ho visto anche degli zingari felici


 

 

Ieri mattina alla radio ho risentito questa canzone.
La cantavo e suonavo, un sacco di anni fa.

Ne ho riascoltate le parole, scoprendo di non averle dimenticate.
Riaffluivano insieme a quelle cantate dalla radio, come un flusso da qualche parte del mio cervello.

E insieme alle parole, come vagoni di un treno, venivano ricordi ed emozioni.

E così mi è venuto in mente che siamo a settembre, e che c’era un clima grigio come questo, già un po’ fresco, quando partimmo in cinque dentro una mini minor, per Bologna.

Bologna, con radio alice e pier francesco lo russo, era stato uno dei cuori pulsanti del movimento del 77.
Bologna città rossa.
Un luogo simbolo dove, come a roma con Lama, si sanciva la rottura definitiva delle speranze, vaghe e rissose, ingenue e contraddittorie, nate pochi anni prima, ma allora sembravano tanti, nel 68 studentesco, nel 69 dell’autunno caldo, fra movimento e sinistra storica.

Una sinistra che già iniziava a piegarsi nei meccanismi del potere, di gestione dello Stato,
alla cui fine abbiamo assistito negli anni successivi, e che allora bollavamo di tradimento.

Tradimento di non sapevamo cosa forse, di "ideali rivoluzionari" francamente irrealizzabili e, nella loro incarnazione storica, per fortuna anche lontani: qualche centinaia di km più ad est.

Eppure….abbiamo perso tutti, no?
Il movimento allora, consumato come una fiamma troppo luminosa e viva, fatta da vite bruciate nel nulla.
E la sinistra storica, consumata più lentamente, dinosauro senza speranze. Vuoto carrozzone tenuto insieme da interessi che nulla hanno a che vedere con sogni, ideali o utopie

Ma vabbè. Non avevamo il dono della preveggenza.
Andavamo a Bologna, nella città rossa, a ubriacarci di luna, di vendetta e di guerra.
E basta.

Il viaggio lungo. L’arrivo al Palasport dove c’era una mensa – il Pci ci dava da mangiare –
Polizia se ne vedeva poca.

Non si capiva molto bene quanti eravamo. Non si capiva, forse, cosa stavamo facendo lì, quel settembre.
Non mi ricordo niente dei discorsi degli interventi. Buttavo anche un occhio per rimorchiare qualche compagna.

Non sapevamo dove andare a dormire. Ma trovammo posto a casa di gente a modena. Solo che la conosceva un amico e questo non si sapeva dov’era. Mica c’erano i telefonini allora.
Alla fine ci beccammo: appuntamento alle 22 a modena, non so dove.
Ma questo non arrivava, a portarci in quella casa.
All’una ci sveglia una luce puntata in faccia e la canna di un M12. Controllo di polizia.
– che fate qui? –
– niente, che non si può stare qui?
Ce l’avevamo scritto in faccia che eravamo quelli del convegno di bologna. Mi sa che oggi ci avrebbero arrestati, tanto per non sbagliarsi.
Ma allora si limitarono a controllare i nomi.

Alla fine questo arriva e ci porta in quella casa. A dormire per terra ovviamente. Eravamo una trentina.

Il giorno dopo c’era il corteo. Temevamo scontri.
Ma non ci furono, perchè nessuno dei gruppi venuti da ogni parte d’italia conosceva abbastanza bene bologna per decidere di cercare gli scontri con la polizia.

Alla fine dalle parti della stazione ci staccammo dal corteo e in due ce ne tornammo a roma col treno.
L’amico con la mini restava un altro giorno.

Ebbi la sensazione di un nulla di fatto.
La città di Bologna ci aveva accolto con diffidenza, ma ci aveva lasciato spazio.
Ce l’eravamo raccontata fra noi, ma già le parole mostravano la ripetitività e l’impossibilità di trasformarsi in altro che non fosse riflusso nel personale o la scelta armata.
Il movimento del 77 aveva celebrato la sua fine, il suo isolamento.

Il volo era finito.
Gli zingari tornavano a casa. Chi per piangere la fine di un sogno, chi per prendere le armi, chi per distruggersi con l’ero.

 

Una delle cose che mi hanno insegnato quegli anni, una delle poche certezze che mi accompagna da allora, è che non modificherai la società dell’uomo senza cambiare prima l’uomo.
L’utopia per cui bastasse modificare i meccanismi di produzione per cambiare quasi automaticamente l’uomo, si è rivelata abominevole, con la rieducazione forzata di massa, i gulag, le fosse comuni, l’annientamento delle libertà individuali.
Ogni cambiamento, anche profondo, nella società, non apporterà altro, alla fine, che un cambio degli uomini al potere, se la rivoluzione, quella vera, non è già avvenuta negli uomini che la compiono.
E la rivoluzione di cui c’è bisogno nell’umanità, non può essere un atto violento, un atto di sopraffazione, un atto di rottura.
Nessuna società nuova basata sull’uguaglianza e il rispetto può nascere dal suo opposto.
Il cambiamento o è dentro di noi e si allarga agli altri per consenso, o non sarà.
Anche perché, peraltro, i mezzi di controllo del potere sono talmente radicali e potenti, da rendere l’idea di una rivoluzione armata assolutamente risibile.
La logica rivoluzionaria ottocentesca, di marxiana memoria (e dei vari epigoni), oggi più che mai, è sbagliata nel merito e nella sostanza.
Il fine non ha mai giustificato i mezzi. E la storia ce ne ha date decine di prove: si è solo, sempre, sostituito un potere con un altro uguale.
E oggi il potere possiede mezzi di controllo talmente sofisticati e pervasivi da essere nella sua essenza sostanzialmente invincibile sul suo terreno.
Io di questo sono convinto: il cambiamento della società può nascere solo come moto collettivo di cambiamento individuale. Cambiamento di valori, di stile di vita, di interessi, di scopi.
La sopraffazione dell’uomo sull’uomo non si elimina per legge: ma per convinzione spontanea, per esigenza etica.
La logica capitalista non si abbatte passando allo stato la proprietà dei mezzi di produzione, ma rifiutando di essere colui che è in quanto consuma.
Il potere non si abbatte con le armi, ma ignorandolo. Con una risata.
"Una risata vi seppellirà"
In questa frase c’è molta più verità rivoluzionaria di quanto ci sia mai stato in "lo stato borghese si abbatte e non si cambia".
Perchè contiene in nuce la sottrazione alla logica del potere.
Rifiutando anche il suo stesso linguaggio.
E sarà una mia fissa, ma se chiudi le orecchie a TV e Media oggi, con una gran RISATA, il potere è una tigre di carta.

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2 thoughts on “ho visto anche degli zingari felici

  1. dei tempi passati ricordo invece una bologna livida e piena di poliziotti, piazza maggiore colma di gente sospettosa. ma era d’inverno, forse febbraio. avevamo occupato tutto quel che c’era da occupare. si rideva poco è vero, si giocava molto con le parole, qualche volta con le armi. " voglio parlare, ma non ci riescovoglio amare, ma non ci riescovoglio comunicare, ma non ci riescoci hanno tolto la vitariprendiamocela "

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