentiero non c’è neve e si cammina bene. Dopo un tratto mi guardo dietro e nessuno è partito dietro di me. Faticando, ma non troppo, vado avanti. C’è neve, ma è dura e non si affonda. Continuo a salire. Decido di salire per un canale che conosco.

La neve è perfetta. Dura, compatta. Salgo in punta di ramponi appoggiandomi sulle picche di cui faccio penetrare le becche. L’andatura che preferisco. Il fiato non è eccezionale e lo sapevo. Cerco di economizzare al massimo i movimenti.

La pendenza aumenta ma non ci sono problemi. Salgo ancora. Sulla destra parte un canalino secondario, una deviazione, che lo scorso anno feci in cordata. Mi guardo attorno… non c’è assolutamente nessuno, il sole va e viene dietro delle nubi scure, alte. Il silenzio è rotto solo da qualche folata di vento e dai pezzi di ghiaccio che vengono giù dal canale. Ogni tanto.

Decido di provare a salire questa variante che porta direttamente in cresta. Salgo tranquillamente i primi 30-40 metri a 50-55° con un saltino… poi mi trovo di fronte sulla destra un sasso incastrato che forma uno strapiombo e, sulla sinistra,  una lunga colata di ghiaccio. Il sasso incastrato sembra decisamente più abbordabile…

Ma così non è. Sopra, la neve, non tiene nulla. E’ una specie di schiuma gelata su cui le picche non fanno minimamente presa. E sotto la neve … sassi. Provo a far tenere le picche abbastanza da tirarmici su, ma.. prima mi parte la destra e rischio di darmela in faccia… poi la sinistra strappa due sassi e me li tiro addosso. Sassi, terra e neve mi entrano nella giacca aperta.  Scavo, gratto, tiro, cerco di alzarmi, vado a tentoni con le picche. Non c’è verso di tirare su i piedi…  e se non carico tutto il mio peso sulle picche, almeno per qualche secondo, lo strapiombo non lo salgo…

Niente da fare. Non mi fido. Ridiscendo quel poco che avevo salito e cerco un’altra linea di salita. Mi rivolgo verso la colata.

E’ lunga una quindicina di metri … forma una specie di mezzaluna molto aperta e si vede subito che lo strato di ghiaccio è sottile. Uno, due centimetri al massimo.

Con scarsa convinzione provo a saggiarlo con una picca. Mi sorprende perché è un ghiaccio molto plastico. Buono. Allora comincio a valutarla "passo passo" . una serie di salti, uno strato di ghiaccio che ricopre rocce dall’aspetto poco solido. All’inizio sembra buono, ma il vero problema è: come sarà il ghiaccio sopra?  Salire significa probabilmente non poter più tornare indietro. Decido di provare. Non ho nulla con me. Non ho corda, imbrago, chiodi… nulla. Ma tanto su questo terreno non potrei mettere niente per proteggermi. E la roccia sotto è tenuta insieme proprio dal ghiaccio… quindi niente friends, dadi o chiodi da roccia. O vai di corsa senza mettere nulla, o non vai.

Mi riposo. Aspetto di respirare bene. Stranamente sono perfettamente cosciente della pendenza sotto di me, dell’imbuto che butta tutto verso il canale, che prosegue sotto per centinaia di metri. Vedo i pezzi di ghiaccio che ogni tanto arrivano dall’alto passarmi accanto e continuare rimbalzando la loro corsa verso il basso. Sono cosciente del semplice e incontrovertibile fatto che non devo cadere. Perchè non mi potrei fermare. Ma la mente non visualizza la sequenza di una possibile caduta.

Lo sto facendo ora, ma in quel momento l’unica cosa che avevo in una parte della testa era il comando "non devi cadere".  Niente altro. Controllo ramponi e picche e vado.

I primi tre metri sono tranquilli. Come mi aspettavo il ghiaccio tiene la picca e i ramponi. Bisogna infilarla delicatamente, sfruttando le asperità rocciose sottostanti e lo stesso bisogna fare con le punte dei ramponi.

Contino a salire e il ghiaccio è sempre buono. Un colpo di picca e un lastra viene via… mettendo allo scoperto gli sfasciumi sottostanti e facendomi pizzicare i capelli sulla nuca… ma è un attimo. Sopra il ghiaccio tiene di nuovo. Continuo non ricordo, mi sembra di non pensare, ma sono sulla neve.

Dopo poco arrivo in cima. Mi siedo, bevo, mangio qualcosa. Sono solo. Penso. Ancora sento addosso quella strana sensazione di controllo totale e di esaltazione provata mentre uscivo dalla colata.
Sono contento. Perché "dovevo" farlo. Se non lo avessi fatto … non so… ci sono cose nella vita che senti che devi fare… non sempre ci riesci, a volte, abdichi, ed è una sconfitta. A volte provi, e tutto è perfetto. E sei contento di sentirti vivo.

La solitudine è una cosa che mi avvolge, mi protegge. L’occhio della gente è come se mi responsabilizzasse, se mi impedisse di essere veramente libero. Libero anche di disporre della mia vita.
In quei momenti il mio corpo e la mente sono una sola cosa. Non penso a niente se non al movimento successivo, che il corpo esegue, rimandando alla mente le percezioni dei sensi, alla mente che elabora e modifica l’ordine al corpo, in un circuito chiuso automodificante da cui tutto il resto è escluso.

….

In quei momenti non combatto in me stesso, non esistono gli altri, non esiste il mondo. Esiste una sfera emozionale nella quale sono immerso, trasparente ma chiusa a tutto. Non ho dubbi. Non ho domande. E’ uno stato sospeso difficile da descrivere, ma che è come una droga. Perchè mi fa paura eppure a volte sento la necessità forte di riprovare.

E’ meglio del sesso… ma solo ogni tanto, però. Animoticon

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One thought on “Combattere

  1. accidenti… ero talmente assorbita nel racconto che per un attimo, ho avuto sensazioni di pace e sgomento… :-)bel racconto! molto emozionante.Grazie della visita… e dell’invito a far parte delle tue amicizie, tornerò sicuramente a rileggerti.ciao, buon weekend!

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