Chi vuol essere lieto sia…


… di doman non v’è certezza.

Un bell’articolo di Guido Viale, “Uragano in arriva“. Riporto alcune parti e ne consiglio la lettura integrale:

Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania.

(…)

Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora.

Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, «bolle» finanziarie.

(…)

Insomma: non c’è «aria di crisi». C’è un uragano in arrivo.

(…)

Fa poi riferimento alla ricetta “lacrime e sangue” proposta sul Sole24Ore da Perotti e Zingales che fa il paio con quella che ho commentato ieri del PD tramite Enrico Letta   ovvero: privatizzazioni. Che sostanzialmente significa SVENDITA di beni comuni, ma non solo. Anche TAGLI.

Ora ci attendono i sacrifici: come se negli ultimi anni avessimo invece gozzovigliato. Qualcuno lo avrà certamente fatto. Ma dubito che ora i suoi sacrifici saranno più che apparenti. Sono certo invece che per moltissimi la vita diventerà molto più dura.

Ho il forte dubbio che la finanza internazionale, – ma chi c’è dietro questa fantomatica finanza internazionale se non le solite enormi plenipotenziarie banche d’affari? – manovrino mettendo in crisi gli Stati per accelerare i processi di privatizzazione e comprare a basso prezzo per poi rivendere smembrando con alti guadagni. Ma questo è un altro discorso.

Nel suo bell’articolo Guido Viale dice che gli Stati ormai sono ostaggio,  – io direi sostanzialmente creature – della finanza internazionale (tipo Goldman Sachs, appunto) e che:

Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli.

E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.

(…)

Tutto giusto, quello che dice Viale. Tutto ampiamente condivisibile. Ma…

Il problema è globale, non solo italiano. Come si può pensare di modificare la sostanza stessa delle relazioni economiche attuali con il loro impatto devastante sul pianeta in modo indolore? Come si può pensare di essere in grado di cambiare struttura del treno e della ferrovia mentre la macchina è in corsa?

Lo vediamo continuamente nel nostro paese. A fronte di una crescente consapevolezza della necessità di una vita meno consumista, la dirigenza del paese non sa far altro che riproporci gli stessi modelli economici che ci hanno condotto in questo vicolo cieco.

Perchè di un vicolo cieco si tratta. Senza via d’uscita.

E’ ovvio che qualsiasi cambiamento non avverrà in modo indolore. E’ impossibile. Perchè ognuno tenterà di andare avanti nell’unico modo che conosce, fino a che qualcosa di traumatico non costringerà a cambiare.

Ognuno, a qualsiasi livello, consapevole o meno che sia del suo destino di lemming, che corre verso il baratro.

Quale sarà la natura dell’evento traumatico non saprei. Gli scenari possibili sono molti. Non è pensabile ipotizzarli.

Ma quello che è certo è che lo si voglia o meno, il futuro ci prospetta lacrime e sangue. Speriamo solo in senso metaforico.

 

Qualche anno fa,  probabilmente in seguito a qualche lettura non credo come pensiero originale, mi balzò in mente l’evidenza del fatto che la natura non abbia affatto a cuore la nostra felicità individuale.

Ciò potrà apparire banale. Perché mai la natura, o chi per lei, intesa come entità creatrice e/o regolatrice, o come insieme di leggi, o come ciò che ci circonda e nel quale siamo immersi, dovrebbe avere a cuore, nel senso di avere come scopo, la nostra felicità?

Le grandi religioni rivelate, di identico ceppo, giudaico-cristiano-islamico risolvono la questione: siamo qui per soffrire, il bello viene dopo (se ti comporti bene, laddove bene è in origine una serie di regole etiche con il senso logico di tenere insieme questo mucchio informe di individualità e successivamente anche altro… )

In altre zone del mondo hanno risolto diversamente: il bello è anche ora, ma è altrove, dato che la vita può far abbastanza schifo e ce ne sfugge generalmente il senso, basta non farsi toccare, estraniarsi, allontanarsi. Ovviamente non tutti ci riescono, nelle more di problematiche terrene, pertanto anche qui l’altrove diventa un dopo.Vita dopo vita.

Fatto sta che pur nella generale incertezza, c’è sempre stato qualcuno che stava nettamente meglio della maggior parte degli altri. E magari non che fosse proprio sempre  felice, ma certo poteva godersi una quantità di piaceri materiali piuttosto consistenti. Questi qualcuno sembra ricavassero un certo vantaggio, nel far credere agli altri, volenti o nolenti, che questa era la vita, pertanto fosse inutile ribellarsi e chiedere di più.

Sei nato schiavo, si vede che dovevi nascere schiavo. Così come il topo nasce topo, il verme verme. Punto. Ma questo è un altro discorso.

I positivisti, (ché altrimenti si sarebbero chiamati negativisti, d’altro canto) dissero che potevamo spostare il dopo e l’altrove nel qui ora. Se ci impegnavamo un po’. Addirittura ci fu chi teorizzò che fosse possibile una distribuzione della ricchezza a seconda delle necessità. Perchè l’uomo non era egoista per natura, ma solo indotto ad esserlo dalla contingente penuria di mezzi materiali per la sussistenza.

La grande speranza che ne scaturì prese varie forme. Alla base di tutte c’era l’enorme fede nel progresso. Nell’inevitabilità dello stesso. Nella crescita continua direttamente proporzionale al miglioramento delle condizioni di vita generali.

E così è nato il concetto di diritto alla felicità. Un diritto non affermato ma dato per scontato. Falso in assoluto, ma sentito come vero laddove era nato: quella zona del mondo di difficile definizione geografica ma culturalmente chiamata occidente.

Nato per contrastare quello che ci aveva accompagnato per secoli di irrimediabilità dell’infelicità il diritto alla felicità era garantito dal progresso, che ci avrebbe reso sempre più ricchi, più sani, più belli, più longevi.

Il punto è che si scambia a volte l’ordine degli eventi.

Se qualcuno mi dice che nella mia natura di uomo c’è irrimediabilmente l’infelicità e pertanto sarà meglio che accetti schiavitù, sudditanza, sofferenze, rinunce, maltrattamenti, fame e malattie eccetera…. allora mi sembra più che giusto affermare il mio diritto ad aspirare alla conquista di quanta più felicità possibile.

Questo però non vuol dire che alla nascita si ha diritto ad un tot di felicità. Non sta scritto da nessuna parte. Perché anzi, non siamo costruiti per quello. Siamo costruiti per sopravvivere il più possibile, ma se nelle difficoltà, per la natura è meglio, dato che è nelle difficoltà che funziona al meglio l’adattamento evolutivo.

Se fossimo costruiti per essere felici, ad esempio, avremmo un sistema di allarme interno, il dolore, fatto un po’ meglio. Non ci farebbe impazzire per una banale infiammazione di un nervo come il trigemino, lasciandoci sereni e tranquilli mentre dentro sta sviluppandosi un cancro che ci porterà alla morte in sei mesi.

Per noi non ha senso. Ma ha senso per la natura.

Già perché alla natura interessa solo che gli individui esplorino nuove strade, ovvero che la vita si è espanda. Ci dota di un mix fra istinto di conservazione e istinto di ricerca.  Alla natura non interessa né che l’individuo né la specie sopravviva. Un cancro può essere una mutazione che migliora la specie, alla lunga. Un tentativo di adattamento andato male. Chi se frega del tentativo fallito, nelle alte sfere dove l’imperativo è crescere.

La vita tende solo ad affermare se stessa. In tutti i modi. A scapito di altra vita anche. Il meglio adattato va avanti.

Mi pare, cito a memoria, scusatemi se non sono preciso al decimale, la sostanza resta quella, che da quando esiste la vita sulla terra si sono estinte il 99,8% delle specie viventi.  Ce ne sono miliardi, ma questi miliardi che esistono ora rappresentano lo 0,2% di tutte quelle che sono vissute sulla terra da quando la vita esiste. Almeno per quanto ne sappiamo.

Cioè, parliamoci chiaro, alla natura non interessa minimamente che una specie sopravviva e si affermi. Così come non gli interessa che un certo individuo sopravviva e si affermi. Figuriamoci la sua felicità.

Non abbiamo alcun diritto alla felicità. Anzi siamo programmati per essere sempre inquietamente alla ricerca di qualcosa. La terra più fertile. La donna più bella. La macchina più grossa. Il prato più verde. Poi se è del vicino, accidenti!

Siamo programmati così perchè se riusciamo a crescere come individui, ad avere di più ad essere più forti, più grandi, più adattati, ad avere più successo, rinforziamo la specie. Come specie più siamo forti e più affermando noi stessi affermiamo la vita.

Questo ci può apparire paradossale. Siamo come un branco di erbivori.  Divoriamo la nostra erba. Se ce n’è poca allontaniamo con una spallata l’animale più vicino. Consumiamo tutta l’erba e quando è finita ci spostiamo. Se non riusciamo a spostarci la mangiamo fino alle radici. L’erba non cresce più, il terreno diventa arido. Desertico. Non troviamo più da mangiare, prima eravamo in migliaia, poi centinaia, poi decine, alla fine moriamo tutti.

Non c’è programmazione in un branco di erbivori. E nemmeno il branco di lupi programma. Se ha di fronte l’ultima coppia di caribù maschio e femmina, non aspetta che figlino. Li uccide e li mangia.

La natura non ha inserito nei nostri geni, né in quelli degli animali, né in quelli delle piante, il concetto di programmazione.

E infatti in natura non esiste il concetto di crescita infinita. Anzi è proprio il contrario. Le specie, in natura, sono come gli individui: nascita, espansione, riduzione, estinzione.

E’ pensabile che la specie umana, questo treno in corsa, si fermi, rallenti, cambi direzione?

Non sembra plausibile senza una sorta di riconversione che affermi il primato della razionalità sull’istinto.

Come singoli individui lo facciamo. Infatti programmiamo, pianifichiamo, progettiamo l’uso delle nostre risorse.

Come specie invece ci comportiamo come il branco di erbivori che distrugge i propri pascoli, finendo per condannarsi.

Quello che conta è infine la direzione in cui si muove la specie. La consapevolezza individuale è inutile, finchè non si allarga a diventare consapevolezza globale.

Ma di quanta energia c’è bisogno per fermare un treno in corsa diretto verso il baratro? Questa consapevolezza, è in grado di generare l’energia necessaria per fermare il treno prima dell’impatto?

Io, scusatemi se sono pessimista, non lo credo. Penso che i prossimi anni saranno progressivamente sempre più duri e difficili.  Per cui vi dico… godetevi la vita, oggi.

Non è un incitazione al consumismo delle emozioni, oltre che delle merci. Tutt’altro. E’ l’invito a cogliere le cose importanti che abbiamo attorno e che spesso diamo per scontate. A costruire, se sfilacciata, una rete di affetti, solidarietà. amicizie. A stringere le nostre relazioni e valorizzarle, perché sarà proprio ciò che la crisi tenderà a disgregare.

Chi vuol essere lieto sia – ora -.

 

 

 

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8 thoughts on “Chi vuol essere lieto sia…

  1. Buzz…sono contento di aver “agganciato” questo blog…
    mi piace sempre leggerlo…perchè spesso mi consolo e mi dico che non sono l’unico “matto”.. 🙂

    • Purtroppo ogni genere di matti sono sulla nostra stessa barca. Anche quelli che vanno in direzione completamente diversa. Ahimè. 🙂
      E alla fine sta barca non la governa nessuno e andiamo verso le rapide.

  2. Pepentux, cosa ne pensi del liberismo d’occidentale stampo, è un modello che ha vinto è indubbio, ma è un modello giusto? infondo è “libertà”, ma è anche quello che decide se mandare allo sfacelo delle nazioni intere, come si vede ultimamente, le nazioni sono composte da milioni di indivudui in cui non vengono minimamente prese in considerazione le conseguenze. Questo modello però, sta mostrando il suo risvolto negativo, forse il più negativo, e si sta dimostrando/mostrando, alla gente, “fallimentare”, ma non inteso nel senso che non funziona….. nel senso che se portato all’estremo se ne potrebbe perdere il controllo e portare ad un nuovo riassetto, magari come “mondo” stiamo imparando…e fa fa parte della crescita, alcune generazioni la pagheranno per migliorare altre.
    Non mi viene da immaginare come sa sarà per me tra 40-50 anni; a volte ti viene, invece, da pensare che forse una tribù dispersa in qualche foresta da millenni e rimasta fino ad oggi intatta, viva meglio e più felice, nella sua “arretratezza”.

    • Se noi venissimo improvvisamente costretti a vivere in una condizione simile a quella di questa ipotetica tribù di cui parli, il trauma sarebbe enorme, ma non ho dubbi che sarebbe una infima minoranza quella che sceglierebbe di morire pur di non vivere in quel modo. La maggior parte si adatterebbe. Chi facendo buon viso a cattivo gioco, chi francamente contento, chi rimpiangendo il passato aureo. Non ho dubbi che anche il processo inverso sarebbe traumatico.
      Quindi è difficile dire dove e in che tipo di vita si sia più felici.
      Io non rimpiango l’arcadia. Non credo che oggi stiamo peggio di come stavamo cento o mille anni fa.
      L’irrequietezza e la ricerca continua fa parte (mi pare) dei nostri geni. Non so se siano diversi da quelli dell’ipotetica tribù.

      Il problema è che questa irrequietezza, questa continua ricerca legittima del miglioramento individuale, che fino ad adesso ha portato ad un progresso collettivo, con ricadute sul benessere individuale, sembra essere giunta al suo naturale compimento.

      Il branco sta consumando risorse scriteriatamente, lasciato a se stesso (liberismo selvaggio) si massacra e massacra il proprio ambiente, condannandosi all’estinzione o quantomeno ad una fortissima e dolorosa riduzione del proprio alveo vitale.

      Io non credo che esista una sorta di Spectre. Quando cito la Goldman Sachs non penso a dei cattivi che vogliono dominare il mondo. In parte perchè il mondo lo dominano già. Penso a meccanismi regolati da leggi di mercato, in cui o mangi o vieni mangiato e tendi a diventare sempre più grosso, perché più grosso sei e meno possibilità hanno gli altri di mangiarti. Penso a giochi di alleanze e di ricatti per perseguire questo scopo. Penso ad azioni e reazioni a catena consapevolmente e inconsapevolmente messe in moto. Ma questi operano su scala planetaria. Sono scontri fra titani che giocano talmente alto che noi non riusciamo nemmeno a cogliere la portata reale dei loro movimenti.

      Penso che il liberismo e anche la democrazia abbiano i giorni contati. Sarà qualche altra cosa o non sarà niente.

      • attenzione;

        l’ipotetica tribù, vive da sempre così, è per quello che è felice, quello è il mondo per loro, con altri problemi sui cui noi oggi rideremmo.
        Per noi sarebbe ovviamente impossibile.

        Sul fatto che il liberismo e “democrazia” potrebbero avere i giorni contati, è difficile a dirsi e ipotizzare quando, noi non assisteremo mai probabilmente a questo cambiamento, è una maturazione troppo complessa, e i cosidetti Titani, che neanche io penso siano i cattivi alla spectre, seguono semplicemente il nostro istinto (ovviamente detto grossolanamente), non molleranno l’osso certo per misericordia o presa di coscienza. Se un cambiamento (maturazione) in un lontano futuro ci sarà, dovrà avvenire o da un organo superiore che imponga, oppure dal basso che altrettanto imponga, il come e se succederà…. boh, e sopratutto che tipo di cambiamento e a cosa porterà sono argomenti quasi astratti, imprevedibili.

  3. Che bello rileggere di Guido Viale!
    D’accordo con te, Buzz, sul nostro modello di sviluppo e sui pericoli, oramai gravissimi, che ciò comporta. Insomma, d’accordo sull'”economia”.
    Sulla filosofia, invece, un po’ meno. La natura, per me, non è che se ne sbatta. La natura è come l’arbitro. Se finora abbiamo potuto giocare e siamo oggigiorno tra quello 0,2% è grazie alle dimensioni del nostro cervello. Cervello che, per avere ancora un futuro, non potrà fare a meno di riconsiderare ed allargare quella cosa, la felicità, a più umanità possibile. Pena, sì, l’estinzione.
    Felicità quindi e, ahah!, speranza nel futuro.

    • “la natura” è un concetto che non vuol dire qualcosa di preciso per tutti. è un sacco che ognuno riempie di significati diversi.
      per me è una convenzione, un espediente.
      uso il termine “natura” per indicare ciò che ci circonda, noi e l’ambiente complesso in cui viviamo. comprende tutto.
      non sembra avere altro scopo se non essere. se ne ha altri mi sfuggono. e checchè possano dire altri, mi sembra che sfuggano e siano sempre sfuggiti anche ad altri, certamente migliori di me.
      a me sembra completamente indifferente al nostro destino. né benigna né malvagia. lontana. né madre né matrigna.
      semplicemente ne facciamo parte, non ne siamo al centro.
      siamo una delle miliardi di specie che si sono affacciate in essa. la maggior parte di esse non sono più.

  4. .Lattacco della speculazione che venerdi 8 luglio 2011 e stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana provocando un ribasso del 3 47 pari a una perdita di 14 1 miliardi di capitalizzazione non e una semplice operazione finanziaria..Chi continua a parlare dei mercati finanziari come di una divinita che organizza la vita delle societa contemporanee sa perfettamente che questi anonimi mercati finanziari hanno nomi e cognomi..Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese cioe vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramenteindividuabili..LItalia viene attaccata perche in realta e uno dei Paesi dellOccidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007 grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria.

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