Una giornata uggiosa.


Poco fa ho chiamato il barbiere per prendere un appuntamento e segnandolo in agenda ho visto che domani è il 23 novembre. Ci sono date che si collegano immediatamente nella nostra testa ad un avvenimento, un evento, una persona. Il 23 novembre mi fa scattare il ricordo del terremoto dell’Irpinia.

Io non ero lì in quel momento. Ero a Roma. Ma so esattamente cosa stessi facendo.

Avete presente quando fanno quelle domande, specie nei film americani: dove eri tu quando ha saputo che avevano sparato a John Lennon? (a proposito, mi sa che ci siamo più o meno… anche quell’evento fu nel 1980, però mi pare fosse dicembre) o al Papa, o le Torri Gemelle…

Ecco. Io non mi ricordo un accidente. Suppongo che il giorno delle torri gemelle fossi al lavoro, dato che, vedendo il calendario di windows, constato che era un martedì. Ma John Lennon proprio non ne ho idea. Il papa meno che meno. Eccetera.

Però mi ricordo benissimo dove ero al momento del terremoto dell’Irpinia. Stavo facendo l’amore. La mia prima casa. I primi mobili rimediati o autocostruiti. Il primo pomeriggio in casa. Mentre ci muovevamo, sul letto, guardavo le cose sul comodino muoversi, la mia mente registrava che il letto non toccava il comodino, sottolineava l’incongruenza dei due fatti, ma un’altra parte della mia mente rimandava l’approfondimento della singolarità a dopo.  E poi, poco dopo, venivo ulteriormente distratto da un trambusto per le scale. Gente che si chiamava, che correva, parlavano a voce alta. Porte che sbattevano, qualche urlo.

Ci guardammo perplessi. Commentai, a mezza bocca, ammazza che casino sto palazzo… ma poi tornò il silenzio e noi continuammo a fare l’amore.

Solo dopo ricollegai che il comodino e gli oggetti sopra di esso si muovevano nel momento della scossa e il tambusto per le scale era la gente del palazzo che scappava fuori.

Nei giorni successivi le immagini terribili di quella tragedia si sovrapponevano a quella specie di scherzo, quel fraintendimento. Mi faceva venire in mente il marito di una conoscente di mia madre, che la notte di italia-germania 4-3 svegliandosi di soprassalto per i clacson che suonavano impazziti – il pover’uomo si svegliava alle 5 ogni mattina per andare a lavorare in cantiere e a mezzanotte dormiva da molto il sonno del giusto – si era alzato e volenterosamente era sceso a dare una mano, immaginando chissà quale terribile incidente fosse successo, al bivio. Nicola, si chiamava, e la moglie Rosina. Avevano tre figli e vivevano in  una casetta vecchia. Una camera e cucina. Mia madre ogni tanto mi mandava da loro con delle buste, roba che a noi non serviva più. Noi non eravamo per niente ricchi, ma loro erano poveri.

Un italia che c’è ancora oggi, ai margini delle città. Porta il segno della malattia, della tossicodipendenza. O della migrazione. Loro erano venuti da qualche campagna del sud alla città con niente. Erano ingenui. Tenevano due galline sul balcone. La televisione che avrebbe uniformato il paese, e i desideri della gente, già c’era. Ma ancora non tutti potevano permettersela. E così Nicola non sapeva niente di italia-germania. E mai, fino ad allora, la gente impazzita era scesa per strada  a festeggiare suonando i clacson. E lui pur insonnolito era sceso ad aiutare, ma poi era tornato a casa, perplesso: la gente suonava senza un motivo apparente. Si era rimesso a dormire.

A casa mia abbiamo sempre riso di questa storia. E mi veniva da ripensarci per questo terremoto che muoveva comodini e faceva scappare la gente per le scale mentre noi facevamo l’amore su un letto che aveva quelle reti troppo morbide, quelle che se ti metti seduto sui lati finisci per terra, quelle che nei cantieri usano per vagliare, mettendole di traverso e tirandoci addosso palate di sabbia e di breccia.

Quella storia d’amore era finita poco dopo e io ero rimasto solo in quella casa, senza sapere come pagare l’affitto di 80.000 lire al mese. Ma questa è un’altra storia.

Nei giorni successivi le immagini tremende della tragedia di quei paesi. Anni dopo ricordo un amico, un uomo forte, a sant’angelo dei lombardi quella sera, piangere come un bambino solo nel ricordare quello che aveva visto.

Sono passati più di 30 anni. Ognuno di noi ha nella vita dei punti che segnano un prima e un dopo. Sono fatti personali o famigliari, ma a volte sono fatti di un’intera generazione. Penso a quelli che hanno vissuto in prima persona quei drammi.  Quelli che hanno dentro quelle ferite che anche dopo decenni possono tornare a dolere. Io me ne ricordo per una casualità divertente, nella tragedia. Così è la vita.

Ieri sera guardavo su RaiStoria (sì, ogni tanto ultimamente accendo l’immondo elettrodomestico proprio per RaiStoria) i vari tentativi fatti, e falliti, per uccidere Mussolini ed Hitler. Chiedersi che mondo sarebbe stato, senza i due capi carismatici del fascismo e del nazismo, non ha molto senso. La cosa più assurda è sapere che se quei tentativi avessero avuto successo, il flusso della storia avrebbe comunque preso un’altra direzione, quello che c’è stato non ci sarebbe stato. Qualunque altra cosa, ma quello, proprio quello, no.

Ma nessuno avrebbe mai saputo quanto quell’avvenimento avrebbe potuto riguardare la propria vita. Quante milioni di persone, negli angoli più remoti del mondo, a migliaia di chilometri da Roma o da Monaco, negli anni successivi, moriranno per un errore di pochi centimetri – la pallottola che sfiora il naso del duce – o di pochi minuti – la bomba che esplode poco dopo che furher è uscito -.

La vita – e la morte – sono così.  Le cose si legano con sottilissimi e lunghissimi fili. Matasse ingarbugliate di fili di diverso colore collegati a milioni di bastoncini di un mostruoso Shangai.

Piove. E’ una giornata uggiosa. Inevitabile il ricordo di ma che sapore ha, una giornata uggiosa. ma che sapore ha, una vita non spesa.

Quando è che una vita può dirsi spesa?

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13 thoughts on “Una giornata uggiosa.

  1. Le giornate uggiose a quanto pare aiutano l’introspezione. 🙂
    La tua domanda finale è quella che mi porto dietro da quando ho cominciato ad avere un minimo di coscienza. Credo se la facciano tutti. O meglio, se la fanno quelli che hanno voglia di ascoltare la loro coscienza e di seguire un percorso di accrescimento interiore.
    Come sai quest’anno ho perso papà. Lui sapeva di morire ed era sereno perchè diceva “ho trascorso una bella vita e non ho nessun rimpianto”. Sembrerà banale come considerazione, ma per me una vita può dirsi spesa (ben spesa) quando arrivato alla fine sei in grado di fare un’affermazione simile.

  2. Una vita non spesa….
    forse…quando nel proprio carrello, al supermercato della vita, trovi sparpagliati pochissimi prodotti, chessò qualche scatola di emozione o pochi barattoli di esperienza, qualche lattina di avventura, rare confezioni di curiosità. Quando sei stato avaro tra gli scaffali del coraggio e della coerenza, quando hai evitato i reparti più rischiosi, quando alla cassa ti sei trattenuto in generosità e non hai lasciato una traccia di mancia, di te… a nessuno!

  3. che bello questo post rob, melanconico. l’ho letto a poco a poco, riconoscendone le storie, i personaggi, gli eventi. mi sono chiesta anch’io, in questi ultimi tempi – pensieri, frutti del tempo che passa? escluderei una trovata saggezza – cos’è una vita che non ha riscontro in altre vite? ci siamo perchè altri ci permettono di esserci, attraverso il loro sguardo, anche momentaneo, il pensiero, eventi vissuti. bene o male si vive, e per vivere bene come si fa? qual è la misura, i gesti, gli atti che ti fanno dire che la tua vita è stata spesa con decenza – non dico bene, che non se ne parla neppure. se hai fatto bene a qualcuno, nel frattempo avrai fatto male a qualcun altro. è tutto un fatto di prospettiva

  4. Forse lo sai alla fine, se la tua vita l’hai spesa bene oppure no. E, forse, semplicemente, sarà la somma di giornate, spese bene oppure no. E quelle le sappiamo da subito. Dalla sera stessa.

    Ma forse no. Come dice mizaar, è un fatto di prospettiva. Giornate che ti sembrano piene mentre le vivi, riempiono anni vuoti quando li guardi dopo.

    • A me fa specie che tu prenota dal barbiere.
      Sul resto, non credo che ognuno sia del tutto artefice del suo destino, come si strombazza oggidì.

      • eh eh … il mio barbiere la mattina chi entra prima viene servito, il pomeriggio per appuntamento. io preferisco gli appuntamenti. non mi va di aspettare.

    • credo di conoscere tre persone a Varese 🙂 una di loro non credo sappia del mio blog, le altre, una il suo nome inizia con D l’altra con M,
      o mi sbaglio?
      ti faccio visita.

  5. @kamala
    si, lo avevo immaginato leggendo sul tuo blog di baudelaire e del teatro…

    abbraccialo da parte mia. è una vita che non ci incontriamo.

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