Sulle orme di Shakleton


Un gruppo inglese-australiano ha replicato la storica impresa di Ernest Shackleton, esploratore polare che nel 1916 riuscì a salvare il suo equipaggio, rimasto intrappolato in Antartide per un anno, con un’impresa al limite delle possibilità umane. In particolare, il gruppo guidato da Tim Jarvis e Barry “Baz” Gray ha replicato le ultime due parti del salvataggio, le più dure: la navigazione, in una scialuppa di 6 metri, dalla Elephant Island alla South Georgia, pari a 1300 km, e la successiva traversata, a piedi, della stessa isola, tra montagne da scalare e crepacci da evitare.

Il tutto utilizzando imbarcazioni, strumenti ed equipaggiamento identici a quelli impiegati dall’esploratore. Una prova che si è rivelata durissima, tanto da costringere Jarvis e Bay a qualche compromesso: alcuni membri dell’equipaggio hanno dovuto desistere, il gruppo si è accampato in tende di ultima generazione, mentre Shackleton non ne aveva alcuna; a un certo punto, uno dei partecipanti è tornato indietro per portare abbigliamento termico attuale a Jarvis e Bay, che accusavano principi di congelamento ai piedi. “Quelli erano veri ‘Iron men'”, ha sintetizzato Jarvis, a fine spedizione, dichiarandosi comunque soddisfatto del risultato ottenuto. (continua articolo su Repubblica Viaggi)

Un po’ di anni fa mi regalarono il libro “Endurance. L’incredibile viaggio di Shakleton al Polo Sud” di A. Lansing. Uno dei più bei libri di avventura che abbia mai letto. E laggettivo incredibile nel titolo è più che necessario, è inevitabile.

La spedizione partì da Londra il 1 agosto 1914, con a bordo Shackleton e altri 27 uomini. La nave Endurance rimase ancorata a Grytvyken (Georgia del Sud) per circa un mese e salpò diretta verso il mare di Weddel il 5 dicembre del 1914, il 10 gennaio 1915 la nave raggiunse il mare di Weddell e il 19 dello stesso mese rimase incastrata nel pack. (timeline e altra map)

La nave, incastrata nei ghiacci, andò alla deriva da 77° S a 61° S, il 27 ottobre e dovette essere abbandonata, il 21 novembre fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton fece trasferire l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato “Ocean Camp” dove rimasero fino al 29 dicembre quando si trasferirono, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio sul un lastrone di banchisa in quello che chiamarono Patience Camp

Fino all’8 aprile 1916 rimasero sulla banchisa e quando questa iniziò a sciogliersi tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Dopo una navigazione molto difficile, raggiunsero la costa dell’isola il 15 aprile del 1916 (498º giorno della spedizione). Le probabilità di ritrovamento e soccorso erano pressoché nulle, Shackleton decise quindi di raggiungere, utilizzando la scialuppa in condizioni migliori, la Georgia del Sud (distante 700 miglia marine, circa 1.300 km) insieme a cinque uomini per cercare aiuto. Salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell’isola (baia di Re Haakon) dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche abominevoli.

Shackleton, insieme a Tom Crean e Frank Worsley, riuscì in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (fu il primo attraversamento dell’isola) per raggiungere la stazione baleniera di Stromness situata sulla costa settentrionale, vi giunsero il 20 maggio. Da lì Shackleton organizzò il soccorso degli uomini rimasti sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916 col rimorchiatore cileno Yelcho.

In questi due anni Shakleton non perse nemmeno un uomo.

sopra : gli uomini del team anglo-australiano nella spedizione che ripercorre le ultime due tappe del viaggio di Shakleton

la partenza di Shakleton sulla scialuppa “James Caird” dall’isola Elephant

Il fatto è che l’incredibile viaggio di Shakleton non è una epopea. Sono più di una, almeno tre! Vale la pena di leggere perlomeno la storia condensata, su wikipedia o qui in inglese.

– la traversata del pack tormentato, trainando tre scialuppe piene e tutto quello che avevano salvato, per centinaia di chilometri.

– quella di 1500 km di oceano in una zona fra le più burrascose del mondo, con una scialuppa di sette metri, una bussola e un cronometro (nella foto sopra la partenza dall’isola Elephant)

– la traversata per 30 km lineari (ovviamente di più considerando che non avevano una carta) in una zona montagnosa e crepacciata, mettendo dei chiodi nelle suole delle scarpe come ramponi e usando attrezzi di fortuna come equipaggiamento alpinistico.

Solo quest’ultima parte è un’impresa alpinistica di rilievo, ancora oggi. Conoscendo il territorio e con equipaggiamento moderno a disposizione. Se ne resero conto gli stessi inglesi delle SAS, durante l’operazione Paraquet (1982 preliminare guerra delle Falkland) dove persero due elicotteri.

Gli uomini che hanno provato a ripercorrere le gesta di Shakleton e del suo equipaggio si sono cimentati, con la traversata in mare e quella alpinistica. Inutile dire che non avevano dietro le spalle quasi due anni di permamenza a temperature estreme, fino a -45° C, fatiche enormi e alimentazione casuale, spesso razionata.  Eppure, con equipaggiamento, cartografia, abbigliamento, alimentazione, moderni hanno trovato difficoltà.

Gran bella avventura ancora oggi, comunque.

Chissà come si sono ritrovati nello scegliere di ripercorrere questo viaggio? Magari con un annuncio, come Shakleton cercò i suoi uomini:

MEN WANTED: FOR HAZARDOUS JOURNEY. SMALL WAGES, BITTER COLD, LONG MONTHS OF COMPLETE DARKNESS, CONSTANT DANGER, SAFE RETURN DOUBTFUL. HONOUR AND RECOGNITION IN CASE OF SUCCESS.

(SI CERCANO UOMINI : PER VIAGGIO PERICOLOSO. BASSO SALARIO, FREDDO INTENSO, LUNGHI MESI DI COMPLETA OSCURITA’, PERICOLO COSTANTE, NON SICURO RITORNO,  ONORE E RICONOSCIMENTO IN CASO DI SUCCESSO. )

Una delle più grandi avventure che sia mai stata raccontata.

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