Pastorale Americana di Roth


Ho letto alcuni giorni fa “Pastorale americana” di Philip Roth.
Di questo autore avevo letto in passato “lamento di portnoy” e non mi era piaciuto affatto. Per cui non mi aspettavo molto.

Invece, nelle prime pagine, l’ho trovato assolutamente geniale.
Mi è piaciuto moltissimo come descrive il suo alter ego scrittore che si avvicina a questo mito della sua infanzia, cerca di guardargli dentro, la disillusione quando vede che oltre la maschera non c’è niente, la sorpresa quando si rende conto di aver sbagliato completamente, di aver visto solo la maschera e ignorato la tragedia. E’ una finissima descrizione dell’approccio agli altri tramite le nostre categorie, senza essere mai didascalico. Di come siamo condannati a non conoscere gli altri, mai.

Dopodiché, se il libro fosse finito qui, quando alla festa del cinquantenario il fratello dello Svedese gli dice che è morto, di cancro. Secondo me sarebbe assolutamente perfetto. Una fucilata.

Invece a quel punto cambia completamente registro.
Da esterno che guarda e ammette di non capire, l’autore entra come un deus ex machina nella vita del suo soggetto, lo segue passo passo emozione dopo emozione, ne descrive la vita e i suoi pensieri, l’infanzia nel rapporto con il padre, il matrimonio fin nella camera da letto, la figlia schiacciata dalla perfezione di genitori americani progresssiti belli e invincibili, la cui vita è tutta fatalmente in discesa, verso… il fondo.

Qui diventa anche didascalico, ci fa spiegare perché la figlia si ribella prima con la balbuzie poi con le bombe poi lasciandosi morire. Perchè il disfacimento della sua famiglia è lo specchio del disfacimento del sogno americano. Perché muore, somatizzando la sua sconfitta in un cancro.

Non che la seconda parte del libro sia brutta. Ma non ha nulla a che vedere con la prima. E’ un altro livello, semplicemente.
L’intuizione che nella prima parte rende ogni pagina sorprendente e densa, nella seconda non c’è. La storia procede verso un finale amaro e scontato, inevitabile.

La figura della figlia, Merry, per quanto in un certo modo protagonista, resta in secondo piano. E’ quasi caricaturale. E’ una descrizione quasi onirica, un incubo borghese.
Ho pensato, per contro, al giovane Holden, di Salinger.
Che rende perfettamente l’impossibilità di vivere il sogno americano e la mancanza di un’alternativa. La scomposizione di se stesso cui ricorre Holden inconsapevolmente, una sorta di destrutturazione, è pari pari simile a quella che può aver vissuto Merry, ma Salinger lo sente e te lo fa sentire, Roth no.
Per Roth, Merry è una nemesi casuale, per chi ha avuto troppo. Inevitabile, quasi masochisticamente Giusta.
Non dico che ci sia autocompiacimento, ma una sorta di legge del contrappasso in vita, questo sì.

Comunque, è un libro che vale la pena di leggere. In fondo.

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