trilogia della città di k


Ho terminato di leggere un libro che mi ha regalato virgy quando è venuta a scalare a sperlonga: trilogia della citta di k di agota kristof.
E’ un libro che mi è piaciuto. Sicuramente un libro che vale la pena di leggere. Anche se alla fine ti lascia lì, a pensare, e non è che riesci a trarne qualcosa. Un po’ come la vita, insomma. Ché l’esperienza dicono che serva, ma poi alla fine quello che conta è solo sopravviverle.
 
Il libro, ora che è qualche giorno che l’ho finito, e le sensazioni si sono sedimentate, è un po’ come una matrioska. Contiene diversi piani di lettura.
Sono tre storie: la prima cosa che mi viene in mente è che la prima parla della spietatezza della giovinezza; la seconda della pensosità della maturità; la terza della tristezza della vecchiaia.
Sono tre storie: la seconda cosa che mi viene in mente è che sono vere anche se sono contraddittorie fra loro, parlando delle stesse persone. Come se esse avessero mentito, nelle altre due. Ma sono vere appunto, perché è un libro, e "certe vite sono più tristi del più triste dei libri (…) un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita" e poi… perché nella vita basta un niente a volte, un piccolo battito di ali di farfalla perchè la vita prenda un altro binario e cambi completamente, totalmente. E ci sta che gli uomini possano avere più vite, altrettanto reali, quelle dei se e dei ma. Altrettanto reali, dico, di quella che realmente si è vissuta, perchè nel ricordo non è essa stessa onirica e offuscata così come fosse solo immaginata?
 
Nel libro si respira l’angoscia dei libri di Kafka. Dev’essere l’aria mitteleuropea che non fa bene agli spiriti.
Ma mentre in kafka si è oppressi da una realtà incomprensibile, in kristof lo si è dalla normalità.
Ciò dipende dal fatto che il primo la guardava da fuori e la vedeva come una massa indistinta che lo schiacciava, la realtà;
la seconda la vive da dentro e ne guarda i banali meccanismi, logici e lineari presi uno per uno e che formano tuttavia la stessa macchina che annienta l’individuo, che solo con la menzogna e nascondendosi può proteggersi.
 
La prosa della kristof è come una marcia militare. Secca, asciutta, cadenzata. Non devia e, se devia, è solo per poco. Le vite nel suo libro sono segnate, marchiate alla nascita da una colpa che non conosciamo ma che intuiamo.
Siamo condannati e quanto più ne siamo consapevoli, tanto più siamo destinati a soffrire della nostra condizione.
 
 
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