indifferenza


Ieri sera pensavo, in macchina, che ognuno di noi intrattiene un tot di relazioni.
Mi
pareva di leggere tempo fa da qualche parte, che mediamente, le persone
con cui si intrattengono relazioni fisiche, più o meno sporadiche sono
circa 150.
Pensavo, in caso di morte, che di queste quelle che
veramente sono addolorate al punto di portare con se per lungo tempo
questo dolore quante saranno… 5-10-15?

Poi c’è un gruppo
sinceramente addolorato, ma questo sinceramente addolorato vuol dire
che parteciperà emotivamente per qualche minuto, magari anche qualche
mezzora nella situazione appropriata (il funerale ad esempio) e magari,
nel tempo, quando si parlerà di te, ti ricorderà con affetto e dolore
per la tua dipartita. quanti saranno questi? altri 20-30?

Dopodiché,
il resto, sarà dispiaciuto per qualche istante, al ricevimento della
tragica notizia dell’evento che ha posto fine alla tua esistenza
terrena, e quindi, tempo alcuni secondi, tornerà ad occuparsi di quello
che stava facendo poc’anzi.

Questa, più o meno, è la realtà delle cose. (non è che faccio riferimento a statistiche o quant’altro… sono mie ipotesi… posso sbagliare… ma insomma… più o meno… )

Ci sono poi eventi che, per usare un linguaggio mutuato dall’informatica, stabiliscono relazioni uno a molti.

Per cui, mentre quell’uno non sa nulla dei molti, molti sanno tutto
dell’uno, al punto di considerarlo per loro una stretta relazione
specifica.

E questo è il caso di personaggi pubblici.

Non
è specifico dei nostri tempi questo tipo di evento, ma certo il numero
di casi simili è enormemente amplificato dai media i quali ci portano in famiglia
perfetti sconosciuti e ce li fanno passare per amici.

Tutto ciò è molto innaturale, ovviamente. Ma tant’è.

Poi ci sono casi in cui viene costruita la relazione addirittura post-mortem, tramite un processo di identificazione di gruppo.
E’ il caso di sconosciuti che qualcuno ha interesse a promuovere come vicini emotivamente.
L’interesse può essere politico, o anche semplicemente, la commozione fa vendere (audience, share, eccetera).

Quindi ci
viene chiesta la commozione e la partecipazione emotiva sulla base di
alcuni assiomi, che vanno a colmare il vuoto relazionale, esistente fra
noi e la vittima, di cose buone e positive.

E’ un meccanismo che
è addirittura in grado di sovrapporsi a relazioni d’inimicizia
pregresse e farle dimenticare, sostituendole.
Mi ricordo, in passato, il caso di emeriti figli di puttana, riconosciuti tali, che dopo morti hanno sfiorato la santità, dopo martellante campagna in questo senso.

Non mi piace, questo processo di manipolazione delle coscienze.
Sono estremamente vigile in questo, e so riconoscerlo, per cui non mi lascio trascinare da questi meccanismi.

Sto facendo riferimento, ovviamente, ai militare italiani morti in afghanistan.

Dal
punto di vista politico, il mio dissenso da operazioni tipo quella
irakena o afghana è totale.
La mia completa sfiducia e disistima nei
confronti della nostra classe politica, anche.
Inoltre diffido, a prescindere, di persone che hanno scelto di fare il soldato professionista.

Quindi, nulla, assolutamente nulla mi lega a queste persone. In nulla mi identifico.

Quindi, alieno come sono ai condizionamente dei media, sono indifferente, a quello che è accaduto.

Il can can mediatico mi infastidisce e lo trovo nauseabondo.
La retorica della commozione di gruppo mi da l’orticaria.
I
nazionalisti che tifano per i soldati come per l’italia allo stadio li
metterei nella gabbia delle scimmie allo zoo (e le scimmie libere
fuori).

Molto onestamente, non sento più compassione per questi morti di quanta
non possa averne per persone di altra nazionalità, fede, o motivazioni.

Perché mi sono estranei, e non mi identifico in loro.

La compartecipazione al dolore nasce dalla possibilità di individuare dei tratti comuni, fra te e le vittime.
Io, oltre a quella di essere nati in Italia entrambi, non ne vedo altri.

E questo non mi basta.

Assisto al solito cliché: ora scaveranno nella vita di questi esseri umani, nelle loro storie, nel dolore delle loro
famiglie, delle mogli, delle madri, dei figli.  E allora di fronte
a queste cose, che ci accomunano a tutti, e dico a tutti, anche quelli
di altra nazionalità, fede e credo politico, gli esseri umani, si
tenderà alla identificazione e alla partecipazione emotiva, come se
avessero colpito qualcuno a noi caro.

Perchè
se solo ogni vittima, di qualsiasi, nazionalità fede e credo politico,
venisse presentata come uomo, nel suo universo di affetti e speranze,
ci identificheremmo in ogni modo.

Ma non è così. E’ uno sporco gioco. Ben noto alla propaganda di ogni regime:

"È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra:
né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma,
dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari stati e, sia
che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di
dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che
abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei
potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare
i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre
il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.


Hermann Göring"

E così battono la grancassa su alcuni concetti base, per farci identificare in loro e sentirci tutti feriti e colpiti. Immediata nasce quindi la difesa per risentimento e l’odio per il nemico.

Ma anche quelli che sono saltati in aria con l’autobomba, per quanto io
sia consapevole che probabilmente avrò molti più valori in comune con i militari italiani morti che con i talebani, sono uomini.

E sono uomini
che hanno scelto di compiere un atto di guerra in cui sapevano che
avrebbero perso la vita contro quello che vedono come un esercito
invasore nel proprio paese.
E se entrassimo nelle loro vita,
se qualcuno si prendesse la briga di portarci nelle loro storie umane, proveremmo pietà per loro, per chi li piange, compartecipazione e anche forse stima e ammirazione.

Ma il punto è che stanno dall’altra parte.

Loro non sono più essere umani. Sono alieni: mostri chitinosi eterodiretti.
Loro nemmeno muoiono, quando saltano in aria, perchè poi dai pezzi si riformano interi.
Loro non nascono figli, non hanno madri né padri.
Loro vengono coltivati in baccelli e al momento opportuno estratti e data loro parvenza di vita inviati a uccidere.

La solita disumanazione del nemico.

E questa è la terribile forza della guerra: disumanare i "nemici" e schiacciarci tutti con gli "amici".
In questo contesto, anche i civili che sono morti nell’esplosione, sono uomini. Eppure ci si accenna solo di sfuggita.
I soliti danni collaterali delle missioni di pace.  A chi gliene frega dei milioni di irakeni uccisi per portare loro la democrazia?

Ognuno si piange i suoi morti?
Beh questi non sono i miei morti. Non semplicemente perchè sono italiani sono i miei morti.

Non gioisco. Trovo stupido farlo.
Ma non piango, non mi commuovo, sono indifferente.
Non me ne frega niente.

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11 thoughts on “indifferenza

  1. Un’ analisi molto completa e obbiettiva, tuttavia rimane un malessere interiore al pensiero di quel che accade nel mondo per opara dell’uomo…dolore che chi pratica le violenze e compassione per le vittime che le subiscono, indipendentemente dalla loro nazionalità, fede, credo politico e motivazione.Buona giornata..

  2. Buongiorno Roberto… entro ora….e ripasso nel pomeriggio…penso che il tuo post meriti un ampia riflessione… dopo pranzo e come compagnia un buon caffè….

  3. Mi asocio.Ci riflettevo ieri sera.Mi ono entita cinica e fredda.La verita’ e’ che non sono i miei morti.Non sono i morti della mia guerra perche’ non e’ la mia guerra.E non sono neanche i morti della mia patria, perche’ io in questa patria non ci credo, e non mi ci identifico, non piu’. L’Italia ripudia la guerra. Questa, semmai, era un po’ la mia patria. Ma la Sig. ra in giallo ha ragione.Rimane un malesere interiore che va al di la’ di quante lacrime si possano piu’ o meno versare. Che cazzo di mondo, mi viene da pensare.

  4. Cara Enri, non credo che sia fuori luogo, per nulla. Condivido il pensiero della Signora in Giallo e questo post riflessivo di Roberto. Forse (e spero) quello che lui ha avuto il coraggio di scrivere lo pensiamo tutti (o quasi) ma ce lo teniamo dentro.Fa troppa paura esternarlo, si passerebbe per dei matti, per delle persone senza cuore, persone senza pietà verso chi muore per la patria.Ecco, appunto. Per la patria. Nessuno dovrebbe morire per la patria. La patria non ti dovrebbe mettere in condizione di "poter morire". Che ci crediate o no, non ho volutamente seguito i vari tg …. sono stanca di vedere microfoni accesi alla ricerca del dolore e il solito ministro "diciamoooolooo"… con la bocca storta e il viso con lo stesso ghigno, parlare e parlare del senso del dovere, della democrazia etc…. etc…Chi non c’è più sapeva cosa andava a fare e dove andava. C’è chi lo fa per guadagnare più soldi per rendere più vivibile la vita ai suoi cari e sceglie il lavoro più rischioso, c’è chi lo sceglie perchè forse gli piacciono le armi, gli piace il pericolo, gli piace sentire l’asfalto caldo del deserto, il sudore, l’odore nausebondo che c’è (penso) dove ci sono guerre….Non lo so il perché.. non lo so.Certo, dispiace. Nessuno ci ride su… ma è un film già visto. Cosa è cambiato? Cosa?… Nulla…. mettiamocelo in testa, nulla.I militari sono ancora tutti li…. i civili continuano a morire…. e io ieri sera ho preferito uscire piuttosto che vedermi su Canale 5 la fiction già mandata in onda su Nassyria…. e non è perchè non ho delicatezza…. non voglio questo tipo di audience per far colpo sulle persone…. I miei morti li piango e anche spesso. E a mio modo dico loro una preghiera come l’ho detta per questi uomini.Ma sono stanca di guerre….. e di ipocrisia. Punto.

  5. Non so, Paola, in quanti riescono a staccare il cervello dall’ipnosi dei media. Il processo di identificazione è quasi immediato, dopodiché il resto è in discesa.Io non guardo TV e per me è facile. Ma il resto del paese è praticamente teledipendente. Siamo un paese di telespettatori, non di cittadini.Altrimenti, non avremmo Berlusconi.

  6. Ciao, sono qua grazie a Paola che mi ha segnalato il tuo link. anch’io ho postato un intervento sull’uccisione dei 6 soldati italiani e di civili…condivido i vostri interventi e questo commento riporta più o meno quello che ho scritto nel mio blog e a risposta di un intervento di un amico…Ho provato dispiacere per i soldati morti ma anche per le vittime civili, che nessuno onora, che pochi ricordano, penso che i militari morti sono addestrati per la guerra e sapevano benissimo a cosa potevano andare incontro mentre coloro che pagano il contributo più alto di una guerra, decisa dall’alto, sono i civili, è la popolazione che continua a soffrire. L’Italia ripudia la guerra , ma manda i propri soldati armati in zone di guerra , nelle missioni di pace non si mandano soldati, ma medici, insegnanti, si costruiscono scuole, ospedali, tutto ciò che serve alla popolazione, tutto ciò che serve affinche un paese dilaniato si affranchi definitivamente dall’ignoranza e risorga come società civile.Perchè si va in missione di pace? per che cosa? per sconfiggere il Male? io non credo che il Male sta da una parte sola, dietro ai bei ideali si nascondono profitti economici, e a volte. gli stessi i soldati, coloro che dovrebbero essere i liberatori, colpiscono i civili e fanno scempio dei nemici, violando le più elementari regole del diritto. E ..anche i kamikaze, dal loro punto di vista, sono eroi e gli eserciti stranieri degli invasori, degli occupantiPenso che la democrazia non si esporti ma è il paese che la deve costruire, altrimenti la democrazia durerà poco e lo Stato sarà solo un paese fantoccio di altre potenze.Ho provato dispiacere perchè l’uomo continua ad uccidere l’altro uomo, perchè della guerra, delle sue strategie, delle vittorie, ne fa motivo di vanto, di orgoglio, di eroismo, mentre la guerra è solo una tragedia che ne genera altre.

  7. Non ci conosciamo Roberto ma ti scrivo solo per dirti che condivido in pieno il tuo pensiero….Non sono neanche i miei morti : i miei sono gli operai, quelli delle morti silenziose, che il nostro NON stato e NON governo volutamente ignora perchè la morte di un operaio non fà spettacolo e non ci sono interessi economici cui attingere ma la vita di un operaio non vale meno di quella di un militare. Il soldato sceglie…l’operaio no.Un saluto di una buona serata Patrizia

  8. Io non tratto mai questo tipo di argomenti.Semplicemente perchè non credo che compiangere fintamente delle persone posso giovare a qualcosa.Sembrerò cinica, sembrerò distaccata, ma io in certi meccanismi non riesco ad entrarci.Non mi commuovo,non provo nausea,non sento quella stretta allo stomaco che ci rende manichini inzuppati dello stesso dolore. Eppure non posso dire di non provare dispiacere certo.Quel dispiacere un po’ sterile e generalizzato che a volte sembra pure offendere il dolore.NOn credo di poterci fare nulla e non per questo mi sento meno migliore.Il più delle volte il "fracasso" mediatico mi infastidisce. La trovo inutile retorica.Mia madre dice semplicemente che sono poco informata, credo che si vesta del pensiero comune.Ormai si producono pensieri COpia_Incolla.CGrazie per aver apprezzato la mia poesia.Io sono sempre la.Giulia_

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