Mangi meno, invecchi meno.


La dieta ipocalorico-ipoproteica sembra essere in grado di prevenire e ridurre l’invecchiamento.

Se ci si pensa bene, è un concetto banale. Meno calorie si assumono, meno ossigeno si brucia e meno radicali liberi si producono.

In seguito ad una dieta ipocalorica si abbassano le concentrazioni di un ormone della tiroide chiamato triodotironina (T3), che controlla il metabolismo cellulare.

In uno studio(*) , pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism,  condotto nell’ambito di un progetto di collaborazione internazionale fra Italia e USA e coordinato da Luigi Fontana, ricercatore presso il Dipartimento di Sanità Alimentare ed Animale dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e presso il Centro di Nutrizione Umana della Washington University School of Medicine, St. Louis, Missouri, si evince che grazie a una dieta ipocalorica, nell’organismo si innescano dei processi che portano all’abbassamento dei livelli di T3 e a una riduzione della concentrazione di una potente molecola infiammatoria, il TNF-a. La combinazione di queste due condizioni potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel rallentare i processi di invecchiamento, riducendo il metabolismo e il danno ossidativo ai tessuti e alle cellule.

In particolare, una dieta ipocalorica e ipoproteica riesce ad abbassare significativamente i livelli del cosiddetto fattore di crescita insulino simile -1 (IGF-1), un potente fattore di crescita che gioca un ruolo cruciale nel modulare la durata della vita negli animali da esperimento.

Cercando su google si trovano molti articoli in proposito.

Non è faciledeterminare se una dieta ipocalorica e ipoproteica allunghi significativamente la durata della vita. Negli animali di laboratorio a ciclo vitale relativamente breve sembrerebbe di sì. Ma negli uomini bisognerebbe seguire dei campioni statisticamente validi che seguono alimentazioni diverse per tutta la vita, per avere delle risposte convincenti.

Quello che è certo è che migliora la condizione generale dell’organismo, del cuore, del sangue. Limita quelli che sono conosciuti come fattori di rischio per l’insorgenza di malattie importanti.

Però viviamo in una società il cui modello principale è consumare il più possibile e questo vale anche per il cibo. Dopodiché per contrastare gli effetti evidentemente negativi di questo, aldilà della durata della vita, non direttamente verificabile, ma nella qualità quotidiana della stessa, assumiamo/consumiamo farmaci per contrastarne gli effetti degenerativi, oppure, nella migliore delle ipotesi, sottoponiano il nostro organismo a super lavori per smaltire gli eccessi.

Tutto ciò è perfettamente in linea con i dettami del consumo. Siamo prima di tutto consumatori della nostra vita. Nel senso letterale del termine la consumiamo voracemente.

In realtà l’animale uomo per milioni di anni si è sviluppato e vissuto con una dieta che ha ben poco a che fare con quella che seguiamo attualmente. Siamo onnivori è vero, ma principalmente frugivori. Basta guardare come si nutrono i nostri parenti geneticamente più simili a noi, gli scimpanzé: sono sostanzialmente vegetariani con un’integrazione proteica di circa 1,2% sul totale delle calorie assunte.

L’immagine è tratta da Rawfoods dove c’è proprio un articolo sulla dieta degli scimpanzé e le differenze fra essa ed altre alimentazioni, tipo quella italiana media o altre.

E su questo sito ho trovato il concetto di frullato verde (Green Smoothie in inglese, per trovare qualche ricetta, visto che in italiano su google c’è poco… uno ad esempio ) in cui praticamente si abbatte quella piccola barriera culturale che ci fa mettere la frutta da una parte da consumare cruda e gli ortaggi e le verdure dall’altra, da consumare principalmente cotti. Mixando frutta dolce e verdure in frullati.

Vi farò sapere, perché ho intenzione di provare. Nel caso metterò delle ricette. Anzi, se ne avete, fatemele conoscere.

Qui una ricetta per un frullato a base di spinacino, arancia, acqua.

E’ pur vero che mentre uno si prende cura di sé mantenendo regimi di vita che sono alternativi a quello proposto dalla civiltà consumistica, in cui è meglio troppo di tanto, per migliorare la qualità della vita e magari anche la durata della stessa, la civiltà consumistica va comunque avanti e ci ammazza in molti altri modi, anche attraverso quello che mangiamo, considerando i vari inquinanti presenti nell’aria, nella terra e nell’acqua.

E comunque, anche su questo, vale la considerazione che meno cibo si assume meno veleni si introducono.

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(*) Si tratta di una ricerca durata 6 anni che ha messo a confronto 84 volontari divisi in tre gruppi. Il primo gruppo, composto da 28 individui sani appartenenti alla Calorie Restriction Society americana, per l’intero periodo dell’esperimento ha seguito un regime di restrizione calorica. Mediamente, la somma di tutti i pasti giornalieri, non superava le 1.800 calorie. Gli altri due gruppi, formati sempre da 28 volontari, sono stati utilizzati per confrontare i dati raccolti. Un gruppo, era formato da individui che seguiva una tipica alimentazione occidentale e conduceva una vita sedentaria, l’altro era invece costituito da atleti con la stessa massa grassa dei soggetti che seguivano la dieta ipocalorica, pur assumendo circa 2700 calorie al giorno. I ricercatori hanno constatato che la concentrazione di T3 era significativamente più bassa solo nei soggetti sottoposti a restrizione calorica, gli altri valori ormonali come la tiroxina (T4) e la tireostimolante (Tsh) erano nella norma, una situazione che escludeva una possibile situazione di ipotiroidismo. Nel gruppo degli atleti si sono invece registrati dei livelli di T3 e TNF identici a quelli dei soggetti sedentari. Per quanto riguarda il confronto della massa grassa fra il gruppo degli atleti e RC, si sono riscontrati i medesimi valori nonostante i primi assumessero circa il 45 per cento in più di calorie.

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