L’acqua calda.


Quando si cerca di approfondire la questione relativa ai grandi gruppi di potere finanziario spesso, semplificando la materia enormemente complessa, si rischia di cadere nel complottismo. Si prova a ricostruire la realtà seguendo a ritroso dei fili cercando di scoprire dove conducano, da quali interessi sono scaturiti, a quali altri si legano. Si ha in questo modo una visione necessariamente parziale, un po’ meccanicista, buona per delineare un sistema nel loro complesso e non certamente le singole forze operanti in esso, che possono essere anche contraddittorie fra loro.

Scrivevo qualche settimana addietro, in questo post “… Quando cito la Goldman Sachs non penso a dei cattivi che si siedono attorno ad un tavolo e stendono piani per dominare il mondo. In parte perchè il mondo lo dominano già. Penso a meccanismi regolati da leggi di mercato, in cui o mangi o vieni mangiato e tendi a diventare sempre più grosso, perché più grosso sei e meno possibilità hanno gli altri di mangiarti. Penso a giochi di alleanze e di ricatti per perseguire questo scopo. Penso ad azioni e reazioni a catena consapevolmente e inconsapevolmente messe in moto. Sono forze che operano su scala planetaria. Uomini in grado di influenzare i destini di stati e governi. Sono scontri fra titani che giocano talmente alto che noi non riusciamo nemmeno a cogliere la portata reale dei loro movimenti. Ne vediamo le conseguenze e pensiamo dipenda da altro. Ricostruire è difficile, sicuramente si hanno grosse lacune, si ipotizza e si prendono cantonate. E tuttavia esistono fatti che parlano chiaro. A volte basta collegarli fra loro. Non si avranno forse prove che avrebbero valore in un’aula di giustizia, ma elementi di verità politica. “

Ieri leggevo questo articolo (traduzione che cita l’originale)

Un’analisi delle relazioni che sussistono fra 43mila corporation multinazionali ha identificato un gruppo relativamente piccolo di società, specialmente banche, che esercitano un potere sproporzionato sull’economia globale.

I presupposti di questo studio hanno richiamato alcune critiche, ma gli analisti di sistemi complessi contattati da New Scientist sostengono che si tratta di uno sforzo originale inteso a sbrogliare i fili del controllo sull’economia globale.

Sostengono inoltre che se si avanzasse ulteriormente la spinta di tale analisi, essa sarebbe di aiuto per identificare i modi in grado di rendere il capitalismo globale più stabile.

L’idea che pochi banchieri controllino una grande porzione dell’economia globale potrebbe non essere una notizia agli occhi movimento Occupy Wall Street di New York né a quelli dei contestatori di altre parti. Tuttavia, questo studio, condotto da un trio di teorici dei sistemi complessi presso il Politecnico Federale di Zurigo in Svizzera, è la prima ricerca che va oltre le ideologie, per identificare empiricamente una simile rete di potere. L’opera combina la matematica collaudata nel modellare i sistemi naturali con dati aziendali completi, per fare una mappa delle proprietà fra le multinazionali.

«La realtà è talmente complessa che dobbiamo rifuggire i dogmi, sia che si tratti di teorie cospirazioniste o di libero mercato», afferma James Glattfelder. «La nostra analisi è basata sulla realtà».

Studi precedenti avevano rilevato che un piccolo gruppo di multinazionali possedeva grosse fette dell’economia mondiale, ma essi includevano nella ricerca soltanto un numero limitato di aziende e omettevano le forme di proprietà indiretta, cosicché non erano in grado di descrivere quanto tutto ciò influisse sull’economia globale – né se, ad esempio, la rendessero più o meno stabile.

Il team di Zurigo invece è in grado: hanno estratto da Orbis 2007 – un database che classifica 37 milioni fra società e investitori di tutto il mondo – tutte le 43.060 multinazionali e le partecipazioni azionarie incrociate che le collegano. Quindi hanno costruito un modello che rappresentava quali società ne controllavano altre tramite reticoli azionari, e lo hanno abbinato ai ricavi di esercizio, per mappare infine la struttura del potere economico.

Il lavoro, che sarà pubblicato su «PloS One», ha individuato un nucleo centrale di 1.318 società con proprietà incrociate (vedi figura). Ognuna delle 1.318 aveva vincoli con almeno altre due o tre ulteriori società, e di media erano connesse a 20. Per di più, sebbene rappresentassero il 20% dei ricavi di esercizio a livello globale, i 1.318 evidenziavano di possedere complessivamente attraverso le loro quote azionarie la maggioranza della proprietà mobiliare mondiale e dell’industria manifatturiera– cioè dell’economia reale” – che rappresenta un ulteriore 60% dei ricavi di esercizio globali.

Quando gli studiosi hanno ulteriormente districato la ragnatela degli assetti proprietari, hanno scoperto che il grosso risaliva a una «super-entità» di 147 società ancora più strettamente annodate fra di loro – la cui proprietà era a sua volta interamente detenuta da altri membri della «super-entità» – che controllava il 40% di tutta la ricchezza nel reticolo.

«In effetti, meno dell’1 per cento delle società risulta in grado di controllare il 40 per cento dellintero intreccio», sostiene Glattfelder. La maggior parte è costituita da istituti finanziari. La Top 20 comprende: Barclays Bank, JPMorgan Chase & Co, nonce il Goldman Sachs Group.

L’esperto di macroeconomia John Driffill della University of London, afferma che il valore di quest’analisi non sta tanto nel vedere se un piccolo gruppo di persone controlli l’economia globale, quanto nelle suggestioni in merito alla stabilità economica.

La concentrazione del potere in sé non è né buona né cattiva, afferma il team zurighese, mentre le strette interconnessioni del nucleo centrale lo possono essere. Come ha potuto apprendere il mondo nel 2008, tali reti sono instabili. «Se una società si trova a patire delle difficoltà», dice Glattfelder, «il problema si propaga».

«È sconcertante vedere quanto le cose siano davvero connesse», concorda George Sugihara della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla, California – un esperto di sistemi complessi che è stato consulente della Deutsche Bank.

Yaneer Bar-Yam, capo del New England Complex Systems Institute (NECSI) mette in guardia sul fatto che l’analisi presume che la proprietà equivalga al controllo, cosa che non sempre è vera. La maggior parte dei titoli azionari è in mano a gestori di fondi che possono controllare o meno le società che in parte posseggono. L’impatto di tutto questo sul comportamento del sistema, afferma Bar-Yam, richiede ulteriori analisi.

È cruciale, per via dell’identificazione dell’architettura del potere economico globale, che l’analisi possa aiutare a renderlo più stabile. Nell’identificare i tratti vulnerabili del sistema, gli economisti potranno suggerire misure in grado di impedire che futuri crolli si diffondano lungo l’intera economia.

Glattfelder sostiene che occorrerebbero regole antitrust globali, che ora esistono solo a livello nazionale, al fine di limitare le super-connessioni tra multinazionali. Bar-Yam dichiara che l’analisi suggerisce una possibile soluzione: per scoraggiare questo rischio, le imprese dovrebbero essere tassate per eccessiva interconnettività.

Una cosa però sembra non armonizzarsi con alcune delle asserzioni dei contestatori: questa super-entità è improbabile che sia il risultato di una cospirazione intesa a governare il mondo. « simili strutture sono comuni in natura», dichiara Sugihara.

In qualsiasi sistema a rete, i nuovi entrati si connettono preferibilmente a componenti già altamente interconnessi. Le multinazionali comprano azioni fra di loro per ragioni di affari, non per dominare il mondo. Se la connessione tende a raggruppare insiemi di società, così fa anche la ricchezza, ricorda Dan Braha del NECSI: «in analoghi modelli, il denaro fluisce verso i membri che hanno già le maggiori connessioni».

Lo studio di Zurigo, ribadisce Sugihara, «costituisce una solida prova del fatto che le semplici regole che disciplinano le multinazionali danno origine spontaneamente a gruppi fortemente connessi». O, come Braha precisa: «L’affermazione di Occupy Wall Street sul fatto che l’1 per cento della gente detiene la maggior parte della ricchezza riflette una fase logica dell’auto-organizzazione dell’economia».

Così, la super-entità potrebbe non derivare da una cospirazione. La vera questione, sostiene il gruppo di ricerca di Zurigo, è se possa esercitare un potere politico concertato. Driffill ha l’impressione che 147 sono ancora troppi per sostenere l’esistenza di collusioni. Braha sospetta che si sfidino sul mercato, ma agiscano insieme sugli interessi comuni. Resistere a modifiche alla struttura della rete potrebbe essere uno di tali interessi comuni.

Trovo che sia molto interessante. Diciamo che sono dati oggettivi, quelli messi in evidenza dallo studio.

Ma ora pensate se, consapevoli di tale potere – e non si capisce perché non dovrebbero esserne consapevoli  – gli uomini che controllano qualche decina di queste corporations decidessero di vedersi con una certa regolarità, coinvolgendo nelle loro riunioni anche degli uomini politici, che rappresenterebbero la loro interfaccia con il popolo.

Supponete che quello che decidano, per il loro interesse,  cercando di non pestarsi troppo i piedi gli uni con gli altri, venga poi messo in pratica da questi politici.

Supponiamo che questi politici, di destra o di sinistra, progressisti o conservatori, dipendano per essere eletti, per condurre la vita che conducono,  dai loro soldi.

Supponiamo che chi non fosse nella lista dei loro amici non fosse in grado di incidere nella realtà più di tanto, perché loro, quegli uomini, hanno televisioni, giornali, fanno e disfano la maggioranza dell’opinione pubblica. E hanno anche le polizie, le forze armate, i missili e gli aerei da caccia. Hanno orecchie elettroniche in grado di ascoltare ogni nostra conversazione. Satelliti per ascoltarci e guardarci. Archivi per registrare tutto.

Supponiamo?

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