sassi ricordi e rivelazioni


Alberto aveva grandi baffi e occhi che guardavano altrove. Un naso grande e capelli che lui buttava  dietro, ma che spesso ricadevano davanti. Sorrideva con i baffi o con gli occhi. Non l’ho mai visto farlo con entrambi. Il sorriso con gli occhi era destinato ai ricordi. Quello dei baffi al vino.
Vestiva jeans che sembravano sempre uguali. Forse lo erano. Forse li lavava la sera e li rimetteva la mattina, ogni tanto. Una maglietta anche d’inverno e un giubbotto. Era magro e abbronzato. Anche d’inverno. Gli occhi chiari.
Piaceva alle donne. Ma lui non se ne curava.
Non so come si fosse ritrovato a gestire quella specie di ristorante, ma era diventato un punto di riferimento, quel posto. Io ci passavo spesso e a volte mi ci fermavo. Arrivava qualche amico e restavamo a mangiare da lui.
Alla fine quando gli chiedevamo quanto c’era da pagare abbassava gli occhi e diceva una cifra sempre troppo bassa.
Non gli piaceva chiedere soldi agli amici per il mangiare.
Dovevo insistere per pagare di più: quello che mi pareva giusto.
Il posto era strano. Qualcuno entrava perchè vedeva l’insegna, scritta con la vernice rossa: ristorante. si mangia e si beve chiuso il mercoledi, ma poi pensava di aver sbagliato. Chiedeva, titubante. Usciva, si guardava attorno.
Fuori c’erano dei tavoli con delle panche. Tre tavoli. Nel porticato coperto dalla vite americana da una parte e dalla bouganville rossa dall’altra. Un’entrata con una tenda scacciamosche di plastica e dentro altri tavoli con panche.
Una porta dava sulla cucina. Dalla cucina un’altra porta dava nelle stanze dove abitava il padrone del "ristorante".
Un bagno era fuori. L’altra porta sul porticato.
Come facesse a stare aperto non lo sapevo allora e non l’ho saputo mai. Forse era illegale.
Il conto lo faceva su un pezzo di carta o a voce.

Forse la strada seminascosta lo teneva al riparo dai tutori dell’igiene e delle regole. Forse fu un periodo magico sospeso nel tempo e il ristorante di Alberto era visibile solo a pochi.

D’altro canto non poche volte lui guardava chi entrava come se fosse trasparente e negava che quello fosse un posto dove si mangiava.
Una volta c’era, diceva, ora non c’è più. La scritta è rimasta, che devo farci io?
Se non gli era simpatico, per come vestiva o come parlava, o per altre sue sensazioni… non gli dava da mangiare
Ma non è che facesse questo perchè temesse controlli o altro. Solo per simpatia o antipatia istintiva.
Non servo gli stronzi, diceva.

Per quasi un anno passai da lui due, tre volte a settimana. Mangiavo a volte, più spesso bevevo qualcosa e scambiavo due parole con lui, o con altri amici. Certe volte lui stava seduto a leggere e diceva, qualcosa in cucina c’è, fai da solo.

Poi cambiai casa. Andai a vivere a quasi cinquanta chilometri da lì. Tornai qualche volta ma era diverso: ora dovevo andarci apposta, non ci passavo più di strada. Poi, dopo un periodo che non andavo, una volta trovai chiuso.
Non avevo un telefono, un recapito. Niente. E poi, per come sono fatto io… che non recupero mai nulla, dal passato, sarebbe stato inutile.

Ricordo quell’estate come una delle più belle della mia vita.
Sapevo dove trovare gli amici. Non avevamo bisogno di sentirci. A volte andavo al mare, a volte mi toccava lavorare.
La sera passavo lì ed era come una casa comune.

Alberto aveva più di quarantanni, ma non diceva quanti. Aveva vissuto anni Equador, fra Quito e Guayaquil, ma parlava anche di Colombia e VEnezuela. Cosa facesse lì non l’ho mai capito. Commercio di bestiame diceva, e affari.
Diceva: lì, se ci sai fare, compri rivendi, scambi. Vivi così. Non diventi ricco, ma vivi. Poi puoi avere un colpo di fortuna. La fortuna gira.
Ci parlava della via dei vulcani. Il cotopaxi, e altri. Del freddo la notte, quando ti mettevi a dormire con gli animali.

Oggi improvvisamente mi è venuto in mente tutto questo, e non c’era quasi motivo. Come non c’era motivo perchè lo dimenticassi.
Ma è stato un flash.
Dalla parete su cui stavamo arrampicando è venuto giù un masso. Chissà quanti anni erano che stava in bilico, reggendosi sul niente. E magari sarebbe rimasto anni, o forse no. Forse alla prossima pioggia sarebbe caduto da solo.
Le montagne si disgregano. Le montagne sono destinate a scomparire.
Basta guardare sotto le pareti per rendersene conto: è pieno di massi e pietraie. E quelli vengono giù dalle pareti.
Gli alpinisti lo sanno.
Gli alpinisti temono i sassi che cadono da soli, quando sale il sole e scioglie il ghiaccio.
Gli alpinisti temono i sassi e i fulmini.
Ma chi le montagne non le frequenta non lo sa.
La nostra memoria è a breve termine. Non ci si pensa a questa semplice realtà che i sassi cadono.

Il sasso è venuto giù ma ha iniziato a muoversi piano, quindi chi stava sotto si è tolto velocemente. E’ arrivato a terra con fragore e poi ha iniziato a rimbalzare, roteando vorticosamente.
Al sollievo perché non era successo niente, nello spazio di un secondo, al secondo rimbalzo, è iniziato a crescere il timore che arrivasse giù in fondo al costone, dove hanno fatto una casa, sicuramente abusiva peraltro.
L’abbiamo vista crescere in due anni, quella casa. Un pezzettino alla volta si sono fatti la villetta.
Storie di ordinario abusivismo all’italiana.

Terzo rimbalzo. Non si ferma, anzi prende velocità.

Quarto rimbalzo, cristo… non si ferma. Se ne sono accorti dalla casa. Urlano, scappano. Un uomo grida: scappate scappate. Ogni volta che tocca terra spero si spacchi ma no. Sembra prendere velocità, rotea su se stesso vorticosamente, si alza una decina di metri ne salta 50-60 forse anche di più in meno di un secondo.

Quinto rimbalzo, sembra andare verso destra, verso dei campi: un attimo di speranza.

Sesto (? .. non so, non sono sicuro)  rimbalzo, scarta a sinistra, punta verso la casa. E’ arrivato. Oddio.
E’ sul muretto di cinta, lo sfiora tocca terra a meno di un metro e si ferma. Non so come, deve aver trovato del terreno soffice.
Non è successo niente.
Dalla casa urlano al nostro indirizzo, come se fossimo stati noi a lanciarglielo addosso.
Capisco la loro paura. Ma hanno costruito quella casa in un posto pericolosissimo. Tutto attorno a loro il terreno è disseminato di massi. Per fortuna non è accaduto niente. Solo paura.

Però tanta. Mi sono seduto e non mi andava più di arrampicare.
Ancora una volta mi sorprende come sia facile passare dalla spensieratezza alla tragedia in meno di un istante. Senza poter far nulla.

Mi è venuto in mente Alberto in quel momento. Erano anni e anni che non ci pensavo. Avevo dimenticato tutto.
Una volta mi aveva raccontato che era tornato in Italia perchè un masso aveva distrutto la sua casa. Era rotolato e aveva sfondato la parete mentre lui non c’era.
Questa terra non mi vuole più aveva pensato. Aveva venduto tutto quello che aveva ed era tornato.
 
Chissà dov’è ora. Se è vivo oppure no.

E mi sono ricordato di una cosa che mi diceva. Perchè ero leggermente turbato da certe sensazioni, provenienti da frasi che mi avevano sfiorato, pur se insignificanti in fondo.

La gente non parla male di te per invidia. La gente ti mette i piedi sopra per salire più alto. E se tu sei più in alto, allora ti usano più spesso.

Anche questa una coincidenza. Forse ho capito solo oggi, veramente, questo suo pensiero.

La gente (da poco) non parla male di te per invidia, e nemmeno per farti del male. Ma per sembrare più grande.
E quanto più sei grande, più sei ammirato, e benvoluto, stimato, più troverai qualcuno che per sembrare più grande di quello che è agli occhi di qualcuno, parlerà male di te. Del tutto gratuitamente e inaspettatamente. E spesso anche del tutto falsamente. Servi come punto di riferimento della competizione. Anche se tu non sei in competizione. Ti usano lo stesso e ti attaccano. Per darsi importanza.
Tu non lo sai nemmeno, il più delle volte. Ti arrivano solo delle eco e non capisci: perchè? che vogliono? chi sono?

Non è una grande rivelazione eh? Ora che la scrivo me ne rendo conto.
E’ cosa nota. Ma non l’avevo mai percepita così chiaramente.

EDIT
E poi.
Questa terra non mi vuole più, e se n’era tornato in Italia.

Quanta pazienza hanno quelle pareti a Sperlonga a sopportarci. Attaccati, vocianti, irridenti.
Ho pensato che ci vuole più rispetto. Più silenzio.
Se una parete nasconde in sé dei posti magici, quella magia può rivoltartisi contro.
Occorre avvicinarsi nel modo giusto ed è difficile da dirsi con le parole, quale sia, il modo giusto.

Ma in esso non c’è ansia di conquista. Non c’è serialità. Non c’è la corsa a marcare il territorio.
Bisogna chiedere alla roccia il permesso di entrare in essa, fra le sue pieghe nascoste, fra la vita che ospita, con attenzione e rispetto. Cercando di fare il minimo rumore possibile.  Ecco, penso che qualcosa ho sbagliato, in questo senso.

E così, nello stesso momento in cui il ricordo è riemerso, dopo anni che dalla mia mente era scomparso, Alberto mi ha portato due pensieri che contengono a ben guardare un unico insegnamento.
– gli altri possono farti male perché ti usano come un oggetto, per mettere se stessi in evidenza;
– questo può essere fatto non solo agli uomini ma anche alle cose, agli animali, alla terra;
– mentre eri concentrato sull’offesa che avevi ricevuto da uomini, ne hai perpetrata una della stessa natura, verso la roccia;

La nostra esistenza gira su piccoli e grandi ingranaggi, come quelli del meccanismo di un orologio. Possono girare in un verso o nell’altro. Ma sempre tutti insieme. Verso una direzione o verso l’altra. Il male o il bene.
Male e bene sono concetti relativi. Un’azione può essere percepita come male oppure può esserti indifferente. Ma se la senti come male, il tuo stato d’animo sarà turbato, agirai automaticamente e farai male.
Siamo quello che ci viene fatto.
Sta a noi fermare il meccanismo e indirizzarlo bene. Smettere di essere semplici strumenti di propagazione del movimento.
Ancora una volta la parola chiave è consapevolezza.
Bisogna chiedersi se quello che stai facendo è giusto.
Ma questo non vale solo nelle grandi scelte. In quelli che percepiamo come i momenti importanti.
Vale anche nella quotidianeità. Nelle piccole scelte che spesso sono quasi inavvertite e che pure a volte si rivelano fondamentali.

«Tutto è
solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente
che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla,
non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una
chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora
saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c’è nessun
affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è
ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere
sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o
dall’ambizione.»


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7 thoughts on “sassi ricordi e rivelazioni

  1. e questa gente, che per "sembrare più grande" e per "elevarsi" parla male delle persone, è proprio piccola piccola…

  2. Deve essere una "bella" persona questo Alberto…me lo immagino in un’altra parte del mondo…che dispensa la sue perle di sagezza…semplice e vera.Bella la tua cronaca… di un incontro. Buona settimana.

  3. l’ultimo paragrafo è una citazione? se sì, di chi? e mi chiedo anche – cosa significherà "condurre una vita disciplinata"?"Ma se la senti come male, il tuo stato d’animo sarà turbato, agirai automaticamente e farai male." è molto vero. e come è facile ricadere in quel meccanismo… la consapevolezza è un percorso che non finisce mai

  4. E’ una citazione di Don Juan,A Scuola dallo Stregone – Carlos CastanedaDifficile sintetizzare cosa intenda esattamente con "condurre una vita disciplinata". Non c’è nulla di moralistico nelle sue parole.Io lo tradurrei, ma è una parola che può contenere tutto e quindi lascia il tempo che trova, appunto con "consapevolezza". Vivere nel presente. Qualcosa su Don Juan in queste paginehttp://utenti.lycos.it/nahua/castaned.htm

  5. IO….VIVO…RISPETTANDO CHI MI RESPIRA ATTORNO, E NE SONO FELICE QUALSIASI RISULTATO IO OTTENGA, UN ABBRACCIO, TVB, PATTY

  6. santa puzzola, rob, quanta carne hai messo a cuocere!penso che più che consapevolezza possa trattarsi di buon senso – sì, anche di essere consci di quello che si è e di quello che si fa, ma ritengo il buon senso una specie di sesto senso, una forma allargata di rispetto verso se stessi e gli altri e le cose…

  7. quest’ultima frase, come mi ha colpito e come mi ha fatto riflettere….."Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall’ambizione"

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