PMI, un disastro. Che fare?


Anche se i media passano le notizie velocemente in secondo piano basta una rapida ricerca in rete perché escano fuori numeri impressionanti: Treviso  – FrosinonePerugiaMilanoRavennaVenezia  … 9 morti, solo negli ultimi giorni. Suicidi o omicidi/suicidi. Piccoli imprenditori schiacciati dal peso della crisi.

Ovviamente è solo il gesto eclatante, quello che arriva alle cronache.  La media sembra sia di 8 suicidi al mese, nell’ultimo anno. Qualcuno decide prima di andarsene di portarsi via qualcun altro. Per amore, forse, come nel caso di Milano. Per vendetta, a Perugia.

Questo è ciò che arriva in superficie, ma chi lavora nella piccola e media impresa sa che esistono infinite grige sfumature di disperazione, prima di arrivare al nero della morte.

Da un’analisi della CGIA di Mestre sembra che un’impresa su due non riesca a pagare gli stipendi.

Il meccanismo della sofferenza delle imprese è presto descritto:

contrazione del volume di affari per via del calo generalizzato dei consumi a cui si risponde cercando di tagliare le spese, abbassare il prezzo finale del prodotto (offerte), rallentando la produzione (diminuendo l’orario di lavoro e/o licenziando)

Ogni settore ha avuto il suo decremento specifico, negli ultimi anni. Ogni impresa ha cercato di riallinearsi in base alla domanda, spostando per quanto possibile il baricentro del suo campo di attività (evito di proposito inglesismi come core-business e simili), anche facendo investimenti, ma la crisi dura ormai da 5 anni e ha toccato ogni ambito in maniera pesante. In certi casi devastante.

ritardo nei pagamenti, soprattutto per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, ma anche, a catena, le aziende collegate alla filiera: se non pagano X, X non paga Y, che non paga Z, che non paga … inserito in un quadro generale storico in cui il credito non è assolutamente garantito, con tempi di giustizia lunghissimi. Come al solito in Italia, i furbi hanno molte meno difficoltà a muoversi in questo contesto, sono gli onesti quelli che se devono pagare si ritrovano in men che non si dica casa pignorata e se devono prendere dei soldi possono metterci una croce sopra.

– contrazione del credito, come cercavo di spiegare nel post “il grosso problema del debito privato” la crisi in Italia incide più pesantemente che altrove per via del debito con l’estero, che ci ha inondato di liquidità prima, vendendoci merce e denaro, per poi rivolerlo indietro proprio quando la recessione non ci mette nella condizione di restituirlo. Le banche francesi, tedesche, olandesi lo chiedono alle nostra banche e quelle, in sofferenza se non sull’orlo del default,  lo chiedono allo Stato, (vedi aumento pressione fiscale) e non ci pensano nemmeno a venire a darlo a noi; e se lo hanno dato, in passato, lo richiedono indietro (*) e comunque cercano di trarne il massimo profitto.

– aumento della pressione fiscale, fra tasse, imposte, balzelli, spese obbligate di ogni tipo, consulenze necessarie per barcamenarsi nel labirinto della burocrazia, il carico sulle imprese è enorme. Per la maggior parte delle PMI l’elusione fiscale è l’unico modo per sopravvivere, senza se e senza ma. Un impresa, anche con fatturato a zero può trovarsi a dover pagare decine di migliaia di euro di tasse, a prescindere dal redditometro o comunque lo si voglia chiamare.

– crollo del mercato immobiliare che impedisce di smobilizzare anche per quelle imprese che hanno una certa solidità patrimoniale. I capannoni vuoti, i cartelli “affittasi” o “vendesi” ormai ingialliti che si vedono in giro testimoniano la situazione meglio di qualunque indagine di mercato. Non si vende, e se si vende, si svaluta a prezzi da rapina. Questo sta aumentando la forbice fra i pochi molto ricchi e gli altri. Chi ha liquidità oggi fa affari grandiosi, sfruttando lo stato di necessità di molti.

Cioè, capite il paradosso? Se voglio vendere una qualsiasi proprietà, fosse anche la casa in cui vivo e andare in affitto, per pagare il debito e far sì che smettano di accumularsi interessi, non posso farlo. Non c’è mercato. Però fra qualche anno quelle proprietà le perderò comunque: saranno sequestrate e messe all’asta.

Parafrasando Tolstoj si potrebbe dire che le imprese felici si somigliano tutte; le imprese infelici sono infelici ciascuna a modo suo.

Infatti ogni impresa ha il suo personale mix di cause di sofferenza. Può influire in maggiore o minore misura la contrazione del volume di affari, il ritardo nei pagamenti, la contrazione del credito… eccetera….

ma il risultato finale, valido più o meno per tutti, è che gli interessi bancari a tassi da usura e le tasse, con relativi interessi e sanzioni per ritardato e omesso pagamento,  rappresentano delle uscite ad aumento costante (le seconde sia per le sanzioni dovute al mancato pagamento sia per l’effettivo aumento delle aliquote e l’imposizione di nuove tasse).  Sono dei costi che si nutrono di se stessi, autolievitanti.

Un’impresa può ridurre ai minimi termini la propria produzione, può ridurre l’occupazione, può anche operare senza utili per qualche tempo, ma se quando operava a regime riusciva a far fronte a interessi e imposte la cui somma era poniamo il caso 100,  ora che ha progressivamente diminuito il volume di affari del 30-40-50-60% non può pagare 120, e poi l’anno successivo 145 e poi ancora 175… (!)

Anche chiudere l’attività non risolve il problema. Interessi bancari e sanzioni continuano ad aumentare. Gli studi legali delle banche e di Equitalia, ti staranno addosso, a te e ai tuoi discendenti, implacabili, senza scampo. Ti porteranno via tutto.

Se pure si lavora, a regimi ridotti, dignitosamente, questo non basta a risanare la situazione debitoria con banche e fisco. La fine si rallenta, ma è un combattere sempre più debole. Basta un mancato pagamento e oltre agli stipendi rallenti una volta di troppo il pagamento ai fornitori, che iniziano a non darti la merce, non puoi più lavorare, è la fine. E a quel punto è un dramma che colpisce l’imprenditore e la sua famiglia, ma anche tutti i suoi dipendenti, che oltre a perdere il lavoro perdono la liquidazione, e probabilmente le ultime buste paga.

Non tutti gli imprenditori sono già arrivati a questi estremi. Ma gli artigiani, le ditte individuali, le società in nome collettivo, quelli che garantivano con il loro patrimonio, ci sono tutti vicino.

Che fare?

E’ evidente che alcune problematiche sono di struttura e vanno affrontate a monte.La contrazione del volume di affari non è affrontabile se non nel quadro di misure antirecessive generalizzate che creino reddito e permettano alla gente di tornare a spendere. Lo snellimento delle procedure burocratiche, così come l’accorpamento e semplificazione degli adempimenti fiscali, la diminuizione della pressione fiscale. Sono tutte cose che devono essere fatte al più presto.

Ma nell’immediato occorre intervenire soprattutto sul tema dei costi autolievitanti. Sanzioni e interessi debitori verso Stato e banche.

– Consolidamento dei debiti tramite accesso facilitato a mutui erogati dalla Cassa Depositi e Prestiti

– Moratoria delle sanzioni di Equitalia, blocco dei sequestri e dei pignoramenti

– Registrazione contabile IVA a pagamento avvenuto della fattura

– Pagamento dell’arretrato della Pubblica Amministrazione

– Snellimento procedure di pagamento e obbligo tassativo di pagare entro 60 gg dalla data di consegna del lavoro o della merce, che deve corrispondere alla data fattura, ovviando al trucco che oggi consente alla PA di rispettare i parametri di pagamento entro 60 o 90 gg data fattura, dando l’autorizzazione a fatturare 150-180 gg dopo la consegna del lavoro, obbligando peraltro l’azienda ad infrangere a suo rischio la normativa fiscale.

– Class action contro le banche che hanno applicato negli ultimi cinque anni interessi usurari

dopodiché:

– Eliminazione dell’IRAP

1) tassa di più le imprese che non attuano il labour saving, ossia tassa le imprese che hanno più dipendenti; è un’imposta in spregio ai principi della nostra costituzione;
2) è addirittura indetraibile dall’ ires (imposte sul reddito), per cui se un’azienda (con alto costo del lavoro) con fatica registrasse un moderato utile, a causa di questa schifosa indetraibilità incredibilmente andrebbe in perdita! faccio notare che questa porcheria dell’indetraibilità riguarda anche i costi per gli interessi passivi e per l’imu. Lo Stato bastona chi investe nei muri della propria azienda, chi assume dipendenti e chi paga tasse e fornitori ricorrendo ai prestiti bancari!
3) rappresenta un clamoroso regalo alle multinazionali, che, avendo all’estero buona parte del costo del lavoro e la quasi totalità degli oneri finanziari, si trovano con una base imponibile spesso più che dimezzata.

– Eliminazione dell’IMU

– Revisione delle tariffe TARES

(non so negli altri comuni, ma in quello di Roma le tariffe per le attività commerciali sono allucinanti, ad esempio area di 500 mq se adibita a magazzino stoccaggio € 3.800/anno; a officina € 5.700/anno; a uffici € 9.500/anno e non parliamo di attività quale una pizzeria, che per 100 mq paga oltre € 6.000/anno. E Roma non s’intende centro storico. Anche chilometri fuori dal  Gra è comune di Roma.

– Defiscalizzazione degli investimenti

Poi ovviamente molte altre cose possono e devono essere fatte in un quadro generale. Ma nell’immediato io penso sia soprattutto un problema di accesso al credito e di stop ai costi per interessi e sanzioni. Che più questa crisi si prolunga oltre a provocare chiusure a raffica rendono impossibile qualsiasi ipotesi di una ripresa futura.

:::::::

(*) http://www.report84.it/78-prima-pagina/33104-la-banca-d-italia-sorda-sugli-scandali-miliardari-come-mps-fa-la-voce-grossa-sulle-sofferenze-bancarie

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4 thoughts on “PMI, un disastro. Che fare?

  1. Nulla da aggiungere…..sacrosante verita’ pultroppo Muraro ha ragione….meglio NON pagare le tasse che uccidersi!!

    • Purtroppo non pagare le tasse non basta più. Quando non hai soldi per pagare fornitori e stipendi smetti di lavorare. A quel punto aspetti. Vedi il tuo debito crescere. Ogni tre mesi arrivano gli estratti conto con gli interessi bancari che vanno ad aggiungersi alla somma che devi restituire. Arrivano le cartelle esattoriali. Arrivano le sanzioni. Arrivano le lettere di revoca. Le intimazioni di pagamento. E’ un cappio che si stringe, sempre di più. Ti ritrovi dopo aver lavorato una vita a non avere più alcuna possibilità.

  2. Già, nulla da aggiungere. Ho la sensazione di vivere in un paese che mi estorce la vita. Invece di sentirmi protetta, nel mio paese, ne ho paura, e, a dire il vero, ho sempre pronta una valigia per andarmene. Non si può morire di avvilimento, di tristezza. Non ci si può suicidare perché si ha la sensazione che la propria vita non conti un cazzo per nessuno, se non per il fisco.

    • Peggio. Non contare un cazzo per nessuno può anche essere a volte una dimensione di libertà. Qui conti invece solo come vittima di un potere opprimente, soffocante, cieco, contro cui non c’è scampo perché incorporeo, intangibile. Quando parli con i funzionari di questo stato, quale che sia l’ufficio, ti guardano con una finta comprensione dietro la quale vedi che non gliene frega un cazzo, i tuoi problemi non sono i loro. Sono ingranaggi di una macchina, più o meno stolidi, più o meno consapevoli. Certo non meritano che qualcuno rivolga l’arma contro di loro, ma è una guerra, e nelle guerre quanti danni collaterali ci sono?

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