punto


Quando il clamore diventa intollerabile ciò che si deve fare è andarsene.
Lasciare il vociare degli argomenti spezzati, che abbiano un senso logico o che siano di qualche valore solo per chi li espone, arrotolarsi su se stesso e frangersi come onde sugli scogli, disperdersi in spruzzi di parole impazzite.

«se solo ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire»

Per anni ho pensato, e mi sono battuto dove potevo, ad una rete libera.
Per motivi di lavoro uso internet fin dai primi anni: il mio primo sito web è del 97. Ho frequentato bbs, icq, irc, newsgroup, forum, msn, blog … per lavoro e per le passioni, sempre di più fino a spostare la mia vita praticamente online. Nel senso che tutti i miei amici praticamente li vedo in rete, ci scherzo per mail o messaggistica, mi organizzo con loro per farci delle cose nel mondo reale (fino a dirmi che il mondo reale è questo: è il mio mondo reale. Nella rete m’informo, leggo, scambio conoscenza, faccio amicizie importanti, mi innamoro persino (ma questo è un altro discorso).
Insomma, per anni sono stato entusiasta dei cambiamenti che la rete stava introducendo nella mia esistenza.
Soprattutto, ho visto nella partecipazione di tanta gente la possibilità di vera condivisione della conoscenza, di crescita. La rete come espressione della libertà individuale.
Di questa libertà individuale sono sempre stato irriducibile sostenitore. Ho sempre pensato che i sistemi si autoregolassero, che alla fin fine l’intelligenza condivisa avesse la meglio.
Ho ritenuto che magari i sistemi che scaturivano da queste libertà individuali, nelle varie comunità virtuali/reali, erano forse non perfetti, ma in ogni caso splendidi laboratori di democrazia.

Ho fatto la mia parte, spingendo perchè le cose andassero nei modi che pensavo giusti, consapevole che c’erano altri che spingevano in altre direzioni, e che alla fine la cosa che ne sarebbe scaturita non sarebbe stata a mia immagine e somiglianza, ma una sintesi di indirizzi miei e di altri.  Ho partecipato attivamente alla crescita di comunità virtuali, ma sono anche stato ad osservarle nelle loro dinamiche, consapevole di essere lo sperimentatore che influenza il risultato dell’esperimento.
Quello che ho capito è che l’equilibrio, l’omeostasi, non esiste. Ci sono fluidità che possono anzi devono essere influenzate.  E che una qualche forma di autorità, che si esprima solo come autorità morale o formale, è necessaria. Sia perché molti non possono fare a meno di avere un punto di riferimento e sia perché esiste una pulsione disgregatrice che va contrastata attivamente, altrimenti vince.

Quello di cui invece sempre più vado convincendomi è che ovunque la gente ha accesso alla massima libertà possibile, la tendenza è che il livello (culturale, intellettuale, morale, umano…) si abbassa. E quanto più la comunità è ampia tanto più la corsa verso il basso, verso l’appiattimento generalizzato è veloce. (peraltro, quanto più la comunità è ampia e tanto più l’autorità che la regola deve essere formale e avere armi a sua disposizione). Lo so, probabilmente sto scoprendo l’acqua calda. Sono le dinamiche di gruppo che operano nellecomunità virtuali esattamente come nella realtà. Qui però le cose sono molto più veloci e "pure" nei loro meccanismi.

Insomma…il meccanismo che ho visto avvenire nella televisione, negli anni 70, quando arrivarono le prime tv libere, che all’inizio sembravano essere alfieri della libertà di espressione per poi divenire in breve un ricettacolo di bassissimo livello commerciale, di cialtroni in televendita e servizi da telepaese, l’ho visto ripetuto su internet.

Oggi tutti possono esprimere la loro opinione e questo è, sulla carta, senz’altro positivo. Sembra una grande e bella libertà.
Un importante segno di democrazia.
Il problema è che tutti possono dire la loro, anche quelli che non hanno niente da dire. Anche quelli che sarebbe meglio che stessero zitti.
Non conta se hai studiato per decenni o sei ignorante come una zappa, se hai esperienza di vita o meno, se possiedi conoscenza oppure no.
Ogni parola è equiparata. Ognuno può dire la sua e pretendere di avere la stessa dignità.
Così come in TV nei salotti dei brunivespa la velina può esprimere pareri che valgono quanto quelli di uno scenziato anzi sono più apprezzati e ricordati, in quanto parla con linguaggio comune e oltretutto da sopra due belle tette,  così come basta essere una bella faccia per trovarsi eletto in parlamento a legiferare, così, in piccolo, nei forum, nelle comunità virtuali chi non sa un cazzo può starnazzare con la stessa dignità di chi sa, azzerando ogni conoscenza ed esperienza verso il basso.
Di ogni argomento, futile o importante, ci si sente di poter esprimere un’opinione anche con tracotanza e supponenza, laddove l’intelligenza non supporta a dovere lo scrivente di turno.

Anzi, per via della paradossale perversione per cui il semplice è più comodo, è molto più facile che chi spara la banalità più grossa abbia più credito. Di cui la tendenza verso il basso, con la prevalenza, inevitabile, dell’imbecille che tutto porta a sua misura.

Il parlarsi addosso, completamente inconcludente, è divenuto la norma e il lamentarsi fa anche credere di aver fatto qualcosa. Basta qualche improperio verso i politici, magari minacciando improbabili rivoluzioni ed ecco che grazie alla rodomontata giornaliera ci si sente più tranquilli. Abbiamo fatto il nostro dovere civico. Abbiamo espresso la nostra opinione. Poco importa se siamo un circolo autoreferenziale che si autocompiace nel darsi ragione.
E in questo modo i blog, i forum, le comunità di discussione, lungi dall’essere laboratorio di democrazia diventano osterie dove ci si ubriaca (di parole) per poi tornarsene a casa (ma quale casa che ormai si è sempre connessi?) con la coda fra le gambe.
Anzi nemmeno. Che non c’è la minima consapevolezza di ciò. Intratteniamo relazioni di parole elettroniche talmente pregnanti ed esaustive da farci completamente perdere di vista che nulla rimane di loro fuori delle memorie dei computers.

In tutto ciò la corsa verso il basso è continua.
Ho sempre pensato alla democrazia come la migliore forma di governo possibile, e ho sempre pensato come assolutamente vera la proposizione più libertà = più democrazia.

Oggi non lo credo più. 
L’esperienza delle comunità virtuali mi ha insegnato che esiste la necessità che qualcuno – uomini, istituzioni – si occupi del mantenere un equilibrio controllando (usando, smorzando, deviando) le spinte che avvengono all’interno della comunità. In una parola: non credo più che alla massima libertà individuale corrisponda una società totalmente libera.

Si dice: si nasce incendiari si muore pompieri.
Anche questo forse fa parte del gran gioco della vita, in cui con l’inesperienza della giovinezza è giusto credere negli uomini. E’ giusto pensare che certe utopie siano realizzabili. Anche perchè forse, sotto la spinta dell’entusiasmo, in certi momenti, per brevi periodi di tempo, a volte lo sono. Ed è anche giusto che avendo sufficiente esperienza di uomini, ci si renda conto, andando avanti con l’età, che gli uomini lasciati a loro stessi tendono a riprodurre sempre e comunque le stesse dinamiche, che portano quasi inevitabilmente alla sopraffazione dei pochi sui molti.

Se c’è poca libertà individuale è giusto lottare per ampliarla. Oltre un certo limite la troppa libertà comporta la legge del più forte. La giungla. E si passa più tempo a combattere contro gli idioti che a costruire.
Ed è netta la sensazione che sia una battaglia perduta, questa contro l’entropia se combattuta solo con le armi della ragionevolezza e dell’autorità morale.

Gli uomini non sono tutti uguali.
E agli imbecilli non dovrebbe essere dato modo di fare grossi danni.

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7 thoughts on “punto

  1. è esattamente quello che vedo accadere.i senzienti restano impotenti, e quando la canea giunge ad un certo punto, qualcuno inizia a invocare ORDINE e qualcun’altro non aspettava che quello per accodarsi. Dopodichè, la storia insegna, gli imbecilli gioiscono per un po’ quindi , siccome sono imbecilli, sono anche fra i primi a essere bastonati nel nuovo ordine che si è creato.

  2. l’applicazione pratica del detto che ‘chi rovina il porto è sempre il marinaio’ insomma… vogliamo la libertà e poi vorremmo che certe persone non l’avessero… purtroppo, se guardo l’andazzo odierno, gli imbecilli sono premiati e bastonati sono gli altri…

  3. questa dinamica mi fa pensare alla borsa: l’assenza di regole avrebbe dovuto portare all’autoregolamentazione ma ha portato alla degenerazione…

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