Il problema della violenza


Le manifestazioni in Val di Susa, o in Grecia,  fanno tornare in superficie, nella mia testa, dei dubbi ai quali molti anni fa, quando ero giovane e pieno di entusiasmo e di fatalistica determinazione, credevo di aver superato.

Poi avevo scoperto che non era così. Nella vita capita, di andare avanti pensando di saperne sempre di più e invece ritrovarsi a saperne di meno.

Il potere ha le Leggi, ha i media per farle accettare e la polizia per imporle; ha i soldi, per comprare e per dividere.  Usa spudoratamente la menzogna. Non esita ad usare la violenza, palese o occulta. Riduce al silenzio con l’intimidazione di una macchina pervasiva e con memoria d’elefante. Ha un’infinità di servi e di lacchè.

In una democrazia ideale il popolo vota e tramite i suoi rappresentanti fa si che nel paese non ci siano (troppe) ingiustizie. Che i molto ricchi non possano inflenzare, più di tanto, il volere dell’assemblea legislativa. In modo che il potere economico – oggi è meglio dire finanziario e/o criminale – quello cioè non sottoposto a ricambio, non possa fare il bello e il cattivo tempo.

Ma la democrazia ideale, se mai c’è stato un momento e un luogo in cui è esistita, oggi è ben lontana, in questo come in altri paesi.

E’ andato costituendosi nel tempo un blocco elitario che hanno chiamato con appriopriatezza casta, un intrico fatto di interessi convergenti fra affari, leciti e non, a diversi livelli, da quello locale a quello sovranazionale. Tale casta ha in mano ogni istanza di potere nel paese. Gestisce le cose in modo da poter succedere a se stessa, in ogni caso. Non lascia spazio ad alcun tipo di ricambio reale. Consistenti parti del paese non hanno alcuna rappresentanza parlamentare.

Di fronte al potere si è praticamente inermi e  impotenti contro i suoi mezzi soverchianti. La frustrazione che ne deriva, la rabbia che non trova sbocchi, possono portare ad atti violenti, individuali o organizzati.

Il livello d’indignazione dipende dal grado di sensibilità democratica di ciascuno, di quanto siamo stati educati a sopportare le ingiustizie, o a perpetrarle. Da quanto si è, più o meno casualmente, coinvolti. A volte senza volerlo ci si ritrova in prima fila. Perché hai perso il lavoro. Perché non sai più come andare avanti.

Oppure perché ti vogliono costruire un’opera faranoica davanti casa e informandoti ti rendi conto che non serve a niente, se non alle loro già ben foderate tasche. Come in Val di Susa.

In una democrazia ideale ci sono delle regole. La regola principale è che se vuoi cambiare le regole devi arrivare a farlo osservando delle regole. Sembra una tautologia ma è semplice: ad esempio, se vuoi cambiare la costituzione, financo abrogarla e sostituirla con un’altra, hai bisogno della maggioranza dei 2/3 dell’assemblea.

Il rispetto delle regole, da parte di tutti, è fondamentale in qualsiasi sistema. Se qualcuno non le rispetta c’è il diritto di farle rispettare con la forza. Ma che succede se chi non le rispetta è lo stesso che dovrebbe vigilare su di esse? Che succede se migliaia di cittadini perdono la propria rappresentanza nelle istituzioni?

Ogni volta che ciò si verifica, oppure che sembra si stia verificando, si ritiene di aver diritto di affermare che le regole non valgano più e pertanto si è giustificati ad agire al di fuori di esse.

Quando si comincia ad agire nell’illegalità si verifica prima o poi il fatto che chi ha più forza la usi. Se ti difendi inneschi un meccanismo che almeno in potenza porta allo scontro violento.

Per trovarsi improvvisamente ad agire nell’illegalità ci vuole poco. Capita anche che chi deve controllare le regole le cambia, e afferma che quello che prima era legale oggi non lo è più.  Dalla sua ha il diritto della forza.

Al diritto della forza come si risponde? Da che mondo è mondo con la forza. Oppure si piega la testa.

Va da sé che il livello dello scontro, per quanto si cerchi inizialmente di tenerlo basso, è destinato ad aumentare nel tempo. Le posizioni si radicalizzano. Gli schieramenti non riconoscono più al nemico uno status di interlocutore ragionevole. Lo scontro diventa velocemente faida. Gli atti di ognuna delle parti innescano vendette. Cresce il muro dell’incomunicabilità, dell’inimicizia.

So per esperienza che questa è una strada molto pericolosa. Difficilmente porta da qualche parte, il più delle volte è un vicolo cieco. Alla fine del quale arriveranno pochi, facendosi male.

In un primo momento questo sembra inevitabile. Basta uno sguardo di retrospettiva storica per rendersi conto che ogni significativo mutamento sociale è sempre e comunque stato innescato da momenti di scontro violento: guerre, rivoluzioni, insurrezioni.

Ma è uno sguardo filtrato: se cerco i mutamenti improvvisi e radicali è ovvio che siano di matrice violenta. Se cerco il segno netto, la linea divisoria fra prima e dopo, è chiaro che sto cercando una cesura radicale col passato, e quindi difficilmente sarà stato indolore.

Infatti a ben guardare sarebbe meglio dire: ogni significativo mutamento sociale radicale e subitaneo. Perchè in realtà le società cambiano anche in modo importante, nel corso del tempo, ma con una certa lentezza.

Bisogna dar modo alle idee di propagarsi, alla coscienza collettiva di crescere. Occorre una spinta costante, per questo. E ci vuole tempo. E questo tempo contrasta con la fretta e il senso di urgenza di chi la consapevolezza della necessità del cambiamento l’ha acquisita.

Eppure non c’è altra strada. Ogni forzatura sarà controproducente.

Il mio cuore, il mio istinto, la mia rabbia ieri era con chi stava in Val di Susa. Ma la mia ragione e la mia esperienza dicono stiamo attenti. Troviamo altre strade che non sia la contrapposizione frontale. Lo scontro fisico.

Su quel piano, aldilà di ogni retorica guevarista, sono estremamente più forti. Abbiamo tutto da perdere da un innalzamento del livello di scontro.

So perfettamente come sono andate le cose. Riconosco le bugie sui media. Quelle della polizia e quelle dei politici. So quanta rabbia si ha in corpo, quando si leggono certe menzogne. Ma questa rabbia non è una buona consigliera.

Nella lotta occorre trovare altre forme, usare tutte le possibili armi legali. Ampliare la rete della solidarietà e dell’informazione. Trovare forme di boicottaggio intelligenti e incisive. Percorrere strade politiche tipo quella di indire un referendum (meglio se agganciato ad altri temi importanti). Collegare le mille iniziative dell’alternativa, che oggi sono quelle dell’etica e della coscienza. Quelle che hanno portato i referendum a vincere.

Non c’è altra strada, attualmente.

Bisogna però sviluppare la visione politica che la Val di Susa è un punto di partenza. Che è un problema nazionale. Che è una discriminante fra chi vuole cambiare questo paese e chi invece è in tutto e per tutto rappresentante del vecchio che lo ha e lo sta affossando. Sia che attualmente si trovi al governo che all’opposizione. O sia rappresentante istituzionale.

da “ventanni di lacrimogeni” post di Pino Cabras su megachip .. (…)

Lo dice bene il sociologo Marco Revelli in un’intervista al «Fatto Quotidiano» del 3 luglio 2011: «Per opporti devi essere anti-sistema. Per farlo è necessaria una forte consapevolezza di quello che sei. Ma se abbiamo smarrito la coscienza di noi stessi, allora vale la logica dell’utile». Dovrebbero meditare su questa riflessione tutti gli illusi che si attendono un cambiamento della prossima era post-Berlusconi. La classe dirigente del centrosinistra è altrettanto irriformabile. Ha valori e obiettivi politici che non si spostano di un centimetro dai programmi del capitalismo assoluto, dalle cricche affaristiche, e dalle loro costosissime pianificazioni.

Nel sindacato della FIOM – per via delle sue antenne molto sensibili – il segno di questa contraddizione arriva in pieno, e perciò non deve sorprendere poter leggere quanto scrive dal treno il dirigente sindacale Giorgio Airaudo sul suo blog, mentre si reca alla manifestazione No-TAV: «la politica che vuole l’alternativa dovrebbe nutrirsi di questa partecipazione e di proposte che vadano oltre le “grandi opere” finanziate con soldi pubblici che non abbiamo e non avremo, per merci che non avranno bisogno di velocità ma di innovazione di prodotto che tenga conto della riduzione energetica, dei limiti ambientali del pianeta e di garantire il diritto al lavoro per tutte e tutti nella libertà. Vedranno tutto ciò? O è un problema di ordine pubblico anche per il centrosinistra?».

Airaudo ha toccato davvero lucidamente il punctum dolens. Il punto è che il centrosinistra non è «la politica che vuole l’alternativa»; non certo a livello dei suoi dirigenti. E perciò la questione TAV sarà un banco di prova, un laboratorio politico generale per un certo tempo ancora, in cui si disegneranno il profilo del sistema politico italiano, la tutela della libertà, e le priorità dell’economia.

Per l’intanto il PD ha scelto bulldozer e lacrimogeni. Chiamparino, Bersani, Fassino nonché il responsabile sicurezza del PD, Fiano, hanno fatto una scelta di campo.

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9 thoughts on “Il problema della violenza

  1. “Nella lotta occorre trovare altre forme, usare tutte le possibili armi legali. Ampliare la rete della solidarietà e dell’informazione. Trovare forme di boicottaggio intelligenti e incisive. Percorrere strade politiche tipo quella di indire un referendum (meglio se agganciato ad altri temi importanti).

    Non c’è altra strada, attualmente.”

    Ma intanto i cantieri partono

    • Non dico che non si debbano fare manifestazioni e altre forme di lotta di questo tipo, sia chiaro. Dico solo che non bisogna farsi trascinare nella spirale dello scontro politico muro contro muro, con prove di forza fisiche. E’ un abbaglio, l’idea che sia una strada praticabile.
      Potrebbe diventarlo, forse, ma ad un livello di consapevolezza e partecipazione ben più ampio di quello che è attualmente.

  2. In linea di massima sono d’accordo con te. Dopo ogni rivoluzione c’è stato il terrore. Dopo ogni strappo è complicato ricucire. Guevara era un’uomo già fuori dalla storia quando scrisse le cose che scrisse. Almeno fuori dalla storia vera dell’America Latina.

    Premessa: nel dire quello che dico faccio finta di non distinguere fra la gente della Valle e eventuali gruppi che si muovono per fare casino dovunque ci sia un sasso da lanciare tanto per farlo. Faccio finta che anche le bottiglie di ammoniaca le abbiano lanciate cittadini incazzati.

    Talvolta, e in maniera strategica. Quindi razionale e non emotiva. Pianificata e non improvvisata. Talvolta un segnale forte va inviato. Anche per poi tornare al tavolo pacifico delle trattative. Scatenando la Rete. Usando il segnale che ha riportato alla ribalta il tema per raccontare i fatti dimenticati come sono. Avviando il cambiamento lento e pacifico.

    Secondo me più che distinguere fra cambiamenti radicali e subitanei e queli lenti e progressivi bisognerebbe parlare di mutamenti che procedono secondo un maoto oscillatorio. Le siuazioni si comprimono fino a quando la sinusoide non raggiunge un picco, il punto di rottura. Poi siscende verso il basso. Ed è il tempo delle riparazioni. Dei consilidamenti. Poi le situazioni inevitabilmente degenerano e le tensioni fra i grupi di interesse insiano ad aumentare di nuovo fino a un altro punto di rottura. Il pericolo è la calma piatta.

    L’arma più potente della cricca (più che casta … almeno le caste indiane avevano dei fondamenti filofico-culturali discutibili ma non organizzati sul solo sopruso del potente sul reietto) è proprio il silenzio che si fa calare sulle questioni. Scompaiono dai media. Scompaiono dalla realtà. Non sono molti in Italia quelli che attingono ad altre fonti per l’informazione. Se la cosa non è in TV non c’è. Punto.

    Spero solo che la strategia in Val di Susa venga pianificata a dovere e non si lasci tutto a tatticismi idioti e inutili. A quel punto meglio abbassare la testa.

    Amici con cui parlavo dopo questi ultimi eventi, anche dopo averli visti alla maniera distorta dei TG di regime la domanda se la sono fatta. Ma se mi costruiscono la metropolitana sotto casa mi si rivaluta l’appartamento e allora non protesto. Ma perché questi che gli stanno costruendo un magnifco treno ad alta velocità che potrebbe rivalutare economicamente la valle stanno protestando?

    • Suppongo che la tua domanda finale sia retorica.
      Cioè può essere utile capire la genesi della protesta, ma i motivi generali di essa ormai esulano dalla molla iniziale che ovviamente deve essere stata quella che per cui in una domanda egoistica “mi fa comodo o meno?” la risposta deve essere stata: “tutto sommato no”. Da cui l’allargarsi di essa, ma anche l’approfondirsi nei temi.

      Ma a parte questo.
      Sappiamo bene che in queste situazioni si trova di tutto. Anche motivazioni esistenziali autodistruttive vengono sublimate e paludate sotto forma di proposte politiche. Anche soggettivismi esasperati, protagonismi irrisolti, per non parlare di semplice imbecillità.
      Ma come dici tu, facciamo finta che non ci siano (e invece ci sono) e consideriamo la buona fede.
      Anche le bottiglie di ammoniaca possono essere considerate tali, dato che l’ammoniaca serve per neutralizzare in parte i gas lacrimogeni, che altrimenti ti massacrano. E poi magari per rabbia tiri quello che hai sotto mano. Anche la bottiglia di ammoniaca. E magari ne hanno tirate 2 e quelle però finiscono sui media. A caccia di sensazionalismi per loro natura generale ma in questo caso ancora di più, volendo rafforzare le tesi cui sono portatori.

      Tu parli da osservatore.
      Io parlo come colui che deve scegliere da che parte stare e fare. Agire.
      L’osservatore ha un posto privilegiato, aldilà di quelli che siano i suoi convincimenti, può parteggiare idealmente per una parte o l’altra nella storia, ma anzi è meglio che nemmeno lo faccia.
      Mi rendo conto che esiste un moto oscillatorio, nelle società. Ho abbastanza anni per aver vissuto la spinta dell’onda e la risacca. Più volte.
      E tuttavia in alcuni contesti devi scegliere da che parte stare, anche se sai che quello stare è parte di un movimento più ampio.
      Addirittura sai che anche un fare sbagliato, ha senso, in uno sguardo da più lontano.

      Il problema è che ciò che può avere senso guardando da lontano, nel tempo soprattutto, può essere affatto comprensibile da vicino.

      E’ interessante, vederne gli sviluppi, perché le dinamiche per buona parte sono prevedibili. E’ come un gioco. Ma ciò che non è prevedibile fa la differenza e cambia il corso della storia. A volte accade.

  3. Potrebbero giocarci sull’immagine dei gruppi violenti…. “i balck bock sono tornati” …”i cattivi balck block”… “i violenti” ecc ecc.
    Per far leva sulla sensibilità della gente comune…. e rigirare un pò le carte come vogliono.

    • Ovvio che ci giochino. I black block non esistono. Sono una cazzata mediatica che gira da genova dove alcuni gruppi erano minimamente organizzati per sfondare il muro della zona vietata. Da allora girano come fantasmi in qualsiasi manifestazione in cui qualcuno oltre a prenderle tenta di restituirle pure, in parte.

      E’ la normale ipocrisia. Per cui l’unico manifestante buono è quello che non si vede, non urla, non blocca il traffico, non fa casino, e soprattutto, se le prende sta zitto.

      Siccome poi è difficile dividere nell’immaginario collettivo proposto dai media la folla di persone normali con le loro ragioni, uomini, donne, anziani, in questo caso anche bambini, autorità locali e quant’altro, che si vedono in queste manifestazioni da quelli che poi tirano anche pietre o ritirano i lacrimogeni, allora questi diventano black block. Una sorta di dr. jeckill e mr. hide non pienamente compreso.

      Perchè non si capisce che un tranquillo dr. jeckill possa diventare mr. hide se lo prendono a bastonate e cercano di soffocarlo. Non può essere la stessa persona. Devono essere in due, quello buono e quello cattivo.

      Quello buono lo perdoniamo se da oggi se ne sta a casa sua. Quello cattivo la prossima volta non saremo così teneri. Lo dice anche Napolitano che sono eversori.

      Ah ma Napolitano è lo stesso che vuole che continuiamo a fare la guerra alla libia. Ah già.

  4. mi piace la riflessione, mi angoscia quello che sta succedendo in Val di Susa, perchè tra le tante cose, potrebbe essere il preludio a quel che per adesso è stato “fermato” dal referendum…
    Però, nei panni dei valsusini, accerchiati da forze e da menzogne soverchianti, non vedo una via di uscita che non sia quella della ribellione…
    Aggiungo che questo è un momento di grande sfiducia in un “sistema senza programma”…
    Il rischio non troppo remoto per loro e a seguire per tutti, è che data la stura ad opere di questo genere, si ripropongano mostri come il Ponte sullo Stretto, altra opera inutile generata da una macchina mangiasoldi…
    E non a caso, come il nucleare, ampiamente rilanciata e sostenuta da questo governo di delinquenti…

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