Polli da spennare


Di nuovo la Corte dei Conti lancia un grido di allarme.

Gli aumenti del prelievo forzano “una pressione fiscale già fuori linea” e favoriscono “le condizioni per ulteriori effetti recessivi”. L’allarme arriva dal presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino che, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha sottolineato l’urgenza di ridurre la pressione rfiscale e di “una più equa distribuzione del carico fiscale”. Giampaolino ha anche insistito sulla “necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita”, ma soprattutto si è soffermato sul problema della ‘corruzione sistemica’, che oltre al prestigio, all’imparzialità e al buon andamento della pubblica amministrazione, “pregiudica la legittimazione stessa delle pubbliche amministrazioni e l’economia della nazione”. Il procuratore generale della Corte dei Conti, Salvatore Nottola: “Condono fiscale ha motivazioni intuitive e fondate’  (il resto qui)

E’ un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma considerando il pulpito istituzionale da cui vengono dette queste parole: “i margini limitati di riqualificazione della spesa pubblica hanno reso necessario, dunque, un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale gia’ fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi; la pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha, inoltre, consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell’incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi

Aldilà della prosa a dir poco circonvoluta. Aldilà del fatto che viene in mente che se non mi sbaglio, vado a spanne, il presidente della Corte dei Conti appartiene a quella classe di stipendi  freschi di aumento del 3 e rotti percento, per adeguamento all’inflazione, che li situa intorno ai 300.000 euro.  Ma passando oltre…

In pratica queste parole segnano un distacco piuttosto netto dalle politiche di austerity volute dal Unione Europea, dalla BCE, dall’uomo dei mercati Mario Monti e dai suoi estimatori, di parte (la sua lista di elite) e di apparente controparte (il PD).

Ma è chiaro che faranno orecchie da mercante alle parole della Corte dei Conti. Tanto la stessa Corte, un colpo al cerchio e uno alla botte, dice che comunque si deve continuare nel quadro delle solenni promesse fatte all’Europa. In pratica denuncia che così non va, ma poi la patata bollente non se la tiene in mano.

Che d’altro canto non è altro che una sorta di revisore del bilancio dello Stato. Può dire che le cose non vanno, può anche azzardare un perché non sono andate, ma non può per compito istituzionale dare delle indicazioni se non molto di massima, su cosa fare.

I conti dello Stato non vanno bene. Durante la cura Monti, (la cura che ammazza il malato, come si può leggere anche su questo blog da prima dell’avvento del salvatore della patria) i conti sono peggiorati.

Il motivo per cui i conti non vanno bene è che c’è una grave recessione in atto, aggravata da una pressione fiscale fuori linea con altri paesi europei. Dice la Corte dei Conti.

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, se non fosse che i partiti candodati a governare, PD e Monti, sotto lo stendardo intoccabile del “lo vuole l’eruopa” e del fiscal compact si apprestano a continuare la stessa politica economica.

Il 2013 già sarà peggiore dello scorso anno, già insostenbile, per via dell’effetto cumulativo delle manovre negli anni 2011-2012. Già alcune tasse continueranno ad aumentare. Già è previsto l’aumento di un punto dell’IVA. Ma pensano anche ad un ulteriore manovra aggiuntiva, altrimenti l’obiettivo del pareggio di bilancio sarà irragiungibile. Dopodiché è facilmente immaginabile una ulteriore contrazione del PIL, una diminuzione del gettito fiscale (se non lavori e non guadagni le tasse non le paghi) e si accorgeranno ancora una volta con sorpresa (!) che i conti non tornano e c’è bisogno di altre manovrine. Ad libitum.  Più o meno quello che da tre anni a questa parte sta accadendo in Grecia.

Quindi le parole della Corte dei Conti resteranno solo parole. Possiamo esserne certi. Perché nessuna delle parti politiche in competizione elettorale propone una ricetta che abbia la minima possibilità di migliorare questa situazione.

Il motivo è che c’è bisogno di deciso cambio di rotta. Una vera e propria inversione. Un cambio di paradigma sostanziale.

L’Italia ha sicuramente molti problemi. Accumulati nel corso degli anni. Ma se non si va alla radice, se non si attua una svolta fondamentale nelle politiche economiche, ogni altro punto di qualsiasi programma, è destinato a rimanere carta straccia, per mancanza di fondi.

Il punto è che se non si esce dal paradigma dei trattati capestro Europei, se non si puntano decisamente i piedi imponendo una rinegoziazione degli stessi, primo fra tutti quello sul Fiscal Compact, non c’è alcun margine di manovra.

Se non si prende in considerazione la necessità assoluta di uscire dalla trappola del cambio fisso dell’Euro, non c’è alternativa alle politiche di austerity e quindi alla recessione e quindi all’inasprimento della pressione fiscale. Per nessuno. Per noi, per la Spagna, per la Grecia, per il Portogallo, e già, anche per la Francia.

All’uscita unilaterale dall’Euro esiste l’alternativa (?) di un’uscita consensuale. Potrei anche capire che un politico possa dirla in quel modo, possa andare cauto. Non pretendo proclami rivoluzionari. Ma è comunque su questo argomento che si gioca il futuro del paese.

I nostri politici invece non vedono altra strada che quella tracciata dagli eurocrati, governati dagli interessi tedeschi: più tagli, più austerità, riforme che ledono i diritti acquisiti (pensioni, lavoro), più disoccupazione, erosione del risparmio, privatizzazioni dei servizi pubblici essenziali, come scuola e sanità, svendita delle aziende strategiche.

Se il paese va verso la terzomondizzazione non si può pensare che i cittadini mantengano un welfare da paese fra i primi al mondo e un benessere relativo. ….

Keynes nel 1925 scrisse:

“Una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paura: da rifuggire e con paura anche se fosse attuabile, anche se ci facesse più ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civiltà europea”

Si riferiva alla politica che imponeva alla Germania il pagamento di enormi danni di guerra, tali da gettare il paese sul lastrico. Non fu ascoltato. Quelle politiche costrinsero all’austerity il paese. Dice wikipedia su Bruning (Cancelliere della Repubblica di Weimar)

Il penultimo Cancelliere della Repubblica di Weimar, già leader dei sindacaticattolici, non disponeva di una maggioranza parlamentare solida, basata sul partito del centro cattolico e sull’esitante appoggio dei socialdemocratici. In piena Grande Depressione e in una situazione economica gravissima per la Repubblica, Brüning perseguì con determinazione, tramite decreti presidenziali emanati in via d’urgenza, una politica di tagli di bilancio e di deflazione, tentando di alleviare il peso del debito estero connesso al pagamento delle riparazioni di guerra decise a Versailles.

Secondo alcune letture la sua politica di rigore provocò un grave aumento della disoccupazione, contribuì ad aggravare il disagio sociale e la condizione dei ceti medi, causando il massiccio spostamento dei medio-bassi verso l’estremismo populista-nazionalista che alimentava l’area politica rappresentata dall’indotto elettorale allora controllato dal partito nazionalsocialista di Adolf Hitler.

Non occorre essere molto pessimisti, basta un po’ di sano realismo, per capire che il velleitario sogno dei fautori dell’Euro in buona fede, ovvero che una forzatura monetaria costringesse i paesi ad una unità politica e fiscale, si sta risolvendo in un massacro sociale. I più accorti di loro se ne sono resi conto, chi prima chi dopo.  E oggi, la contnuazione di queste politiche rende sempre più corposo lo spettro della grande depressione e dei pericoli sociali che seguirono.

La Storia insegna. Le condizioni di oggi si sono già più volte verificate nel passato, e ogni volta si sono risolte in modo drammatico. Tragico. La storia non insegna a chi non voglia e tempo e intelligenza per capirne gli insegnamenti.

Nella classe dirigente europea, quelli che restano oggi fanaticamente proeuro, sono quelli che hanno investito troppo in termini politici sul discorso Europa per poter tornare indietro, ammettendo di essersi sbagliati. Buona parte dei politici di sinistra è in questa condizione. Altri ancora sono quelli che sono in politica per interesse personale e sono troppo presi dall’arraffare il possibile prima della fine, per pensare di mettersi a fare veramente politica.  Altri ancora hanno da perdere in un rimescolamento di carte.

E allora ci troviamo davanti un ampio ventaglio di non scelte. Giochiamo il gioco delle elezioni con un mazzo di carte truccate. L’unica cosa da fare è buttare all’aria il tavolo e le carte. Non votando nessuno dei partiti che ci propongono la solita ricetta.

Questo bisogna fare.

Ne va della nostra vita, e dei nostri figli. Informarsi è doveroso.

Non si potrà dire io non sapevo. Non si potrà fare appello all’ignoranza. Oggi esistono tutte le possibilità per informarsi e capire. Non farlo è colpevole, quanto è colpevole colui che consapevolmente manipola l’informazione.

Fino ad adesso, l’unico che abbia sfiorato, dico sfiorato, la questione, è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, dicendo che proporrà un referendum sull’euro. Va bene. In mancanza di meglio. Almeno che se ne parli. E per questo sono intenzionato a votare M5S, e anche perché le persone in lista perlomeno sembrano persone pulite.

Nessun altro politico ha detto nulla rispetto a questo problema, che pure ormai la maggior parte degli economisti, indica con chiarezza come *il* problema da affrontare.Anche le promesse di Berlusconi, non considerando il personaggio per quello che è stato in questi anni, ma facendo finta che sia un politico se non serio almeno mediamente responsabile, non sono minimamente praticabili se non fuori dal paradigma dell’attuale Unione Europea.La sua non credibilità oltre che personale, per le innumerevoli bugie che non si è fatto scrupolo di dire in ogni campo del suo agire in questi ultimi ventanni di vita politica, è anche politica, perché non è in grado di rappresentare la parte del paese che potrebbe essere oggettivamente trainante nel processo di ridefinizione di questa unione europea: ovvero la piccola e media impresa, il ceto medio, impiegati, salariati, operai, commercianti. Non è in grado di rappresentarla perché resta oggettivamente un miliardario. E i suoi e nostri interessi non coincidono che in minima parte.E’ tuttavia  l’unico che sembra aver chiaro che se non si ridiscutono i trattati europei non si esce dalla recessione. Ma ha preferito cedere il governo del paese, nel novembre 2011, e appoggiare Monti.  Perchè?  E’ facile dirlo. Ha molto da perdere. Le sue aziende, i processi.
Cosa è cambiato nel frattempo? Forse solo che le promesse che gli avevano fatto non sono state mantenute. I processi sono andati avanti e di fronte allo sfasciarsi del PDL, Berlusconi ha visto assottigliarsi pericolosamente ogni futura potenzialità di trattativa. Per questo prima che fosse troppo tardi è tornato in campo e per questo cerca se non di vincere, perlomeno di perdere mantenendo un rapporto di forza non troppo sfavorevole.Ma nessuna forza politica è credibile, aldilà di velleitari splendidi desideri, e/o per consapevole menzogna, quando promette qualcosa che si chiama ripresa economica, o alleggerimento della pressione fiscale, restando nei parametri che ci hanno condotto in questa situazione.L’agitare il fantasma degli spread, dei mercati, è pura e semplice speculazione (sulla speculazione). Si facessero scelte chiare e i mercati si adeguano. Tutto sono meno che masochisti. Anzi, checché se ne dica, i mercati sono estremamente, freddamente razionali. Si muovono nella direzione del guadagno, o della minor perdita, in subordine.
Ma non può essere questa logica, a governare un paese. Perché non è affatto detto che il guadagno degli operatori finanziari coincida con il guadagno del sistema paese. Né sul breve né sul medio né sul lungo termine. Anzi. La forza politica che può farci uscire dalla crisi è ancora di là da venire. Lo stesso M5S, per quanto fortemente nuovo nel suo personale politico, forse ne comporrà una parte ma non è essa stessa la forza. Anche perché non ha la struttura necessaria ad affrontare il periodo storico piuttosto movimentato che ci attende. La sua natura sostanzialmente autocratica, ha funzionato per ora, ma non reggerà quando i primi eletti in parlamento saranno giornalmente sotto il fuoco dei media. Allora o cambierà o si frammenterà.
Purtroppo è facilmente immaginabile che più andiamo avanti e più sarà doloroso. Per l’economia innanzitutto, ma anche per la democrazia. Che già non è per niente in buone condizioni, ridotta a poco più di un mero simulacro, potrebbe essere spazzata via. Fate il vostro gioco, cittadini, ma sappiatelo, le carte sono truccate e gli altri giocatori sono d’accordo fra loro. Se non cambiate mazzo, siete il pollo da spennare.

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One thought on “Polli da spennare

  1. a proposito di quel che dice la Corte dei Conti (quelli da 300k) e della necessità di reperire nuovi fondi…ossessivamente… mi viene sempre in mente il paragone con il cuculo: depone le uova con l’inganno del mimetismo e il pulcino che nasce dapprima butta fuori i suoi fratellastri e poi aspetta da mangiare dai suoi genitori adottivi che non si rendono conto di che razza di mostro stanno allevando…mangia per tre, insaziabile, insaziabile…dissi suo tempo che in un periodo di crisi, l’unica azienda che non ribassava il costo delle sue merci e dei suoi servizi era lo Stato Italiano: in barba al numero decrescente dei contribuenti le sue “necessità” finanziarie rimanevano inalterate se non addirittura in aumento…

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