Appunti II


Mentre attendiamo la manovra lacrime e sangue (come se quelle che l’hanno preceduta negli ultimi mesi fossero state rose e fiori) e se ne leggono di cotte e di crude, fra cui l‘ipotesi di pagare i debiti della pubblica amministrazione con titoli di Stato… il che ha messo in allarme i produttori di carta igienica che temono un crollo delle vendite, non si parla da nessuna parte di tagliare le spese militari.

Anzi, ci tocca leggere su siti stranieri di quello che allo stato attuale viene considerato dai critici un vero e proprio “suicidio economico”: il progetto JSF – Joint Strike Fighter per la costruzione degli F35, un nuovo modello di caccia
bombardieri invisibili, costerà all’Italia 13 miliardi di euro.

L’acquisto di 131 unità di questo aereo è un atto dovuto facendo parte della Nato, e voluto dagli Stati Uniti.

Ovviamente, si parla di ricadute economiche per la zona di Novara, laddove dovrebbe avvenire l’assemblaggio finale di questi aerei. Ma a fronte di un costo per la collettività di 13 miliardi di euro, che andranno ad incidere sul debito e quindi lieviteranno considerevolmente per gli interessi, quantificare i benefici occupazionali, per un tipo di manodopera peraltro estremamente specializzata, è abbastanza ridicolo.

Peraltro, la ricaduta negativa si avrà anche in termini di militarizzazione del territorio.

Riallacciandomi poi a quanto scrivevo questa mattina, relativamente ai problemi energetici che potrebbero derivare per l’italia da una eventuale crisi Nato-Iran (noi prendiamo il 13% del nostro fabbisogno dall’iran, appunto) non avevo approfondito la questione perché non conosco bene la situazione relativa agli approvvigionamenti energetici italiani per come si sono sviluppati negli ultimi mesi, con la crisi libica innanzitutto e poi con gli attacchi a Berlusconi per via degli accordi Eni-Gazprom. A che punto è la cosa?

Non sono robe facili da capire per i non addetti ai lavori. Eppure sono essenziali.

Girovagando in rete ho trovato questo articolo, penso sia interessante.

Siamo sicuri che l’inverno ormai alle porte, non ci riserverà amare sorprese? Avremo tutto il gas necessario riscaldarci? Benzina e gasolio, con prezzi magari più alti degli attuali, non incideranno ancora di più sui conti delle famiglie? Sono tre interrogativi a cui non si sta facendo sufficiente attenzione e che non trovano sui giornali di grande informazione spazio adeguato. Per prepararci, forse con un poco più di prevenzione, basterebbe recepire alcune avvisaglie che si stanno profilando nei mercati energetici che più ci riguardano. E sono soprattutto tre. Vediamoli.

Venerdì scorso le agenzie di stampa internazionali hanno reso noto un comunicato delle russa Gazprom, il gigante internazionale del metano e massimo fornitore di questo idrocarburo all’intera Europa. Dopo mesi di trattative la Russia ha annunciato di aver ottenuto il controllo totale della rete dei gasdotti della Bielorussia, siglando con il governo di Minsk un accordo che prevede l’acquisizione del 50% della Beltransgaz, società ancora nelle mani dell’ex Repubblica sovietica. L’affare russo ha il valore di 2,5 miliardi di dollari e da a Putin il controllo di una buona parte del gas veicolato da uno dei due maggiori metanodotti della Siberia Occidentale verso la rete dell’Europa del Nord senza passare attraverso l’Ucraina.

Un colpo allo stomaco dei dirigenti di Kiev che, proprio per sottolineare la loro distanza da Mosca, tengono ancora in carcere l’ex Primo ministro ed eroe delle rivoluzione rosa, Yulia Tymoshenko, rea di aver siglato, quando era alla guida dell’Ucraina, un accordo con i russi per porre fine alla diatriba tra i due Paesi per il pagamento e il trasporto del metano verso l’Europa del Sud. Da questo metanodotto arrivano all’Italia oltre 22 miliardi di metri cubi di gas, un flusso non indifferente e che negli anni scorsi, proprio per i bracci di ferro tra russi ed ucraini era stato, a più riprese, rallentato nei mesi invernali. Non sfugge a nessuno il rischio che il nuovo accordo con la Bielorussa dia alla Russia un’arma di ricatto non indifferente nei riguardi dell’Ucraina e di conseguenza non poche, prevedibili, difficoltà al mercato italiano. Quello che sorprende è il silenzio della stampa (brevi trafiletti che hanno dato notizia dell’accordo) attorno ad una decisione che chi dovrebbe riguardare molto più da vicino di quanto non appaia.

Non si dovrebbe dimenticare che, nel frattempo, un’altra fonte di gas, quello libico, ha le sue difficoltà di flusso come conseguenza della guerra civile che ha deposto Gheddafi. I 5 miliardi di metri cubi di metano libico non sono ancora completamente disponibili. Secondo i vertici dell’Eni, la situazione dell’import di idrocarburi dalla Libia raggiungerà i livelli pre guerra entro il giugno del prossimo anno. Vale a dire che, per questo inverno ormai alle soglie, sarà necessaria una notevole attenzione al risparmio di gas.

Un terzo punto dolente è legato alla richiesta di un duro embargo alle importazioni di petrolio dall’Iran, per costringere il governo locale ad abbandonare le sue mire atomiche. In questo caso il rischio è ancora più ravvicinato e in pericolo sono i prodotti che escono dalle raffinerie italiane: benzina e gasolio. Le difficoltà con la Libia avevano già fatto aumentare nei primi otto mesi del 2011 le nostre importazioni da Teheran del 13,3% rispetto al passato. Un blocco generalizzato alle importazioni diventerebbe un bel guaio per L’Italia.

Un guaio che non sembra preoccupare altri partner mondiali, con in prima fila Russia e Cina. La prima perché non ha problemi petroliferi con l’Iran e la seconda perché, affamata di petrolio, vedrebbe riversarsi nelle sue raffinerie buon parte della produzione di greggio iraniana quassi certamente a prezzi per barile più che convenienti.

Si tratta di una situazione, anche questa, che viene ovattata nelle stanze della politica italiana alle prese con la crisi economica e il rischio di un nostro declassamento tra i paesi europei. Per questo è passato sotto sommesso silenzio l’invito, rivolto dalla Farnesina alle nostre aziende petrolifere, di diversificare gli approvvigionamenti di greggio per non trovarci con le pompe agli sgoccioli o con i serbatoi di gasolio semi-vuoti al culmine dell’inverno. Basti pensare che nei primi otto mesi di quest’anno ben 6 milioni di tonnellate di petrolio provenivano dall’Iran. Con un particolare in più: la raffinazione italiana, per scelte che sono state premiate in passato, è targata sui greggi pesanti, tra cui figurano proprio quelli che arrivano dall’Iran.

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