Fabrizio De Andrè.


Venerdì scorso, l’11 gennaio, correva l’anniversario della morte di Fabrizio De Andrè.
Non è che io tenga un’agenda con compleanni, eventi e ricorrenze: l’ho sentito alla radio, mentre ero in macchina e tornavo a casa.
In coda fra una rotonda e l’altra la notizia mi provocava due pensieri distinti, correlati ma indipendenti e contemporanei, con il risultato di confondersi fra loro.
I miei processi riflessivi non sono lineari. Mi trovo automaticamente a seguire le correlazioni e queste mi portano in genere in posti lontani che poco o nulla hanno a che vedere con il filone principale. Che pure magari non voglio abbandonare.

Questo fa sì che in normalmente mi esprima meglio scrivendo che parlando, avendo l’obbligo di un minimo di ordine nell’esposizione, dato dal collo di bottiglia della sintassi che costringe i pensieri a una fila ordinata in uscita. Una sorta di imbuto in cui arrivano accalcati ed escono ordinati. O quasi.
Mentre il parlare riflette il processo saltellante della mia mente, con involute frasi indentate, divagazioni, subordinate, coordinate, relative e comparative implicite ed esplicite. Insomma un gran casino.
Ma questa è una divagazione. Torno a De Andrè.

1999-2013 Sono già passati 14 anni.
14 anni non sono pochi. Nella mia vita sono accadute un bel po’ di cose in questi 14 anni. Alcune sembrano vicinissime, altre lontane. La notizia della morte di F.D’Andrè per esempio è lontana. Il parlarne pochi anni dopo è vicinissimo. La memoria accelerà con l’età. Ma non è un accelerazione lineare. L’evento della morte di Andrè quasi non esiste, sul piano personale. Dato che la percezione dell’artista non è modificata dall’evento. Io non avevo con lui alcun rapporto personale, quello che arrivava a me dell’uomo De Andrè ha continuato ad arrivare anche dopo, senza soluzione di continuità. Quindi quell’11 gennaio 1999 passa inosservato. L’evento appare lontano. Più lontano di 14 anni.
Alcuni anni dopo ritrovarmi a parlarne con persone che lo conoscevano e mi portavano in una dimensione personale, raccontando la sua malattia, umanizzandolo quindi, mi mise improvvisamente di fronte all’evento della morte.
E’ come se avessi avuto solo in quel momento la percezione della morte di De Andrè, con tutte le sue implicazioni.
E questo evento appare vicino. Più vicino degli 8-9 anni reali.
Strano meccanismo quello della memoria. Non ha pretese di obiettività. Riflette la verità delle nostre percezioni, ha poco di oggettivo. E anche un po’ masochista: degli eventi traumatici e dolorosi riusciamo a sentire la sofferenza, come se il ricordo modificasse subitaneamente la chimica del nostro corpo ponendoci in stato di angoscia, di paura, di ansia. Per un attimo certo, perché poi sapendo che è solo un ricordo ci normalizziamo. Di quelli felici e gioiosi ricordiamo solo che ci sono stati, ma non sentiamo nulla dentro. Il bel ricordo è didascalico, quello brutto è una percezione fisica.

E questo era il primo pensiero. Il secondo era che De André ha significato veramente molto nella mia adolescenza. A livello di idee, di messaggio, di “verità”. Ho avuto un imprinting dalle idee di F. De Andrè. Più della scuola, più di ogni altro pensatore che pure leggevo. Più di un padre letterario, senza volerlo e pensarlo, De Andrè mi ha messo su un binario e su quello ho continuato la mia vita. Anche senza di lui.

Mi riesce persino difficile dire su cosa mi ha influenzato. Se dico, su tutto, non esagero.
La vita. La morte. La religione. La ribellione. La morale. L’amore. Il disincanto. La dolcezza. La rabbia. I sogni. La speranza. La giustizia.

Intorno ai ventanni sono stato un militante politico. Mi racconto come un marxista-leninista. Ma a pensarci bene, in realtà sono stato e sono rimasto un DeAndreista. Sono un figlio di quelle idee, ineludibilmente.

A quell’età si ha bisogno di maestri. Io lo trovai in quei dischi, in quei testi, in quelle note di chitarra. Anche se la mia vita non è stata facile, con quelle idee in testa, credo sia stato un buon maestro.

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3 thoughts on “Fabrizio De Andrè.

  1. Come te, come tanti ho ascoltato molto De Andrè trovandolo ogni volta o troppo crudo o troppo difficile così come lo sono le cose importanti… e io sempre fuori tempo, da quelle musiche e da suoi significati, così attuali e sempre fuori moda.

    Ora che quella distanza è diventata più corta, per essere un figlio strambo di quelle idee, capisco l’enormità e il valore dell’imprinting di cui parli.

    Bel pensiero, Buzz!

    • Ci sono così tante cose, che mi sono entrate dentro andando a occupare vuoti, o zone di domanda, direttamente dalle canzoni di De Andrè. Mi rendo conto che il tessuto che si è costruito in me utilizzando i fili presi da De Andrè è enormemente complesso, difficilissmo da dipanare e raccontare.
      L’antimilitarismo della guerra di piero ad esempio, con l’anarcoinsurrezionalismo del bombarolo. Una contraddizione nello stesso De Andrè che si è poi riflessa nella mia esistenza. Diventando stridente in alcuni momenti.
      La visione post mortem dell’antologia e di tutti morimmo a stento, il punto di vista altro per eccellenza: quello di chi non ha più parola. La dignità del perdente. L’etica disgiunta dalla Morale. Meglio il cinismo che l’ipocrisia. La voce di chi è debole o non ha voce. La storia raccontata nelle storie dei protagonisti minori. Quante cose di cui potrei parlare, così importanti da rendere difficile raccapezzarcisi.

  2. Mi piace molto quello che hai scritto. Anche sulla memoria, nonostante io la viva un po’ diversamente, contando pure le gioie, non meno lontane dei dolori o dei traumi.
    Mi ritrovo comunque nella percezione che si dilata o si allunga non oggettivamente. La morte di De André per esempio a me sembra recente, così come questi ultimi 14 anni – non avevo allora una figlia! – li avverto rapidi e brevi. Boh! Che scherzi…
    Anche per me il De André di “Tutti morimmo a stento”, il primo che sentii, m’indirizzò per sempre.
    Bello, grazie Buzz!

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