Libri


Leggo. Non quanto vorrei ma leggo. Ultimamente sto leggendo “Considera l’aragosta”  di E.F.Wallace. Contemporaneamente “L’uomo che parlava con i lupi” di Shaun Ellis.

Nel primo mi riempio di ammirazione per l’intelligenza dell’autore e per la straordinaria padronanza della lingua che gli consente di esprimere i pensieri modulandoli e sfumandoli in profondità, alleggerendoli, rinforzandoli, giocandoci. Sagacia, cultura, originalità, spirito di osservazione. Tutto questo ma anche l’incredibile capacità, apparentemente senza sforzo, di scivolare via con leggerezza, pur mantenendo fra le mani i capi di molte linee di ragionamento, contemporaneamente, non perdendone uno, paragrafi subordinati e note. L’analogia che mi viene in mente è un’orchestra, e un maestro che la dirige, una musica. Wallace mi fa venire in mente Mozart. Non sempre il genio e la capacità di comunicarlo vanno di pari passo. Perlomeno sembrano, dal mio modesto punto di osservazione, andare di pari passo. Quando accade, come in Wallace, si resta estasiati a guardare il fuoco d’artificio che scaturisce dal filo dei suoi pensieri. Qualunque sia l’argomento che sta trattando. Anche se mai prima di quel momento avresti pensato di poter essere tanto affascinato dalla lettura di uno scritto su quel tema.

Tuttavia, proprio come per i fuochi d’artificio, quando finiscono è finita. Non potresti descrivere la fantasmagoria dei colori e delle forme, se non vagamente. Ti resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di bello. Almeno in questo libro Wallace è così.

Nell’altro invece, se la scrittura di Wallace è una fuoriserie, qui siamo di fronte ad un borbottante macinino autocostruito che molto faticosamente sposta se stesso e quel poco che può portare appena per un breve tratto. Però quel poco che può portare, ovvero fuor di metafora, il rapporto di questo uomo con i lupi, è molto interessante.

Infatti, comprese le basi del loro sistema sociale e delle lo istanze comunicative, l’uomo riesce a farsi accettare come membro del branco. La domanda che viene spontanea è: i lupi sono stupidi a scambiare tale bolso personaggio per uno di loro, oppure sono incredibilmente tolleranti? Ma questo è ancora pensare con le nostre categorie di pensiero. Infatti, né l’una né l’altra cosa. Sono semplicemente programmati a basso livello per reagire a certi stimoli e agiscono di conseguenza.

Se avessero coscienza di sé, nel senso di essere coscienti della propria coscienza, così come noi, allora si accorgerebbero che qualcosa non quadra, e che quell’essere non è uno di loro. Si chiederebbero che ci stia a fare fra loro, e dopo deciderebbero se essere tolleranti o intolleranti. Se accettarlo o mangiarselo.

Mi sembra una visione piuttosto romantica e antropocentrica pensare ai lupi che tolleranti accettano il diverso nella loro comunità. Sicuramente qualcuno potrebbe trarne dettami politically correct. Non io.

Dopotutto, capire i segnali di comunicazione base con i lupi non deve essere molto difficile, visto che in un remoto passato ne abbiamo fatto cani. Non vorrei dire però, ma penso che con le tigri, ad esempio, la cosa sia un pochino più complessa. Ma anche le zebre, che a differenza dei cavalli, non siamo mai riusciti né a cavalcare né a fargli portare un carretto.

Ma il libro che ho letto ultimamente e che mi è sicuramente piaciuto di più, spettacolare per la scrittura e che alla fine ti lascia pure con quella tipica sensazione di vuoto – o di pieno – fate voi, di un caleidoscopio di sensazioni non tutte facilmente digeribili, anzi alcune dure da masticare come cotenne, è stato “Meridiani di sangue” di Cormack McCarty.

Direi come tutti i libri di McCarty che ho letto.

A proprosito di grandi scrittori. Ho anche finito di leggere “Underworld” di Don De Lillo. Bello. E anche lui scrive da dio.  Ma (restando in tema di deità) cristo! McCarty è un’altra cosa.  Voglio leggere anche “Rumore bianco” che mi aspetta sul comodino, sempre di De Lillo. Vi farò sapere. Ma parliamo di Meridiani.

Di che parla? Dovessi spiegarlo a un bel po’ di gente che conosco, senza troppe sottigliezze, direi che è un …”western”. Sì, proprio come i film western. Avete presente? cauboi, indiani, messicani, soldati, bang bang colt scalpi eccetera. Ombre rosse, clint eastwood, balla coi lupi. Quella roba lì.

Solo che in McCarty c’è la vita cruda. Nuda e cruda. Senza compiacimento nè domande inespresse. Quelle ce le metti te.

C’è. La vita. E ovviamente la morte. Indifferente. Casuale. Come un entomologo che guarda una colonia di formiche. Mi sa chè ho già usato questa metafora quando su questo blog ho parlato di “Suttree” un altro capolavoro di McCarty. C’è la violenza e l’inevitabilità della stessa, al punto da renderla indolore, come dire… non necessaria, ma ineludibile. Ogni uomo è artefice del destino, proprio e altrui, con quella naturalezza di una pietra che rotola, di un onda che si frange, di un vento che soffia.

La cosa sorprendente, non è la durezza, lo squallore, la sporcizia, la bestialità, la sofferenza, la crudeltà. La cosa sorprendente che per brevi attimi, fortunosamente, casualmente, siamo riusciti ad affrancarsene al punto da sorprenderci guardando quello che McCarty ci mostra.

E ti senti molto, molto provvisorio. Per questo.

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