Grecia default. e allora?


Sono mesi che i media ce la menano con questa terrorizzante prospettiva del default per alcuni paesi. In primo luogo la Grecia.

Ora continuano. Su tutti i giornali la parola default, ovvero “fallimento”, sembra un baratro nel quale una volta caduti sarà la fine. La Grecia sparirà oltre le colonne d’ercole. I greci tutti saranno condannati.

Ma questa prospettiva di “default” è veramente così drammatica per il popolo greco, oppure lo è molto di più per lor signori padroni del vapore che stanno cercando di salvaguardare gli interessi dei loro investitori?

Oppure, più semplicemente, è il solito sensazionalismo a tutti i costi dei media?

Mark Weisbrot, co-director del Centre of Economic  and Politicy Research di Washington in un fulminante articolo comparso sul Guardian lo scorso 18 maggio. Secondo Weisbrot, il governo greco avrebbe dovuto pensarci bene prima di imbarcarsi sul mantenimento dell’Euro e sul processo di aggiustamento di prezzi e salari, secondo lo studioso un vero e proprio “salto nel buio”. Basti raffrontare due casi di Paesi in default, la Lituania e l’Argentina: la prima, che persiste sulla strada “lacrime e sangue”, ha visto il suo PIL contrarsi del 25% in due anni (un record) e potrebbe impiegare più di un decennio per ritornare ai livelli pre-crisi. La seconda, invece, dopo essere andata in default nel dicembre del 2001, ha abbandonato la parità con il dollaro e, dopo un ulteriore trimestre pesantemente negativo, ha ricominciato a correre, fino a crescere del 63% in termini reali in sei anni.

Default e euro. “Un default può avvenire in svariati modi: si può avere una ‘ristrutturazione soft’ del debito nel quale la maturazione dei bond viene rimandata, così che il pagamento degli interessi viene differito nel tempo: in questo caso gli investitori non devono incassare perdite. Altra cosa è invece quando una ristrutturazione del debito implica delle perdite per gli investitori”.
Se passasse questa soluzione “l’euro potrebbe sopravvivere senza la Grecia e, nel caso Atene dovesse fare questa scelta in maniera volontaria, ritengo che sarebbe nell’interesse dei principali Governi Ue favorire una transizione senza problemi. In ogni caso, è tutt’altro che certo che ciò possa avvenire”, mentre “in questo momento è invece molto difficile prevedere cosa potrebbe succedere a Irlanda e Portogallo se la Grecia abbandonasse la moneta unica”, ha aggiunto.

L’esempio argentino. La svalutazione della moneta in seguito al default, sull’esempio ‘virtuoso’ argentino evocato da Weisbrot, non mirerebbe al semplice aumento dell’export. “L’impatto maggiore per la Grecia, come per l’Argentina nel 2001, deriverebbe dalla possibilità di implementare politiche macroeconomiche che spingano il Paese fuori dalla recessione invece di peggiorarne la situazione, come sta causando la ricetta prescritta dalle autorità europee”. “Per quanto riguarda l’inflazione, nessuno dei Paesi che hanno svalutato la loro moneta negli anni Novanta – Argentina, Brasile, Russia, Indonesia – hanno dovuto convivere con problemi di inflazione per lunghi periodi. I problemi per il sistema bancario e la fuga dei capitali sono un altro discorso. Probabilmente problemi in questo senso si verificherebbero e sarebbe necessario affrontarli seriamente”.
Ma se l’alternativa è una recessione senza fine in vista, anni di economia stagnante e alti livelli di disoccupazione, forse è più accettabile una crisi finanziaria temporanea e una successiva ripresa. Infine, come accadde in Argentina, a subire le perdite in seguito al default furono soprattutto gli investitori stranieri, non quelli locali. Un Governo con una propria moneta, infatti, è sempre in grado di soccorrere il proprio sistema bancario”. (fonte new notizie)

Che poi… non si vede perché debba fallire la Grecia, se USA e GB sono messe più o meno nello stesso modo…

Weisbrot però dice anche che  “anche le implicazioni di un default possono essere diverse” e che “ci possono essere costi enormi se il processo non viene gestito in maniera adeguata”.

Il problema è la classe politica greca. Così simile a quella italiana. Che nel tempo ha accumulato il debito, compiacendo parte minima del paese a vivere al di sopra dei propri mezzi (e che ora per sopravvivere impone sacrifici sanguinosi a tutta la popolazione). E’ evidente che non saprà gestire la situazione prendendo decisioni autonome. Troppo corrotta e ricattabile (e anche in ciò l’analogia con l’Italia è inquietante).

Le banche rigettano ogni ipotesi di remissione in parte del debito, o di ristrutturazione dello stesso (ovvero spalmare la restituzione su tempi più lunghi).

“Il Ministro francese delle Finanze Christine Lagarde ha detto lo scorso lunedì, dopo una riunione con i funzionari di tutta l’Unione Europea, che una riprogrammazione o nuova datazione per il debito della Grecia NON è possibile… La realizzazione dei programmi di austerità già fissati, la corretta implementazione delle privatizzazioni e gli sforzi di tutto lo schieramento politico greco sono la soluzione chiave per la Grecia, sono le parole di Lagarde.” (“France’s Lagarde: Option Of Rescheduling Greek Debt Not On Table”, Wall Street Journal)

(Lagarde è quella che ha preso il posto di Strauss-Khan a capo del FMI… )

La considerazione che viene da fare è che forse ci stanno prendendo per il culo, come sempre.

Il debito pubblico nazionale greco, a Settembre 2010, è pari a 337 miliardi di euro, di cui, secondo le stime di Credit Suisse, il 47% (ovvero circa 158 miliardi di euro) è detenuto da banche e fondi di investimento esteri ed il 15%, ovvero circa 51 miliardi di euro, da fondi pensione o assicurativi (in parte importante anche stranieri). Sempre secondo Credit Suisse, solo il 29% del debito greco (ovvero 98 miliardi) è detenuto da privati o imprese finanziarie greche. I restanti 239 miliardi sarebbero detenuti da soggetti stranieri.

Quindi sorge il sospetto che i prestiti effettuati da BCE e del FMI siano stati più che altro un modo per “ristrutturare” il debito greco a protezione degli investitori: ovvero banche, in massima parte.

Cioè, con il classico conto della serva, se sono investitori privati a non essere pagati, sono loro stessi ad assumersi la perdita. Punto. Se sono degli Stati, sono le collettività dei cittadini di questi Stati, ad assumersi la perdita.

Ovvero: il trucco è sempre lo stesso. Quando c’è da guadagnare guadagnano pochi, quando c’è da rimettere ci rimettiamo tutti.

Ora che sono riusciti a mettere qualche toppa, possono fare la voce dura: o la Grecia accetta un programma di lacrime e sangue oppure viene lasciata al suo destino.  Chiaramente preferiscono che il paese tiri la cinghia e tutto resti come prima. Non sono graditi sconvoglimenti sociali. Ma nel caso, hanno salvato il salvabile.

Il default della Grecia, quindi, avrebbe dovuto essere dichiarato due anni fa.  Intanto infatti sono due anni che il popolo Greco paga nella sua interezza le conseguenze delle politiche economiche antisociali messe in atto su pressione del FMI. Probabilmente, nazionalizzando il debito, a questo punto la sua economia avrebbe potuto essere già in ripresa.

L’Islanda è un paese piccolo. Ma nel 2009 quando le sue tre maggiori banche andarono in default e l’FMI come è sua pratica insisteva perché effettuasse  tagli alla spesa pubblica, in particolare su sanita’ ed educazione, aumento delle imposte sul lavoro e imposte indirette e applicazione di una politica monetaria restrittiva (sostanziale aumento del tasso di interesse), l’Islanda rispose picche, dicendo che non avrebbe pagato. O avrebbe pagato quando avrebbe potuto.

Come si evolve questa situazione?   Qui alcune considerazioni.

Gli islandesi hanno praticamente detto: i debiti delle banche sono delle banche, non degli islandesi, sorry.  FMI e BCE hanno invece fatto accollare i debiti degli investitori stranieri in Grecia ai Greci e/o ai bilanci pubblici europei.

L’italia ha prestato 8 miliardi di euro alla grecia. Quegli 8 miliardi non sono andati in politiche di assistenza sociale, perché queste sono state tagliate drasticamente. Ma sono andati per permettere agli investitori stranieri (fra cui anche banche italiane, certo) di uscirsene, in parte perlomeno. Ora gli 8 miliardi li pagheranno gli Italiani intesi come collettività.

Capito il giochetto di Merkel e compagni? Hanno preso tempo per accollare il debito alle collettività. Come ha fatto Greenspan con il salvataggio delle banche americane.

Ora se la Grecia non farà default,  accettando il programma di lacrime e sangue che gli stanno imponendo, ci faranno pure qualche affarino, nel frattempo, comprandosi a tozzi e bocconi ogni attività produttiva e/o turistica. Ma per le privatizzazioni ci vuole tempo, questo è un obiettivo secondario. L’importante era uscirne con meno danni possibile, poi se ci si potrà guadagnare… tanto meglio.

Quindi, visto che comunque nei prossimi mesi queste iene spolperanno quanto possibile il popolo greco, secondo me tanto vale che dichiarino default. Perlomeno si giocherà a carte (quasi) scoperte.

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2 thoughts on “Grecia default. e allora?

  1. La cosa preoccupante non è il default infatti. Ma la risalita verso nord (non geografco ma finanziario) della linea di intervento dell’FMI e della BM.

    In genere queste erano ricette che si applicavano ai paesi in via di sviluppo che si voleva catturare e svendere al miglior offerente. Con il solito giro di affari loschi fra chi poi investe, chi “suggerisce” le leggi e i governanti che le fanno.

    Ora siamo arrivati alla Grecia. Chi saranno i prossimi? Contando che di Chicago Boys qui da noi ce ne abbiamo in una e nell’altra compagine del partito di sinistra-centro-destra ….

    • ah… nel breve periodo, nonostante l’italia abbia una classe politica che non ha nulla da invidiare quanto a corruzione a quella greca, non toccherà certo a noi.
      prima c’è il portogallo, la spagna e, soprattutto, l’irlanda…

      noi abbiamo riserve in oro e un risparmio privato enorme

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