ma come faceva Salgàri


Una mattina della Befana di molti anni fa – ero abbastanza piccolo da crederci ancora – insonnolito, infreddolito, con la curiosità dei bambini che corrono in cucina per vedere cosa gli ha portato… mi ricordo ancora la piccola delusione, quando sul piano di fòrmica verde del tavolo della cucina vidi che la Befana mi aveva portato solo dei libri.

Non c’erano scatole di costruzioni Lego. Non c’erano piste di macchinette telecomandate. Solo sei libri.

Erano con la copertina cartonata, rigida, con disegni di uomini che combattevano, fucili e spade sguainate… e avevano titoli come “le tigri di mompracem” “i misteri della jungla nera”… e altri che non ricordavo, ma adesso, andandoli a cercare, sono sicuro che fossero “alla conquista di un impero”  “le due tigri” “i pirati della malesia” e “sandokan alla riscossa”. Poi lessi anche altri, ma questi erano i primi sei.

Iniziai da “i misteri della jungla nera” e mi si aprì un mondo fatto da strangolatori in nome di una dea dalle molte braccia, templi nascosti ed enormi alberi sacri.

Di quella mattina mi è rimasto il ricordo di quell’istante di delusione, che segna forse il piccolo trauma del passaggio inconsapevole dall’infanzia all’adolescenza. Dal mondo fatato del bambino che vuole tutto e subito a quello adulto in cui per avere devi impegnarti.

In questo caso dovevo impegnarmi a leggere. I libri da soli non erano niente. Mentre mio fratello giocava con i suoi giochi da bambino più piccolo di me di tre anni, io avevo in mano questi cosi colorati e pesanti, dentro pieni di parole scritte e nemmeno una figura. Un mondo in cui per entrare dovevi metterti in fila e aspettare, avere un po’ di pazienza.

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.

La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.

È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.  (se volete continua qui)

Non era facile per un bambino di quanti anni… boh, forse sei-sette, immergersi in questo ambiente esotico pieno di nomi di cose sconosciute. Già in questi primi capoversi, dalla prosa declamatoria, tronca, ce ne sono abbastanza che oggi sarebbe da collegarsi a internet e vedere nome per nome di cosa stia parlando. Ma internet non era stata ancora immaginata e allora io andavo avanti senza capire tutto, sperando si chiarisse nel prosieguo se quello lasciato in sospeso era cosa da sapere nel dettaglio oppure solo genericamente.

E comunque, io divenni un lettore da quel momento in cui aprii “i misteri della jungla nera”.  Emilio Salgàri mi prese per mano e fece di me uno che legge.  

Forse il lettore in me era già presente in nuce, e aspettava solo il momento di manifestarsi, ma causa o effetto che sia stato, l’incontro fu determinante.

Da allora in poi, per tanti anni, quanti sogni ed avventure in parti del mondo così lontane e sconosciute passai grazie a Sàlgari. Dall’India alla Malesia, dai Caraibi al Far West.

Prima o poi, non ricordo esattamente quando, venni a sapere che lui, lo scrittore, non si era mai mosso dall’Italia.  Che non aveva mai nemmeno visitato, i luoghi che aveva descritto.  Fu un’altra delusione: ma allora era tutto falso? non era vero niente. 

Il passaggio dell’interesse, dalla storia scritta allo scrittore, bisogna meritarselo. Ancora oggi, per me, un libro deve avermi davvero colpito, per andare poi a cercare cose sullo scrittore, chi era, chi è. A quel tempo non ci pensavo: il libro era la storia. Dietro c’era solo un nome. Poi seppi questo, che lui non si era mai mosso. Ma erano anche finiti gli anni dell’interesse per quei tipi di avventure.  Di Emilio Salgàri non mi interessai più.

Quest’anno ricorre il centenario della sua morte e mi è capitato di imbattermi in qualche articolo commemorativo.

Sono rimasto sorpreso leggendo della sua vita.  I suoi libri erano assolutamente documentati, svolgeva ricerche accurate sui luoghi che descriveva, i costumi, la tradizioni, le situazioni storiche. E non aveva internet. Pensate che lavoro enorme di documentazione, per poter ambientare i moltissimi suoi romanzi.

Era uno scrittore di successo, ma morì suicida, in miseria, con problemi familiari e di salute.

Ripensando alle sue storie, allora, ho pensato che che devo a lui un certo relativismo culturale. Sandokan si batteva contro gli inglesi invasori. Era odiato da essi che lo consideravano un bandito e avrebbero voluto impiccarlo.  Gli inglesi erano bianchi, erano simili a me, a lui, a noi. Ma lui stava, e portava i suoi lettori, a stare con i pirati malesi. A capire le loro ragioni, a rispettare la loro battaglia.  Come meravigliarmi che poi sempre, nella mia vita, sia stato dalla parte di quelli che combattevano contro gli inglesi di turno?

Leggo su wikipedia che Ernesto Che Guevara dichiarò di aver letto ben 62 opere di Salgàri.  Non so se sia vero. Però è maledattamente verosimile, per me.

Come meravigliarsi che l’establishment intellettuale dell’epoca lo emarginasse? Trasmetteva immagini di rivolta verso il potere costituito, parlava di amori fra etnie diverse, i selvaggi erano più nobili dei bianchi civilizzati… una vera bomba a tempo, i suoi romanzi. Un lentivirus che inoculato nell’infanzia si riattiva nel tempo, in fasi salienti dell’esistenza e ti apre la mente. Anche i diversi da noi, possono avere le loro ragioni. Più di noi.


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2 thoughts on “ma come faceva Salgàri

  1. Tremal-Naik era il mio eroe preferito da ragazzino. Ho visto tre volte almeno i film e la serie che negli anni ’70 (o forse primi ’80) girarono per la televisione. Da grande l’ho rivista in inglese. Quando ero alle superiori inconsciamente mi feci crescere i capelli e la barba fino ad assomigliare alla Tigre della Malesia. Poi sono finito diverse volte con una piccola tenda nella foresta pluviale fra Bolivia e Brasile. Il luogo era diverso, ma la diversità incredibile e volevo capire. Lunga storia … magari la racconterò da qualche parte.

    Come vedi il virus di Salgari (e non solo) può essere molto contagioso. Fatto sta però che ho incontrato più immuni che malati. Sia qui che lì.

    Su Che Guevara invece non son molto convinto che avesse letto bene tutto ciò che lesse. In fin dei conti considerava l’America Latina non altro che una grande terra di meticci, da coinvolgere, in un modo o nell’altro, nella SUA rivoluzione. E infatti fallì proprio in Bolivia, dove la popolazione è maggiormente indigena. Loro avevano le LORO tradizioni, il LORO sapere e lui gli proponeva la rivoluzione internazionalista e di fatto occidentale. Dell’occidente anti-occidentalista … ma pur sempre nata nel seno dell’occidente. Ma anche questa è una storia lunga no? 🙂

    • Si è una storia lunga. E sarebbe anche interessante discuterne, mi hai dato lo spunto.
      Non ho mai amato moltissimo il personaggio del Che, a differenza di molti nella mia generazione e successiva. Difficile extrapolare l’uomo dalla propaganda, dal mito, dalla leggenda. Il concetto stesso di rivoluzionario di professione mi sembra un controsenso. Una sorta di imperialismo alla rovescia, e pur sempre un imperialismo.

      Tornando a Salgari e a Sandokan… non su tutti i virus fanno lo stesso effetto. Il sistema inocula continuamente possenti anticorpi. Non so quanto venga letto oggi Salgari, ma di fronte all’imperversare della fiction televisivia, non saprei quanta presa potrebbero avere, le sue illusioni.

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