La politica e il problema europeo


Oggi il premier inglese David Cameron pronuncerà il discorso sull’Europa. Al netto delle sottigliezze diplomatiche, per il fatto stesso che ci sarà un discorso è indice che la governance del Regno Unito intende fare un passo indietro dall’UE. Molto probabilmente chiederà di rivedere i trattati, dicendo più o meno chiaro e tondo che se non si rivedranno i britannici saranno costretti ad uscire.

Ci sono vari motivi dietro questa scelta.  Gli inglesi fra tutti sono sempre stati i più euroscettici e oggi si compiacciono della loro scelta di non entrare nell’Euro. Però non è solo la moneta unica, evidentemente, il problema dell’Europa.  L’idea di Cameron è di rinegoziare i termini della questione per evitare “di essere come la Norvegia, governata con un fax da Bruxelles”. Dopodiché indire un referendum secco, dentro/fuori.

E’ chiaro che se i trattati saranno rivisti in maniera tale da ritenere conveniente il rimanere nell’UE il referendum non sarà indetto o nel caso ci saranno ampi spiegamenti di forze pro Europa, viceversa, nel caso si riscontrasse rigidità da parte di Bruxelles, si rimette al giudizio del popolo sovrano. Essendoci un paio di anni per fomentare nell’opionione pubblica sentimenti antiUE, non ci sono molti dubbi sull’esito del referendum.

Gli Inglesi quindi aprono una breccia, in quella che sembra essere l’intangibile monolitica costruzione europea. Fatta a colpi di poderosi trattati, illegibili se non da pochi eletti, di cui è stata sostanzialmente imposta la ratifica ai parlamenti dei singoli Stati, nella forma “va ratificato, punto.”

In realtà è assolutamente urgente che i trattati vadano ridiscussi. Appare ad esempio evidente, ormai, che la politica economica dell’UE, debba essere profondamente modificata.

E’ paradossale, in questo momento politico, che nessuna forza affronti con chiarezza questo argomento. Eppure, non è certamente una boutade da centro sociale. Cito:

Il saggio del giurista ed ex ministro Giuseppe Guarino sull’Europa sarà presentato nel corso del XIX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana che si terrà dal 10 all’11 novembre. Ecco i passi salienti che faranno discutere.

Il Fiscal compact? Incostituzionale. Anzi di più, illegittimo secondo gli stessi Trattati europei.
Un boutade di Beppe Grillo? No, sono le opinioni sostenute in un saggio di 76 fitte pagine zeppe di riferimenti legislativi e rimandi giurisprudenziali scritto da Giuseppe Guarino, professore emerito di Diritto amministrativo alla Sapienza di Roma e già ministro delle Finanze e dell’Industria.
Il saggio di Guarino sarà presentato e discusso nel corso del XIX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana che si terrà dal 10 all’11 novembre a Roma.

“Euro, venti anni di depressione” è il titolo dell’analisi dell’ex ministro. da http://www.formiche.net/2012/11/09/il-fiscal-compact-incostituzionale-parola-di-guarino/

….

Gli economisti hanno il compito di pronunciarsi se vi sia stato il mancato adempimento dell’oggetto indicato all’articolo B del Trattato di Maastricht del 1992. Anche se da allora sono subentrate molte novità geoeconomiche e geopolitiche che complicano l’adempimento degli impegni collegialmente presi, il Trattato di Lisbona del 2007 ribadisce, anzi rafforza, i contenuti degli obiettivi di “piena occupazione e progresso sociale” dichiarando che l’Ue “combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale (…) e la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli stati membri”. da: http://www.formiche.net/2012/12/13/diritto-e-prassi-consigliano-un-check-up-a-certo-europeismo/ Paolo Savona

In questo articolo di Giulio Sapelli: Tre riforme per salvare l’Italia :

(…) Di qui la rinegoziazione essenziale e totale di tutti i trattati europei che non hanno nessuna giustificazione economica e giuridica, (…) . Ne deve derivare l’eliminazione dei tetti di deficit e dei tetti pluriennali che non hanno altro scopo che imporre un dominio deflazionistico teutonico su tutta l’Europa, seguendo le orme di idee economiche già sviluppatesi in Germania alla metà degli anni Trenta e bovinamente accettate da banchieri centrali incompetenti e politici collegati alla grandi banche d’affari che speculano su quelle decisioni.

Farlo rapidamente implica impedire che l’esplosione dell’euro accompagni l’esplosione umana e sociale che si avvicina; (…)
Ridefinizione dei poteri del Parlamento europeo eliminando le commissioni e smantellando la burocrazia europea centralizzata. La federalizzazione dell’Europa riporterà agli stati competenze e poteri…

Giulio Sapelli fa anche altre proposte, che mi sembrano condivisibili, come:

– creare una banca nazionale a proprietà pubblica che finanzi le piccole e medie imprese

– creazione (sollecitata da attori del settore) di “cooperative di ogni tipo e in ogni settore, così da creare lavoro, crediti al consumo, beni a basso prezzo, occupazione e lavoro e massimizzare occupazione e non profitto”.

– riduzione al 35% della tassazione sulle imprese e una negoziazione con le Parti sociali per abbassare in modo drastico le tasse sulla busta paga senza intaccare i contributi pensionistici del lavoro dipendente. L’introduzione del solo contratto di apprendistato è essenziale per cominciare a rovesciare l’ideologia secondo cui l’occupazione dipende dal mercato del lavoro anziché dagli investimenti.

Questo dovrebbe porre le basi, unitamente a una decisa politica di aumento dei salari e di ampliamento dei mercati interni, per il superamento della crisi.

Quello che non riesco a spiegarmi, è come mai, giuristi ed economisti di vaglio, da sempre operanti all’interno del sistema, cattedratici, titolati docenti, ex ministri della Repubblica non trovino alcun riscontro nel novero delle forze politiche di primaria importanza, quelle insomma deputate a governare prossimamente.

La politica nel suo complesso è dunque così lontana dall’intellighenzia del paese, oltre che dal popolo?  A cosa fa riferimento, questa politica?

Credo si sia ingenerato un circuito vizioso in cui dominano televisione e sondaggi.

In periodo di campagna elettorale, quando la politica è molto attenta agli elettori, gli argomenti seri, che sono difficili da spiegare, noiosi, non vengono portati nei salotti televisivi. Anche perché nei talk show, qualunque argomento complesso può essere facilmente smontato dal cabarettista di turno con un paio di battute, facilmente recepibili – queste – da una platea addestrata da anni di analfabetismo culturale. –>  I sondaggi, d’altro canto, inseguono i minimi spostamenti percentuali dettati dalle comparsate televisive. Premiando ovviamente il più telegenico, a scapito del più profondo; il più uomo di spettacolo rispetto al potenziale buon amministratore, il più furbo per il più intelligente, le demagogia e il populismo al posto della complessità.  –> I politici traggono dai sondaggi le regole d’ingaggio per la televisione: parlare come se si parlasse a un bambino. Tenere un profilo più basso possibile. Nessun argomento che possa spaventare i teleutenti.

Perché, appunto, facendo due conti: un 35%-40% non voterà e presumibilmente non guarda nemmeno le trasmissioni televisive in cui si fa spettacolo della politica. E se le guarda, casualmente, lo fa con distacco, avendo già deciso che quel teatrino non è significativo per le sue scelte.

Altri teleutenti sono semplicemente dei tifosi. Schierati con la persona, o contro la persona, a prescindere più o meno da quello che dice. La partita si gioca sugli indecisi, che sono comunque contigui alle rispettive aeree di riferimento.

Insomma ci vanno con una certa delicatezza. Perché non voglio rischiare, per guadagnare qualche voto in più, di perderne altri acquisiti. Quindi non fanno proposte che possono far pensare l’italiano utente medio televisivo. Si potrebbe dire che una proposta fuori dagli schemi è molto rischiosa per chi la fa perché obbliga a mettere in discussione delle certezze acquisite, quali che siano. E a quel punto, mettendo in discussione, si sa dove si comincia e non si sa dove si finisce. Anche la propria scelta di campo da tifoso, potrebbe essere messa in discussione, a quel punto, avendo proprio lui, “il leader” cambiato opinione e/o aperto a nuovi punti di vista.

Il rinnovarsi è pericoloso, insomma.

Così, nessuno dei leader in questo momento va a toccare quelli che sono oggi gli argomenti essenziali, si può dire senza essere drammatici, per la nostra sopravvivenza. Si preferisce trincerarsi dietro slogan che sono ormai entrati, inculcati da anni di campagne martellanti, nella testa della gente.

Dopodiché, una volta che è passata la campagna elettorale, chi ha vinto cerca di arraffare, chi ha perso cerca di mantenere. Il loro problema non è certamente il paese. Se non come un’eco lontana, domande cui dare risposte semplici, se proprio occorre. L’importante è poter scaricare le responsabilità su qualcun altro. E comunque gli italiani che contano, quelli che guardano le trasmissioni televisive, hanno una memoria (indotta) piuttosto corta.

Così, quale che sia la sua autorevolezza, chi è fuori resta fuori, nonostante ciò che dica sia del tutto ragionevole, e/o quantomeno meritevole di approfondimento, a livello istituzionale.

Avviene così che quello che dovrebbe essere il tema principale della campagna elettorale, perché di fondamentale importanza per il paese, perché da esso dipende il nostro futuro, non viene nemmeno sfiorato. L’Euro e l’Europa sono lontanissime dal dibattito, quello che muove i voti mainstream.

Staremo a vedere, se nel mese che resta, Berlusconi avrà motivo, per recuperare quei punti di svantaggio che gli restano, di rischiare il tutto per tutto, facendo entrare in modo dirompente il problema sulla scena.  Il tema lo conosce perfettamente, se non lo fa è perché probabilmente ritiene che non paghi, in termini di voti. Dovrebbe raschiare consensi laddove il sentimento consapevole antieuropeo e antieuro è solidamente radicato e legato ad un ormai storico antiberlusconismo. Improbabile.

Con l’antieuropeismo non andrebbe certo a togliere voti a Monti, o al PD.

Quindi è probabile che il tema più importante resterà fuori dall’agone politico. E gli italiani, quelli che pensano catodicamente, non saranno sfiorati dal problema.

Le conseguenze di ciò? Semplice: “sta arrivando l’inferno, ma i candidati non lo vedono

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