Opzioni


Un post sul blog di un amico, mi ha fatto tornare alla mente dei ricordi. Li racconto, così come mi vengono. Le parti del libro citato non me le ricordavo a memoria ovviamente, ma le ho ritrovate.

<Cazzo che botta. La sto sentendo.> dice Rossella.

Guarda fisso il posacenere che è massiccio di marmo verde venato bianco e ha l’aria di essere molto pesante. Sento l’impulso di sollevarlo ma il cervello è come se fosse neutrale: si limita a registrare la presenza dell’impulso ma da qualche parte di esso non parte l’ordine al braccio di muoversi, alla mano di aprirsi, alle dita di stringere e così via, tutta la sequenza di movimenti che mi porterebbero a rendermi conto di quanto effettivamente pesi il posacenere.

<Abbassa lo stereo> dice Gneppe a Zio, che è seduto accanto su una poltrona a fiori vicino al giradischi. Zio sospira come se la cosa gli costasse immensa fatica. Si spinge sorreggendosi sui braccioli di legno scuro lucido. Si allunga verso la manopola lucida dello stereo e la ruota verso sinistra.

<Hai tolto la cassa sinistra> dice Gneppe. E’ seduto con le mani stese sul tavolo, le dita si toccano, fa dei respiri profondi. Siamo a casa sua. Io lo conosco poco. Ho diciannove anni e lui è più grande. Ha già dei capelli bianchi. Sono venuto con Rossella e conosco solo Zio. Zio è il diminutivo di Orazio. Lui preferisce essere chiamato Zio piuttosto che Orazio, come il cavallo dei fumetti di Topolino. In realtà in qualcosa nella sua andatura dinoccolata fa pensare che il nome gli si addica. La gente prima o poi glielo dice e a lui la cosa ha stufato. Per questo preferisce Zio.

Ora Zio capisce che se vuole ruotare l’altra manopola deve sollevarsi dalla poltrona e la cosa non gli piace. Fa girare nella stanza uno sguardo da cane bastonato. In questo momento ricorda veramente molto Orazio. Cerca comprensione oppure qualcuno che ruoti la manopola al posto suo.

<Non ci arrivo> dice.

<Dovevamo prendere da bere. Prima> dice Rossella.

<Ho voglia di quel succo di frutta> dice Zio.

<Puoi abbassare, per favore?> dice Gneppe.

<Non mi va di alzarmi> risponde Zio.

<Si ma ora hai lasciato solo la cassa destra, almeno rimettilo come prima> dico io.

<Aho che palle non mi va… mi state mandando in paranoia…basta> dice Orazio. E si allunga nella poltrona, facendo scivolare il bacino avanti, incassando la testa fra le spalle.

Segue un momento di silenzio, in cui ognuno riflette sulle implicazioni di questo dialogo. Gneppe si alza e va a regolare lo stereo. Rimette il disco da capo. Crystal Lake di Klause Shulze

….

<Puoi prendere il succo di frutta anche?> dice Rossella.

<vado io > dice Paola da un punto dietro di me <mi devo muovere un po’…>

<comunque devo dirti, Orazio, che il tuo comportamento è fortemente individualista> dice Gneppe. Orazio si stringe nelle spalle e non dice niente.

Torna Paola con il succo di frutta e della cioccolata. La mette sul tavolo. La musica sta salendo di tono. Io sono concentrato sulle note. Conto le ripetizioni, attendo le variazioni. La musica è fatta di colori. Quella che apre,  il ritmo principale,  è rosso. Rosso scuro, come sangue coagulato, come sciroppo di amarena, come una macchia di vino rosso su una tovaglia bianca. La nota continua di fondo è blu scuro, una mutazione del rosso. Poi la grande variazione è gialla splendente, abbagliante. Mi fa vibrare la nuca. E ogni volta che ritorna il giallo si accende e poi si cambia in verde. La testa mi ondeggia. E’ percorsa da un’onda che segue il colore rosso.

Dico a voce alta:  la musica ha dei colori su fondo nero.

Rossella alza gli occhi e dice è vero, è verissimo. Gli altri sono per conto loro. Ci guardiamo in faccia, ma non è un guardarsi negli occhi, è come se stessimo ballando, non mi viene in mente niente altro, anzi no, anche quando fai l’amore ti guardi in quel modo,  con le espressioni del viso, muoviamo la testa piano, impercettibilmente, seguendo le variazioni.

Sono un po’ innamorato di Rossella. E’ bionda, un po’ più grande di me. Non la capisco. E io sono affascinato da quello che non capisco. Se sono qui è perché sto cercando di entrare nel suo mondo. Preludio all’entrare in lei che è quello che vorrei fortemente in questo momento. Ma diffido dei suoi amici, di questo Gneppe che non riesco a capire che nome sia, professore in qualche liceo che fa meditazione ed elabora teorie affascinanti con le quali sospetto si scopi le sue allieve. Paola non so chi sia. Ha una gonna ampia lunga. I capelli ricci e la borsa di tolfa. Come tutte.  Sembra abbia padronanza della casa. Zio lo conosco da un po’. Quando intuisce la possibilità di sballarsi cerca sempre di essere della partita. Non ha mai un soldo, nemmeno per le sigarette, nemmeno per un cappuccino. Zio ha la barba e i capelli lunghi. Vorrebbe avere quell’aria ieratica un po’ da cristo. Ma ha il naso a patata e una voce lamentosa e un modo di fare da vittima predestinata. Non ha molto successo con le donne.

Rossella seduta davanti a me ha abbassato la testa. Gneppe le prende la mano e gliela accarezza. Rossella sembra essergliene grata. Gli lascia la mano e chiude gli occhi. Io mi alzo e vado alla libreria. Ci sono centinaia di libri disposti in ordine apparentemente casuale. Per leggerne i titoli sono costretto a piegare la testa ora da un lato ora dall’altro. Baudelaire è vicino a un libro su Degas e poi Gogol. Ma la Coscienza di Zeno e l’Ulysses stanno bene vicini, in fondo. Joyce-Svevo, Trieste.  Forse un qualche ordine c’è stato, all’origine.

Percepisco la presenza di qualcuno accanto. E’ Rossella e questo scaccia la sensazione negativa che qualcosa di spiacevole stesse avvenendo alle mie spalle. Sta prendendo un libro.

< questo è bellissimo > dice, rivolta a tutti però. Non solo a me.

<lo sai che disco ci vuole con questo libro? The Flying Teapot… lo so che ce l’hai…”

Che libro è, dico io.

<è Sheckley! Lo hai letto? >

E’ un libro di Urania. Io leggo Urania. Ma non mi aspettavo tale entusiasmo in questo ambiente per un libro di FS.

<Si qualcosa mi pare di avere letto…> rispondo. Il nome non mi è nuovo: Robert Sheckley.

<dai Gneppe metti i Gong …> strilla Rossella. Gneppe si alza e va allo scaffale in cui tieni i dischi. Ne prende uno. Toglie Mirage di Klause Shulze e lo ripone con cura. Poi estrae il vinile e lo sistema sul piatto. Posiziona la puntina a inizio solchi.

<No aspetta, fammi trovare la pagina> dice Rossella. Gneppe solleva la puntina e la tiene mentre il disco gira.

<All’età di dodici anni Mishkin amava così tanto dio che ruppe la promessa di matrimonio fatta a se stesso. > legge Rossella e Gneppe abbassa la testina. Zio si alza e prende un pezzo di cioccolata.

Mi allungo e lo prendo anche io. Poi ci ripenso e mi verso anche del succo di frutta, ma ne è rimasto poco. Ho la gola secca. Il poco succo di pesca me la lascia acida.

<Il vostro problema, disse l’analista, è l’incapacità di amare voi stesso. Ma io mi amo, mi amo, Esclamò Mishkin. Davvero. Vi aspettate che vi creda ribattè l’analista? Vi ho visto guardare Sartre, Camus, Montaigne, Platone, Thoreau, tanto per nominare qualcuno degli oggetti del vostro amore. > Rossella interrompe la lettura e si gira verso Gneppe. <qui ce l’ha con te> dice.

E ancora percepisco questa famigliarità fra loro che mi ingelosisce. Mi rende insofferente. Rossella, così spregiudicata, così libera, ha una sorta di adorazione per questo Gneppe.

<Quando la smetterete con queste relazioni assurde, spossanti, non remunerative?> Rossella recita enfatizzando questa frase guardando Gneppe. Che apre le braccia, dando l’aria di essere stato colpito al cuore dall’accusa.

<Io mi amo, pianse ancora Mishkin, mi voglio bene davvero. Continuate a fumare annotò l’analista.  Sempre letargico, passivo, incontrollato. Secondo voi questo è il modo di trattare qualcuno che si dice di amare?>

Allora questa è per Orazio, dico io.

<Ha parlato lui…hai gli occhi rossi come un drago…> dice Orazio.

La musica dei Gong diventa dissonante. O forse sono io.

<Lo conosci allora, questo libro? > mi dice Rossella.

<No, non mi pare. Come si intitola?>

<Opzioni. E’ fantastico. Questa è una collana di fantascienza > come se non la conoscessi < ma questo libro è solo per caso di fantascienza… in realtà è molto, molto di più… ma anche altri libri di Sheckley sono così. Lo adoro.>

Sfoglia velocemente le pagine. Trova un segno. Continua a leggere.

<Tecniche speciali tornate di moda. Ipnotizzatevi tornando voi stessi. Risvegliate il vostro centro recettivo. Ignorate i segnali del vecchio censore. Concedetevi suggestioni. Concedetevi autosuggestioni. Concedetevi autosuggestioni automatiche. La nuova tecnica di annullare l’inconscio vi permette autosuggestioni subconscie senza che nemmeno lo sappiate.  Andate in estasi superando le sensazioni artificiali delle droghe con esperienze riservate ad una coscienza superiore. Gustate piaceri sessuali nel sonno senza nemmeno bisogno di un partner>

<ah io lo faccio sempre se è per questo…> interrompe Orazio. Ride.

<ma dai, ascolta…> dice Paola. Gneppe approva. Distribuisce approvazione e disapprovazione con le espressioni del viso. Io e Zio siamo fuori della sua corte. Zio se ne frega, basta che ci sia da sballarsi va bene ovunque.

Io penso che mi sembra qualcosa di religioso. Come una setta. Un catechismo. Sta leggendo questo libro come una rivelazione. Da una gabbia all’altra. Da quella borghese a questa … mistica psichedelica. Scappi da un recinto e ti vai a chiudere in un altro.  Gneppe mi è antipatico. Sospetto una relazione fra lui e Rossella, ma non è solo questo. E’ che è un poveraccio, uno a cui piace vincere facile, si direbbe oggi.

<Sfruttare il potere della mente. Lettura è intuizione Lettura è intuizione Lettura è intuizione>

<Ma che significa?> dico.

<Se smettete di pensare in termini logici di esistenza- non esistenza, lungo e corto, soggetto e oggetto, attivo passivo, … scoprirete che la vostra mente è intrinsecamente il Buddha, che il Buddha è intrinsecamente Mente, e che Mente è intrinsecamente un Vuoto.> dice Gneppe. E Rossella ripete insieme a lui l’ultima frase, mente è intrinsecamente un Vuoto.

Rossella mi passa il libro. <leggilo… è importante…> mi dice.

La musica dei Gong sta finendo. Prendo il libro e lo sfoglio. Mi girano in testa concetti ascoltati qui e là sulla libertà sessuale, la meditazione, la liberazione della mente. Gneppe si scopa Rossella e a Rossella forse piaccio, ma solo se io diventassi come loro, altrimenti ne resterebbe delusa. Lo capisco dal tono con cui mi ha detto leggilo è importante. Ma a me tutto questo va stretto. E sono io deluso da Rossella, dalla sua dipendenza da questo Gneppe. Sballarsi va bene, ma farlo diventare una strada, una via per trovare se stessi, è una stratosferica presa per il culo. Non troverai proprio niente sfuggendo dalla realtà. Questo lo so. Me ne vado da quella casa con il libro in mano. Lo leggerò. Ma ho già capito che la mia lettura non sarà mai quella di Rossella.

Ognuno vivrà la sua strada, la sua realtà. Vite che si sono incrociate oggi, in questo appartamento di San Lorenzo, e che saranno centrifugate lontanissime.

Perché la realtà è un luogo dai confini molto più indefiniti di quanto non possa sembrare a prima vista. E’ come una bolla trasparente che se la spingi si dilata all’infinito, al punto che nessuno sa bene cosa sia. La realtà è tutto, perché anche con quella che sembra una fuga finisci per tornare in essa, a volte spiaccicandoti violentemente.

E io oggi non so, se era la realtà di quegli anni, questa. Oppure la realtà dei miei ventanni e se i ventanni siano tutti uguali, pieni di fughe e di illusioni. Forse si costruisce collettivamente il luogo in cui fuggire nei nostri ventanni. E quando si torna però si torna da soli.

Forse solo allora si è riusciti a superare le sbarre delle gabbie concentriche in cui siamo chiusi. Devi andare lontano, e poi tornare. Ma nel viaggio ci si può far male.

Molti, allora, chi in un modo, chi nell’altro, non tornarono. Alcuni non sono mai partiti.

In fondo, sempre di Opzioni, si tratta.

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2 thoughts on “Opzioni

  1. grazie, Roberto. leggere questo post è stato un bel viaggio.
    a volte rifletto su questa mia fascinazione per un passato che non ho vissuto e non avrei potuto vivere: è come se cercassi di riappropriarmi di un luogo che mi appartiene pur non avendolo mai visto. Tanto per seguire questo fantastico gioco delle associazioni, mi fa tornare in mente Novecento di Baricco:

    “Novecento, ci sei mai stato a Parigi, tu?”
    “No.”
    “E allora?…”
    “Cioè…sì.”
    “Sì cosa?”
    “Parigi.”
    Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’è in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c’è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell’aria, l’aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero.

    E sai qual è la cosa più buffa? Che conoscendo me stesso e l’ambinete in cui sono cresciuto, se anche fossi nato quindici anni prima mi sarei comunque perso tutto.

    • Il fatto è, che questo passato ha ancora influenza sul presente. E non si può capire il presente senza il passato. Perchè in qualche modo anche gli aspetti peggiori del presente sono frutto delle speranze migliori del passato.
      Questo paradosso è difficile da gestire. Sconcerta.
      Forse è per questo, che qualcuno, intuendolo, ha tagliato il ponte in modo definitivo.

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