Appunti IX


Ancora a margine dei noti avvenimenti di Torino e di Firenze, mi veniva in mente una considerazione:

i media, mi pare di poter dire, almeno per i maggiori, nessuno escluso, nel caso di Torino si sono molto preoccupati di sapere i motivi per cui la ragazza aveva mentito. L’hanno intervistata, autorevoli esperti qui e là, hanno pontificato sui valori della verginità, della famiglia eccetera eccetera. Di sponda, qualche articolo rappresentava il disagio, la situazione pronta ad esplodere, contro i Rom.

Non ho letto da nessuna parte nessuno che è andato a parlare con le vittime. I rom. Ma forse mi sbaglio?

nel caso di Firenze sappiamo un bel po’ di cose sull’omicida. I suoi interessi, le sue passioni, dove scriveva e cosa.

Dei morti e dei feriti anche gravi, senegalesi, non sappiamo neanche i nomi. Ma forse anche qui mi sbaglio, da qualche parte li avranno scritti, no?

Però mi sembra evidente che le vittime restano popolazione di serie b anche essendo vittime. E resteranno vittime anche per questo motivo. Un oscuro altro, sconociuto e insondabile.

Ci si interroga su di noi, insomma; non su di loro.

Chi erano, cosa facevano, come vivevano, cosa faranno ora. Non interessa al giornalista e al suo direttore. Perchè non interessa al lettore. Per la stragrande maggioranza degli italiani gli altri sono – nella migliore delle ipotesi – qualcosa con cui si convive cercando di limitare al minimo ogni contaminazione.

 

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2 thoughts on “Appunti IX

  1. Buzz, non contesto la tua lettura complessiva, però mi pare giusto riconoscere che, almeno sul Corriere, i nomi dei morti e dei feriti di Firenze sono stati pubblicati con regolarità, questo è solo un esempio: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/13-dicembre-2011/sparatoria-piazza-dalmazia-1902516651381.shtml
    E sulla versione cartacea del Corriere di qualche giorno fa (immagino che a cercarlo lo si ritrovi anche sul web) leggevo proprio un articolo in cui, sulla base di interviste a parenti amici e colleghi delle vittime di Firenze, se ne ricostruivano le storie. Storie di lontananze decennali dalle famiglie, di assegni mandati ogni mese a casa, di viaggi nelle “carrette del mare” tanti anni fa.
    Neanche io ho letto di interviste ai rom. Non ricordo più sul sito di quale quotidiano c’era, nei giorni immediatamente successivi all’incendio, la foto di una donna rom che portava in braccio un bambino di uno, due anni, apparentemente addormentato, con sullo sfondo il campo in fumo (o almeno così mi pare).
    Ho pensato che la scelta di quella foto testimoniasse una linea editoriale apprezzabile. Almeno, io ci ho visto solo una donna col suo bambino, una sorta di Pietà fuori dal tempo. Il bambino mi ha ricordato il mio. E anche in questo caso, come leggendo quell’articolo sui senegalesi uccisi o feriti, è dominato il senso di vicinanza. L’immedesimazione in queste povere famiglie buttate all’improvviso nel freddo di un dopocena di inverno, che hanno perso tutto.
    No., non credo che la stampa necessariamente tratti sempre queste persone come altri.
    Sì, credo che tu abbia ragione nello scrivere che: “Per la stragrande maggioranza degli italiani gli altri sono – nella migliore delle ipotesi – qualcosa con cui si convive cercando di limitare al minimo ogni contaminazione”. Ma mi è anche capitato di vedere un gruppo di donne e bambini rom sull’autobus, due giorni fa, che raccoglievano i sorrisi dei passeggeri seduti più vicini. E uno di quei bambini nello scendere salutava, ricambiato con naturalezza e slancio, l’uomo in età da pensione che gli aveva viaggiato di fronte per qualche fermata. Mi piace pensare che in Italia ci sia anche questo.

    • Ciao, che piacere rileggerti. 🙂

      Sui nomi sui giornali. Beh l’ho scritto… non penso di aver avuto sotto gli occhi il panorama intero dei media italiani. Ho letto qui e là ed ho avuto questa sensazione.
      Che ho spesso peraltro quando capitano queste cose, cioè che ci si interroghi di più in una prospettiva italianocentrica. Credo sia normale, ma in qualche modo andrebbe corretta. Non parlo solo dei media, ma di ognuno di noi. Dovremmo sempre cercare, prima di costruirsi un giudizio, che poi a volte resta lì e nel tempo diventa pregiudizio, di metterci dal punto di vista dell’altro.

      Si, ci sono anche eccezioni, per fortuna. Sono tanto più possibili quando la “contaminazione” non comporta qualche forma di sacrificio. Quando cioè non si debba rinunciare a qualcosa, fosse anche un piccolo privilegio, un agio.
      I sorrisi li raccolgono anche gli animali dello zoo, anche quelli destinati al macello.

      Non dico che sia sempre così per carità. Esistono solidarietà, immedesimazione, partecipazione. Esiste l’accettazione della diversità. Ed è anche ampia, nel tessuto del paese.

      Esiste però anche una forma di tolleranza che può anche apparire una qualità, ma se la guardi bene, un po’ più a fondo, ti rendi conto che è la stessa tolleranza all’immoralità della politica.
      Una tolleranza per cui si tollera la diversità di una cultura altra, ma anche il razzista.
      Più accondiscendenza rassegnata che virtù civica. Più indifferenza che altro.
      Basta che non rompano le palle a me, insomma, facciano un po’ quello che vogliono.

      Di fronte a questo, è chiaro che anche una piccola minoranza di razzisti attivi, spadroneggi culturalmente. Nel senso che la loro voce apparirà più alta di quello che il loro numero gli permetterebbe.

      E questo secondo me è il male profondo dell’italia. Un paese che guarda.
      Abituati ad essere spettatori passivi, terminali ricettivi delle trasmissioni TV, a vivere le emozioni per interposta persona, al massimo televotano.

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