Riflessioni sulla crisi


Parlando qui e là, nella vita reale così come in quella cosiddetta virtuale, della crisi, mi rendo conto che esiste una frattura nel paese.
Tale frattura non è né verticale né orizzontale, è a zigzag.
E’ fra i garantiti e i non garantiti. E in mezzo ci stanno quelli che temono di passare a breve dalla prima alla seconda fascia.
Questi intermedi però, assumono facilmente il punto di vista dei non garantiti. Perché iniziano con un certo terrore a immedesimarsi. E sono sempre di più.

Fra i non garantiti ci sono la maggior parte dei pensionati. Ci sono i disoccupati. I precari. Eccetera. Insomma ovviamente le figure sociali con basso o niente reddito. Ma il problema vero è l’aggregazione di queste figure.
Infatti, pur con molti sacrifici, il pensionato in qualche modo tira avanti. L’assurdo lo abbiamo quando, invece di ricevere il piccolo aiuto economico dai figli, la pensione di mamma diventa l’unica fonte di reddito per dei figli disoccupati.

La classica famiglia con con uno o due figli e due stipendi, anche se modesti (oggi uno stipendio da operaio o da impiegato anche se lavori da 10-15 anni non basta per una vita da single), con oculatezza tira avanti. Paga il mutuo di casa. La rata della macchina. L’abbonamento a Sky o a Mediaset. Il problema economico inizia a sentirsi, pesantemente, quando una delle due fonti di reddito viene meno.

Se poi entrambe le fonti di reddito vengono a mancare e dietro non c’è una famiglia in grado di aiutare, allora la situazione diventa drammatica. Se ne sentono, di storie del genere, e “drammatiche” è l’aggettivo adeguato a descriverle.

La questione infatti, deve essere considerata dal punto di vista delle famiglie, non da quello individuale.
La famiglia, in senso allargato, ha sempre avuto una funzione di ammortizzatore dei problemi economici del singolo.
Ma se i singoli con problemi economici aumentano, e iniziano a starcene più di uno nella stessa famiglia, le possibilità di backup sono finite. Oltre c’è la Caritas, la Croce Rossa.

Le fonti di reddito possono essere salari, stipendi, lavoro autonomo, lavoro artigiano, commercio.
Oggi non c’è più una stratificazione orizzontale fra queste figure sociali. La differenza è che mentre lo stipendiato può improvvisamente perdere la sua fonte di reddito e magari facilmente anche la liquidazione, per il fallimento dell’impresa in cui lavorava e avere anche estrema difficoltà a ricollocarsi sul mercato, l’imprenditore, l’artigiano, il lavoratore autonomo possono aver accumulato debiti anche molto consistenti, con il sistema bancario e con lo Stato, tali da perdere non solo ogni possibilità di ricominciare, ma anche di mantenere la propria famiglia.

I debiti con lo Stato e con le banche infatti, sono i peggiori. Il creditore ha tutto il tempo e tutti i mezzi possibili, ha stuoli di avvocati che lavorano solo per questo, ha l’esercizio della forza coattiva, ha accesso a banche dati, non fa mediazioni. Sono nemici forti con i deboli e deboli con i forti. Infatti vediamo spesso come i potenti riescano a patteggiare condizioni vantagiose, nei contenziosi fiscali o con le banche. I piccoli finiscono con perdere tutto. E spesso anche le loro famiglie: se hai un debito con Equitalia ti staranno addosso per tutta la vita. Se erediti la casa dei tuoi genitori se la prenderanno. Se rinunci all’eredità subentrano loro e la prenderanno a tua sorella. E così via.

La sicurezza sociale, cosiddetta, si basa essenzialmente su due elementi: un lavoro (un reddito) e una casa. Abitando in campagna un pezzo di terra può anche darti qualcosa da mangiare. Puoi allevare animali. Puoi scambiare piccoli lavori e prodotti. Abitando in città devi avere dei soldi per andare al supermercato e comprare da mangiare. O rovistare nei cassonetti. E avete notato quanto sia aumentato il numero delle persone che vediamo frugare nei cassonetti? Una volta erano gli zingari, a caccia di oggetti per i loro commerci. Oggi è altra gente e cerca altro: vestiti, roba da mangiare. Di gente che gira intorno ai mercati rionali verso le ore di chiusura per rimediare prodotti di scarto ce n’è parecchia e non sono più solo vecchi, pensionati a 400 euro al mese. Provate a farvi un giro, se siete nella fascia dei “garantiti” e pensate che in fondo la crisi sia essenzialmente un problema psicologico, o comunque che qualche sacrificio bisogna farlo…

Senza un reddito non paghi un affitto. Non paghi una rata del mutuo. E anche se la casa è di proprietà, non paghi le tasse, IMU, TARSU-TIA o TARES come si chiamerà. Puoi anche stare senza luce, senza gas e senza acqua, e certo è veramente dura. Ma non basta. Accumuli debiti comunque, con lo Stato. Solo per il fatto di esistere.

La tassa sui rifiuti, chi non ha un’attività commerciale non lo sa, ma è una tassa pesantissima. E anche abbastanza iniqua. L’importo da pagare viene stabilito sulla base delle voci di costo in bilancio all’azienda che gestisce i rifiuti. Se spende 100, si ripartisce 100 fra abitazioni e imprese del comune secondo certi criteri. Se spende 1000 si ripartisce 1000. Sono le conseguenze dell’affidamento al “mercato” di quello che una volta era gestito dall’amministrazione pubblica. La logica di tali affidamenti di servizi pubblici ai privati avrebbe dovuto essere: questo lavoro costa 500, facciamo un’asta e vediamo chi me lo fornisce a costi più bassi. E invece è stato: il comune fa società con soggetti privati, dopodiché in base ai costi, facciamo la tassa. Parlano chje la nuova tassa porterà un aumento vicino al 300%. Sarà il colpo di grazia per molte attività.

Ma sto divagando.

Nella fascia dei non garantiti c’è sempre più gente e molti sono quelli che ci si vedono pericolosamente vicini.

Poi ci sono i garantiti. Non è solo quella piccola percentuale di popolazione “ricca”. E’ anche il vicino di casa.
Non c’è nulla di male ad essere “garantito” per carità. Non è una colpa. A volte si tratta di scelte giuste, spesso semplicemente di fortuna.
Quello che intendo dire è che se in famiglia sei stato fortunato e ti continuano ad arrivare due stipendi regolarmente. Se i tuoi genitori ti hanno lasciato casa, e magari l’hai affittata e ti arriva un’altra piccola fonte di reddito. Se insomma puoi contare su una certa tranquillità economica, la tua visione della crisi tenderà ad essere diversa.
Meno urgente, meno rabbiosa.

E’ normale, no? Se l’acqua sale c’è chi affoga e c’è chi strilla perché se la vede vicino alla gola, chi ci si bagna i piedi magari apprezza la frescura…

Sono questi, i fautori “di base” delle politiche Montiane. Non si accorgono però che quello che per loro è un piccolo sacrificio togliendo qualcosa dal superfluo, per altri vuol dire togliere dal necessario.
Intendo i fautori che non hanno nulla da guadagnare dalle politiche cosiddette di austerità. Quelli in buona fede che pensano che sia necessario qualche sacrificio per il bene del paese, per stare meglio domani, per far star meglio i nostri figli.
Non intendo ovviamente coloro che realmente traggono beneficio dalle politiche Montiane. Ovvero quelli che si arricchiscono sempre di più mentre la massa s’impoverisce.

Ma quello che sta accadendo è che a poco poco l’acqua continua a salire. E’ un processo che si autoalimenta. Più sale il numero di chi non può spendere e più aumenta quello di chi non vende. Più aumenta il numero di chi non può pagare le tasse e più aumenta la necessità per lo stato di tagliare.
Tagliare i servizi pubblici, tipo scuola, sanità, non vuol dire solo peggiorare la qualità della vita dei cittadini e nel caso della scuola anche le prospettive di sviluppo del paese sul medio periodo, vuol dire anche diminuire la massa di soldi che lo stato mette in circolazione.

Quindi il non garantitismo si estende, come una malattia. Il contagio colpisce a macchia di leopardo. Quelli con l’acqua alla gola non spendono, l’economia rallenta sempre di più e sempre più gente si trova con l’acqua alla gola.

Miliardi di ore di cassa integrazione quest’anno. Milioni di indennità di disoccupazione versate. Sono soldi dello Stato.
Non solo servono per far campare gli sfortunati che si troverebbero senza reddito, ma quelli, spendendo per vivere, fanno vivere anche altri settori. Ma per pagare casse integrazioni e indennità lo Stato deve chiedere sempre più tasse.
Ed è quello che sta facendo e che farà.
E a chi le chiede?
Forse in termine di qualche mese inizieranno ad arrivare le cartelle di Equitalia. Forse dopo qualche tempo metteranno all’asta i beni sequestrati. Ma non si può cavar sangue da una rapa. Se non hai i soldi non puoi pagare. Punto.
Lasciamo stare su chi si arricchirà spropositatamente grazie a questi meccanismi. Quelli cioè che comprano a bassissimo prezzo, pochi italiani e investitori stranieri. Case, terreni, fabbriche, infrastrutture.

Aspettatevi a breve, alcuni mesi dopo che si sarà insediato il nuovo governo bersani-monti, una FEROCE, riforma del mercato del lavoro. Perché la terzomondizzazione dovrà esserci fino in fondo. Gli investitori stranieri non comprano l’Italia se gli italiani non sono sufficientemente schiavi. Chiaro il concetto?

E’ chiaro che se qualcuno si impoverisce ci sarà qualcuno che si arricchirà. Il problema è che 1000 si impoveriscono e 1 si arricchisce. O forse la sproporzione è ancora più alta.

E’ una spirale micidiale, quella in cui ci stiamo avvitando.
Ve ne rendete conto?

Penso che i “garantiti” abbiano un vago sentore della cosa. Per ora non sono toccati direttamente.
Viene da pensare che prima se ne renderanno conto e meglio sarà. Non perché “mal comune mezzo gaudio”, ma nella speranza che il meccanismo di cambiamento si inneschi prima possibile, visto che ogni giorno che passa aumentano le vittime di questa politica che non esito a definire omicida.
Quali categorie sono state toccate poco, fino ad adesso? Sicuramente quella dei dipendenti della pubblica amministrazione. Chi lavora alle dipendenze dello Stato/Regioni/Province/Comuni e aziende collegate e partecipate, non ha avuto problemi. Chi lavora in grandi gruppi industriali dipende dal settore. In tutti gli indotti invece è cominciata una dieta dimagrante che ha portato ad una diminuzione di posti di lavoro.
E poi ci sono zone, laddove l’economia locale era supportata e ruotava attorno a un singolo comparto di mercato, che andando questo in crisi si sono aperte voragini.
Il privato, a qualsiasi livello, è fortemente in crisi, con diminuizione del fatturato che vanno anche oltre il 50% in qualche caso. Industria delle costruzioni, automobili, in primo luogo. Ne risente ovviamente tutto il commercio. Ma non c’è un settore che vada bene. La contrazione dei consumi sul mercato interno e delle esportazioni è micidiale. E secondo me molto più pesante di quanto non dicano le statistiche.

Questo comporterà nei prossimi mesi che la crisi si riverberà anche sul pubblico impiego. Leggevo in questi giorni che un’Ateneo su due è a rischio default. I tagli sulla sanità porteranno a chiudere molte strutture, con conseguenti licenziamenti.
Sarà poi la volta degli altri dipendenti pubblici, escluse le forze di polizia ovviamente, dato che saranno più che mai necessarie, nel prossimo periodo…

Gli altri, i non garantiti o prossimi tali, queste cose ce l’hanno ben presente. Ma non hanno voce. Soprattutto non c’è alcun collante sociale e/o ideologico che li tenga insieme.

Non c’è una “classe” e non c’è un’idea, un programma, un concetto di classe. I “non garantiti” hanno in comune l’essere “non garantiti” ma provenienza sociale, culturale, politica, totalmente diversa. E sulla base di questa diversità di fondo, anche idee diverse sul come uscire dalla crisi.

Tali idee diverse si riflettono sui comportamenti, provocando assoluta frammentazione che facilita di molto il controllo sociale.

Abbiamo visto questo film in grecia. Se la grecia fosse uscita dall’euro due anni fa, oggi starebbe molto meglio. Inizierebbe a vedere i segni di una ripresa. E’ dimostrabile, non prendo questo discorso qui perché troppo lungo. Ma è così. E a quelli che pensano che non sia vero, dico, provate ad ascoltare le voci (economisti seri, mica chiacchere da centro sociale) che lo dicono. E comunque, la domanda è: poteva andare peggio di così?
La grecia è disastrata e le cose vanno sempre peggio. Le città si stanno spopolando e sta tornando un’economia rurale basata sullo scambio. I servizi pubblici come la sanità sono drammaticamente decaduti. Ecco “cosa sta accadendo in grecia“.

Il processo di terzomondizzazione in atto in Grecia anticipa di poco quello che vedremo nel nostro paese.
E’ indicativo che nonostante il fatto che la caduta sia stata molto repentina, avendo il paese molta meno ricchezza individuale degli italiani, la massa dei non garantiti non sia riuscita in alcun modo ad organizzarsi come forza politica.
Nonostante tante manifestazioni e le forti proteste la Grecia è rimasta ancorata, arpionata direi, al nave dei morti. L’europa.

La protesta si è frammentata in modo tale da lasciare campo libero a chi aveva interesse nel mantenimento dello status quo.

Lo stesso sta avvenendo in Italia. I movimenti di protesta si frammentano, a livello elettorale in astensione tout court, promesse di voto al M5S, alla Lega, forse a Berlusconi, a gruppi vari di destra o di sinistra che difficilmente supereranno la soglia per entrare in parlamento in cui comunque non conteranno un cazzo.
A livello sociale non c’è alcuna forma di resistenza civile in atto. Ogni gesto pure significativo è compiuto a livello individuale, spesso portando i segni della disperazione.

Esiste una possibilità che le cose vadano meglio?
No. Secondo me prima di andare meglio dovranno andare peggio. E anche un bel po’ peggio.

Si sente dire in giro, spesso, che gli italiani sono un popolo di pecoroni, che non si rivoltano, che non sanno ribellarsi.
Non è vero. Negli anni 60 e 70 la lotta di classe in italia ha raggiunto livelli di conflittualità altissimi. I più alti in un paese a capitalismo avanzato.
Ma c’era una sostanziale identità di classe, appunto, in cui riconoscersi e un programma, o se preferite, un’ideologia, bello e pronto. Una visione del mondo alternativa da perseguire, che poteva soddisfare sia esigenze intellettuali complesse che quelle più semplici. Strumenti a disposizione per spiegare il mondo reale sia in superficie che in profondità. In grado di rispondere a ogni domanda, semplice o difficile, profonda o banale.

Oggi questa idea unificante non c’è. Si sta ancora formando l’aggregazione che la potrebbe produrre.
Siamo tutti orfani delle ideologie, dei grandi sistemi etici. L’unica aggregazione possibile è in un contenitore post-ideologico, interclassista se visto con l’ottica della stratificazione sociale orizzontale che oggi non esiste più, operai a 1200 euro al mese dopo 30 anni di lavoro insieme a commercianti, lavoratori autonomi insieme a imprenditori, disoccupati insieme a precari, giovani in cerca di primo impiego con esodati. La pressa della crisi ha eliminato i distinguo, le sottigliezze e le differenze storiche e culturali.  I consumatori della società liquida di Bauman, che restano indietro, catapultati in un passato sconosciuto, esclusi dal consumo, in contrapposizione con quelli ancora integrati nella modernità. Con un travaso dei secondi verso i primi in un flusso che è quasi completamente unidirezionale.

Probabilmente però, non esiste alcuna possibilità che la crisi, non solo economica ma piuttosto epocale, venga risolta tramite cambiamenti imposti dalle urne elettorali. E nemmeno imposti dalla piazza. Il controllo da parte di chi gestisce il potere, una rete che difende il proprio grande o piccolo privilegio, è totale e sostanziale.

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2 thoughts on “Riflessioni sulla crisi

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