Hemingway


Leggo su Repubblica che sono 50 anni dalla morte di Hemingway e che per l’occasione esce un libro: “Ernest Hemingway, una vita da romanzo”.

Non lo comprerò. Ho letto tutto di Hemingway molti anni fa. Ma sono contento che esca questo libro e se ne parli. Magari può farlo conoscere di più.  Perchè penso che valga la pena di leggere i suoi libri, anche se tutti contengono quello stupore, quella domanda, così perfettamente sintetizzata nella sua fine.

Ogni tanto, su questo blog, mi è venuto in mente che avrei voluto parlare di Hemingway. Ogni volta mi sono detto che erano passati troppi anni, che i ricordi erano confusi, che avrei dovuto rileggere qualcosa.  E ho sempre rimandato.

Però in fondo non credo sia giusto. Alla fine non è che avessi intenzione di scrivere una recensione su un libro. Volevo solo scrivere di quello che Hamingway mi ha lasciato, attraverso quelle letture.

Beh ho sempre pensato che avrei voluto essere come lui. Perché lui scriveva di quello che viveva. Perchè di quello che viveva era curioso, e cercava di capire, di carpire, quel nesso profondo fra le cose, che sembra lì a portata di mano a volte, ma sfugge alla descrizione.

Quel senso delle cose che sembra sempre una foto mossa. Era lì ma… è confuso. Non ha contorni. E’ vago.

Sembra che solo la morte lo fissi. La vita serve ad avvicinarsi a capire quello che la morte spiega.

O semplicemente è la cessazione della domanda, e in questa cessazione è la risposta.

L’arrabbattarsi per vivere. La guerra. La caccia. La pesca come la caccia. La boxe. La corrida. Storie vissute e storie assorbite, per continguità. Per curiosità. La vita. L’alcool per dimenticarla.

Nei suoi libri parla poco di donne. L’infermiera della guerra, giusto mi ricordo. Ed era un affidarsi, ferito. Una donna materna, ancorchè per un amore sensuale.  Parla più di animali. Di forza, coraggio, fierezza, anche nella sconfitta. E di piccoli uomini schiacciati dalla vita, che pure hanno il coraggio di sopravvivere, senza eroismi.

Sembra che quello che lui cerca, e fissa nelle sue pagine, è la forza di vivere. La persegue nella sua esistenza. La vita che tende ad affermare se stessa, senza tentennamenti, anche andando  incontro alla sua stessa nemesi.

Il vecchio e il mare è un libro semplice da descrivere. C’è un vecchio su una barca che prende un pesce così grosso che non riesce a tirarlo su. Tutto il libro gira attorno a questo.  Mi chiedevo, perchè “il vecchio e il mare”. Perchè non “il vecchio e il pesce”. Dopotutto di questo parla il libro. Ero dalla parte del pesce, che combatteva strenuamente per la sua vita. Perché, vecchio, mi chiedevo, se ammiri questo pesce, non lo lasci libero. Perché lo vuoi uccidere. Non ti ridarà la tua forza, il toglierli le sue. Non farà di te un dio, decidere la sua fine.

Ma il vecchio siamo noi che ci interroghiamo su quello che facciamo. Il mare è il mistero della vita. Il pesce, che resta nascosto, e solo per alcuni istanti terribili s’intravede, è il nostro nemico, la nostra morte, la nostra fine. Lottiamo contro di essa con tutte le nostre forze, e quando la sconfiggiamo e ci accorgiamo di non aver avuto nulla. Non è cambiato niente. Continua ad accompagnarci, sorniona. E’ essa stessa parte della vita. E’ inutile, ogni volta, sopravvivere alla propria morte. Moriamo comunque insieme ad essa.

E in ogni istante della nostra esistenza viviamo questa duplicità. E Hemingway la cercava ovunque. Come un pittore cerca una certa luce, nei luoghi più diversi.

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5 thoughts on “Hemingway

  1. Su f:b: detesto utilizzare il tasto “mi piace”…qui oggi…dopo aver letto il tuo pensiero non viene in mento frase migliore.
    Mi piace quel che hai scritto. Buona giornata 🙂

  2. Confesso di non essermi mai interessato a Hemingway per uno stupido pregiudizio: avevo letto da qualche parte, e non so nemmeno se sia vero, che lui scriveva apposta da sbronzo per ispirarsi.
    Però quel che tu dici, a proposito della morte come unica risposta alle domande della vita, mi riavvicina.
    E inoltre sì, saranno coincidenze questi due suicidi (Hemingway e Langer), ma il secondo in particolare non me lo spiego. Così come il suicidio di Gian Piero Motti.
    Da una parte è giusto non scavare addentro le persone in tali circostanze, per una sorta di rispettosa reticenza, dall’altra son qui che mi domando ancora…

    • Non sono mai riuscito a spiegarmi i suicidi che ho vissuto, da lontano o da vicino. Penso che ad alcuni si crede di poter dare un senso, perché c’è una risposta apparentemente pronta. Ma credo che questo senso il più delle volte non sia quello che è passato nella mente di colui che poi ha compiuto il gesto.
      Anche aver valutato nella propria vita, senza autocommiserazione, l’idea del gesto e le sue implicazioni, non aiuta più di tanto, se poi si è ancora lì a pensarci… vuol dire che il confine non lo si è passato. E solo aldilà di quel confine qualcosa di più si può capire.

      Una cosa che ho letto di David F. Wallace, ultimamente, mi ha colpito. Wallace è particolarmente credibile, su questo concetto, avendo poi lui stesso fatto questa scelta.

      “” La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.””

      • Pienamente d’accordo. Uccidersi, dev’essere tremendo. Ci vuole un gran coraggio e questo può darlo soltanto una forza contraria e terribile, soverchiante, più violenta ancora.

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