alberi


C’è una strada, vicino il posto dove abito adesso, che mi è sempre piaciuta.

Molti anni fa, quando vivevo con i miei, in quella che allora era la periferia della città, arrivare lì era un viaggio esotico. Nel mio immaginario era un posto lontano e non sapevo bene come ci si arrivasse.

Ogni tanto capitava che in macchina con mio nonno, o con mio padre, ritrovassi quella strada. La riconoscevo da una grande casa e dalle piccole porte che si aprivano nella stalla dei cavalli.

Vedevo i cavalli dentro oppure fuori, sui prati che circondavano la casa. Decine di cavalli.  Poco distante scorreva l’Aniene, incassato fra argini sormontati da alberi. E questa strada era stretta in un filare di pini marittimi, quelli a ombrello, che la ricoprivano da ambo i lati.

Mi piaceva la qualità del verde dei prati. La prospettiva dei pini, per qualche chilometro. E questa casa rossa che era un allevamento di cavalli.

Ogni volta che la ritrovavo era bello. Era un posto familiare, un posto amato.

Mi ricordo la prima volta che ci arrivai con la Vespa, quando avevo quindici anni: Casualmente mi ritrovai a passare di lì ed ebbi un brivido, al pensare a come ero lontano da casa.

Poi proprio lì ci fecero l’uscita dell’autostrada, e con la macchina mi ritrovai più volte a passarci.

L’allevamento dei cavalli non c’era più, la casa rossa rimaneva, la strada e gli alberi erano sempre gli stessi e anche il verde dei prati, in primavera, o il giallo, in estate. Tanti paesaggi sono cambiati, nei luoghi della mia vita, e questo era uno ricordavo sempre uguale. O quasi.

Poi venni ad abitare a poca distanza. La strada mi trovavo a percorrerla più spesso. La casa rossa vedevo che la stavano ristrutturando: c’è un cartello che dice “vendesi villini immersi nel verde”.

La città avanza. Ormai è quasi lì. L’apertura di un enorme centro commerciale a poca distanza fa su quella strada, nei sabati e domeniche sera, file chilometriche. Un quartiere da 80.000 abitanti è sorto dal nulla. Pensavo proprio tempo fa: prima o poi arriveranno anche qui.

Un mese fa c’è stato un nubifragio violento in città e nei dintorni.

Alberi sono caduti qua e là, ricordo di aver letto di uno addosso ad una macchina e una ragazza è morta.

Quando alcuni giorni dopo andando a prendere l’autostrada ho trovato la strada chiusa e ho chiesto, mi hanno detto che era successo lì. I giornali avevano detto in un altro posto.

La strada è chiusa da allora. Oggi sono andato a farci un giro in bicicletta.

C’è un palo del telefono tagliato ad un’altezza di due metri e intorno ad esso moltissimi fiori, orsacchiotti di pelouche, bigliettini, candele votive. C’è una poesia, o una canzone non so, che dice: dimmi come posso fare per raggiungerti là dove sei. C’è una foto, di una ragazza con gli occhi grandi e malinconici e i capelli scuri legati ai lati.

Vicino un pino, il tronco di un metro di diametro, tagliato quasi alla base e poi grandi pezzi tagliati e fatti rotolare fuoristrada.

Ho immaginato la pioggia battente di quel giorno, il vento fortissimo, l’albero che si piegava e poi cedeva, lo schianto secco e improvviso, la macchina che arrivava a qull’appuntamento col destino.

Un secondo prima, un secondo dopo, e quella ragazza sarebbe ancora viva. E invece, era al posto sbagliato al momento sbagliato.

Sono rimasto lì a guardare quella foto. A ripensare a quell’istante.

Poi ho continuato a pedalare e ho visto la strage degli alberi. La vendetta degli uomini.

La strada è chiusa da quel momento perchè la stanno mettendo in sicurezza. Ovvero stanno potando e tagliando il chilometrico filare di pini.

Ho percorso la strada e ai lati di essa, mucchi di rami, e molti alberi abbattuti. Alcuni, pochi, un paio forse, con le radici all’aria, ed è stato il vento di quel giorno. Altri segati, e sono stati gli uomini. Laddove gli alberi sono ancora come una volta, a circa dieci metri uno dall’altro, su alcuni noto dei segni: una D seguita da un numero, fatta con la bomboletta di vernice rossa.

Ho cercato di capire il senso di quel segno: lo avevano tutti gli alberi che crescendo erano andati verso la strada. Non lo avevano quelli che andavano verso il campo.

A questi ultimi erano stati potati i rami che davano sulla strada. Agli, altri, quelli con il segno di vernice, non era stata eseguita potatura: erano quelli da abbattere. Il numero dietro la D, quando ci ho fatto caso, era 23. Non so quanti ne siano stati abbattuti prima, poiché andavo nella direzione opposta: ne mancavano 23.

Che tristezza. Alla morte di quella ragazza, seguita alla morte dell’albero, seguiva questa specie di rappresaglia.

Capisco la messa in sicurezza della strada… ma erano alberi che amavo.Erano alberi sani. Belli. Ci avevano messo almeno 40-50 anni a crescere…

Già mi intristisce vedere solo uno di questi giganti abbattuti dal vento. E questi segati, così tanti, in serie, uno dopo l’altro, distesi sul prato. E vedere quelli marchiati col segno della condanna.

Avrei voluto dirgli: “scappate! andatevene di qua finché siete in tempo…”.

Le macchine passavano lo stesso. Qualcuno aveva spostato le barriere e le macchine cautamente passavano su quel campo di battaglia, fra quelle due ali ordinate in attesa del plotone d’esecuzione, cui il weekend aveva concesso un’ultima alba.

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7 thoughts on “alberi

  1. Vedere gli alberi che vengono tagliati in massa, per motivi di sicurezza, mi dà sempre una fitta di dolore. A dire il vero anche quando li vedo stritolati dall’asfalto, con quei fazzoletti di terra che dovrebbero sostentarli, magari con le radici che da sotto spingono facendo sollevare i marciapiedi. Non sono in grado di valutare il rischio di caduta. Dovrei affidarmi al buon senso dell’amministrazione. Ricordo però che anni fa, lavorando all’estero, l’autorità locale per cui lavoravo, in una zona dove il verde era scarsissimo, stava programmando di tagliare TUTTI gli alberi del quartiere per evitare il rischio di cause contro l’amministrazione per cadute e slogature causate appunto dalle radici che spaccavano l’asfalto. Me ne sono andata prima di sapere come era finita. Sarà anche inevitabile. Ma la natura pare ormai essere tollerabile solo quando è talmente regolata, da non avere nulla più di naturale. … nel leggerti, mi pareva di risentire i ragazzi della via gluck, o "il vecchio e il bambino" di Guccini

  2. Nel corso degli ultimi 200 anni, l’umanità è passata da 1 miliardo a 7 miliardi di persone.L’africa, con condizioni climatiche e idrogeologiche ben diverse dall’europa ha quasi la stessa quantità di abitanti per kmq dell’italia.Le risorse mondiali di acqua sono esaurite al punto che miliardi di esseri umani rischiano di trovarsi ben presto solo con un accesso precario all’acqua potabile e a quella utilizzata per l’irrigazione. La biodiversita’ declina rapidamente. A causa dell’erosione, perdiamo 24 miliardi di tonnellate di terra coltivabile ogni anno.Il pianeta è limitato e dotato di una quantita’ determinata di risorse non rinnovabili nonché di una capacita’ limitata di generare delle risorse rinnovabili e assorbire le scorie industriali.L’enorme crescita degli ultimi 200 anni, dovuta alla disponibilità di energia (petrolio), sta terminando. Dovremo decrescere molto rapidamente, demograficamente ma anche come consumo di risorse. La crescita infinita non esiste.Il problema è solo se riusciremo a farlo programmando oppure ammazzandoci l’un l’altro.

  3. Che malinconia! Sembra tutto volgere verso la fine. Una volta un luogo lontano e esotico, che poi diventa un posto vicino ad uno svincolo. Un romantico allevamento per cavalli bypassato da una serie di villini a schiera. Poi la fine, la morte della ragazza e, a seguire, la morte dei pini. Vedi che ce l’abbiamo davanti agli occhi? E’ una fine continua…ROberto, emigriamo verso un nuovo inizio, dove ci siano ancora le case rosse e i cavalli attorno. p.s. ho visto le tue foto, bellissime quelle in montagna. p.p.s questa estate sono stata alle gole del verdon, se non sei già stato, dal momento che arrampichi, devi proprio andare, è un paradiso per te! anzi, se vuoi ti mando un paio di foto spettacolari.. (io ero lì per fare rafting ma ogni tanto guardavo in su e c’era sempre appeso qualcuno su quei valloni, che spettacolo!!!!)

  4. eh no, non sono mai andato, ma lo conosco bene, il verdon. è uno dei luoghi "mito" dell’arrampicata. in effetti ho girato tanti posti, ma per un motivo o per un altro il verdon mi è sempre sfuggito. devo rimediare a questa pecca, prima o poi. :-)è una fine continua si… ma emigrare, dove?…

  5. Io dico che non abbiamo più voglia di "futuro"….io mi accontento del presente, anche se quello che vedo non mi piace tanto.Quando ero piccina…. mi si illuminavano gli occhi al pensiero del nuovo millennio, delle scoperte scientifiche… e di molto altro ancora.Ora, non me ne frega più nulla…C’è solo un posto che non è mai cambiato, sull’appennino tosco romagnolo… per la precisione Verghereto…quando ci torno, a distanza anche di anni, lo trovo sempre uguali, i boschi uguali, solo la E45 è sempre sottosopra…. ma la gente, gli alberi, gli odori, i progumi sono ancora intatti come tren’anni fa…..ti abbraccio e buona serata….

  6. se una fila d’alberi manteneva gli argini, fino a poco tempo fa, adesso che non ci sono più come si proteggerà la città strisciante dalla furia dell’acqua che potrebbe nuovamente esondare?pazzia, pura pazzia!:-(

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