Ricordando


“… Anche la Morte or ha le sue sementi.
La bisogna con una mano sola
Tratti, e strappi la molla con i denti.

Di su l’ala tu scagli la tua bomba
alla subita strage; e par che t’arda
Il cuor vivo nel filo della romba… “

Così scriveva, entusiasta, il  Vate, Gabriele D’Annunzio, per celebrare degnamente il primo bombardamento aereo della storia. Quello di un italiano, Giulio Gavotti, dal suo aereo, su un accampamento in Libia. Quasi cento anni fa, il primo novembre 1911.

“Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell’oasi che si avvicina rapidamente. Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il corregile che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. Già vedo perfettamente le tende arabe. Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca uno di circa 200 uomini e, l’altro di circa 50. Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla coll’occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande ma sono stato fortunato lo stesso; ho colpito giusto. Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva. Tutti si dimostrano assai soddisfatti”.

Fu premiato con la medaglia d’argento al valor militare.

Per festeggiare opportunamente la ricorrenza, ché il primo bombardamento della storia dell’aviazione è mica una data da niente, nel 2011 si è nuovamente bombardata la Libia.

Come sappiamo, la cricca che è al governo e anche all’opposizione, e che ricopre tutte le alte cariche dello Stato, è stata ed è tutta schierata compattamente dietro ai bombardieri, così come per la TAV sono dietro le ruspe.

Unica eccezione – per la Libia, non per la Tav – sembra essere la Lega. Dico sembra, perchè più che altro bisognerebbe definirla sedicente contraria, perché al momento più che definirsi contraria non ha fatto.

Ben diverso era l’atteggiamento della sinistra cento anni fa.  Giova ricordarlo, il nome di quei morti, a Langhirano, Parma: Elisa Grassi di 24 anni, Maria Montali di 22, Severino Frati di 33, Antonio Gennari di 43.

da qui

Era scoppiata la guerra di Libia. Sotto la spinta di alcuni gruppi capitalistici nazionali, il governo Giolitti si era deciso ad innalzare nuovamente la bandiera delle imprese coloniali, sfruttando l’azione di penetrazione che già da vari anni il Banco di Roma svolgeva in Tripolitania in continuo contrasto con la Turchia che la occupava. Il pretesto per dare inizio alle ostilità contro il governo turco non fu difficile trovarlo. Così, dopo le sfortunate avventure di Crispi, un’altra guerra colonialistica in terra africana era cominciata.
Il popolo fu contrario all’impresa libica, il ricordo dei 4000 morti di Abba Garima era ancora troppo vivo nella memoria degli italiani. E del resto il carattere aggressivo, imperialistico, di quella guerra era del tutto evidente.
Per tali ragioni l’opposizione alla guerra di Libia si manifestò subito con un moto spontaneo e profondo in ogni parte del paese. Le direzioni del Partito socialista e della CGL proclamarono uno sciopero generale di protesta di ventiquattro ore. Era il 27 settembre.
Nella provincia di Parma la decisione dello sciopero fu accolta con slancio. Nelle strade la canzone propagandistica Tripoli, bel suol d’amore veniva cantata con opportune modifiche in cui si esprimeva tutto l’odio dei parmigiani contro quella guerra di rapina:
Nella giornata del 27 lo sciopero fu compatto tanto in città quanto nelle campagne. Soltanto i tramvieri delle linee a vapore fecero eccezione. Era stato perciò necessario che gli scioperanti impedissero il traffico delle tramvie, bloccando la partenza dei treni nelle stazioni poste a capo delle varie linee. Ma anche questa operazione era riuscita poichè i tramvieri, controllati dalla polizia, non domandavano in fondo che un pretesto qualsiasi per unirsi agli scioperanti.
Lo sciopero però cessava a mezzogiorno dell’indomani. Il mattino del 28 quindi, verso le cinque, che il sole non si era ancora levato, un gruppo di una quarantina fra uomini e donne, s’incamminò dalle case di Langhirano verso la stazione per vedere se era possibile impedire la partenza del tram anche per quel giorno. Camminavano calmi e con intenzioni così poco aggressive che si erano portati dietro anche i bambini. Nessuno gridava. La dimostrazione non poteva essere più pacifica e corretta.
Quando però il gruppo giunse alla stazione, la trovò presidiata da una squadra di carabinieri appoggiata da alcune guardie forestali: impugnavano i moschetti con aria minacciosa.
Le carrozze non erano ancora pronte e la macchina si trovava dentro al deposito.
Parte dei dimostranti si dispose perciò attraverso i binari, mentre gli altri entravano nel piazzale interno della stazione.
Pareva che ogni cosa si svolgesse senza incidenti: tra qualche minuto sarebbero venuti i tramvieri, la gente avrebbe parlato con loro, il convoglio non si sarebbe formato e la manifestazione si sarebbe sciolta.
Invece di colpo, i carabinieri si scagliarono violentemente contro gli operai e i contadini, gettando a terra le donne e calpestandole. Poi, quasi subito, senza intimazioni, senza squilli di tromba, senza preavviso, incominciarono a sparare furiosamente.
Fu un momento d’angoscia: i carabinieri non sparavano in alto, ma contro la folla! Le scariche durarono pochi attimi e tuttavia sembrò che non dovessero aver fine. I dimostranti colpiti dal piombo cadevano al suolo rantolando, gridando di dolore; gli altri fuggivano verso il paese inseguiti dal sibilo dei proiettili.
Quando il fuoco cessò, undici corpi giacevano a terra nel piazzale. Un proiettile aveva forato la nuca d’una ragazza ventenne, Maria Montali: altri due colpi l’avevano presa alle spalle.
Un’altra donna, Elisa Grassi, incinta da alcuni mesi, era stramazzata coi polmoni squarciati.
Severino Frati, invece, ai primi colpi, era balzato sul piano caricatore di una vettura, ma qui l’aveva raggiunto una guardia forestale che, dal basso, sparandogli alla gola, gli aveva reciso la vena del collo: il Frati era caduto giù di schianto. Più tardi si ebbe modo di constatare che il Frati era letteralmente crivellato di proiettili alla coscia e al braccio destro.
Antonio Gennari era stato raggiunto da una palla che gli aveva asportato l’occhio e da altri due colpi alle spalle che l’avevano attraversato da parte a parte: “Fucilato alla schiena”, disse poi un testimonio.
Tre morti, un moribondo (il Gennari, che morirà qualche tempo dopo all’ospedale di Parma) e sette feriti, tra cui alcuni assai gravi, giacevano dunque, immersi nel loro sangue, sul piazzale di Langhirano.
Compiuto l’eccidio, col moschetto ancora fumante in pugno, il comandante della squadra omicida, chiamò il capo stazione e gli disse: “Ora lei, capo, può fare attaccare la macchina che i binari sono sgombri”.
Nello stesso istante, sul piazzale, un ferito si alzò e, barcollando, cercò d’allontanarsi dal luogo della strage; ma un carabiniere lo vide, sollevò ancora una volta il moschetto e lo colpì con un’altra fucilata alla schiena. L’uomo cadde bocconi nella polvere.

In cento anni cosa è cambiato?

Non le motivazioni – di rapina – per cui si fanno le guerre.  Non il modo vigliacco di farle.

Non è cambiata nemmeno la risposta delle forze dell’ordine verso chi protesta. Non è per ora così eclatante, ma non ho dubbi che in caso di forti proteste non ci sarebbe alcun freno morale né scrupolo di coscienza. Non c’è bisogno di andare troppo indietro negli anni per rendersene conto.

L’unica cosa che è cambiata è la capacità del popolo di indignarsi e di provare a far qualcosa per cause che vanno oltre il mero tornaconto personale.

Anche questa cosiddetta sinistra, altro non è che lo specchio fedele del paese: un coacervo di egoismi a vari livelli sociali.

Scendere in piazza a protestare per la guerra in Libia?  Ma se non siamo in grado di protestare nemmeno per i nostri primari interessi, quali la scuola, la sanità in sfacelo,  tutti tesi a trovare una soluzione individuale fatta di scorciatoie e sgomitate, figuriamoci se oggi gli italiani possano protestare contro la guerra in Libia.

Ecco, cosa è cambiato.

Una volta avevamo una dignità, come popolo. Oggi non più.

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3 thoughts on “Ricordando

  1. ma non da oggi, da almeno 10 anni;

    quello che accadde a genova 10 anni fa avrebbe dovuto essere condannato con imponenti, pacifiche ma ferme e poderose manifestazioni di massa, con una grande partecipazione popolare, a mio parere;

    invece, ci fu l’estate di mezzo, figurati, poi l’11 settembre, e ciao ciao alle proteste.

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