Osservazioni sul momento


L’analisi sulla composizione del voto di Ilvo Diamanti, su Repubblica, scopre quello che a chi ha vissuto negli ultimi mesi la crescita del Movimento Cinque Stelle era più che evidente.

Scrivevo a dicembre:

Siamo tutti orfani delle ideologie, dei grandi sistemi etici. L’unica aggregazione possibile è in un contenitore post-ideologico, interclassista se visto con l’ottica della stratificazione sociale orizzontale che oggi non esiste più, operai a 1200 euro al mese dopo 30 anni di lavoro insieme a commercianti, lavoratori autonomi insieme a imprenditori, disoccupati insieme a precari, giovani in cerca di primo impiego con esodati. La pressa della crisi ha eliminato i distinguo, le sottigliezze e le differenze storiche e culturali.  I consumatori della società liquida di Bauman, che restano indietro, catapultati in un passato sconosciuto, esclusi dal consumo, in contrapposizione con quelli ancora integrati nella modernità. Con un travaso dei secondi verso i primi in un flusso che è quasi completamente unidirezionale.

Sembra però che Diamanti ancora non riesca a cogliere il nuovo. Per definire la realtà ha bisogno di rifarsi all’interclassismo della DC. Ma laddove il potente collante che teneva insieme interessi diversi nella DC di origine, prima che si trasformasse in comitato d’affari, era l’anticomunismo, con le sue implicazioni sociali, religiose, etiche, qui se vogliamo è l’antipartitismo.

Ma mentre il comunismo come antitesi è facilmente definibile, come ideologia strutturata e applicata in diversi esperimenti sociali. Il partitismo è una definizione che non esiste, non disegna nulla di preciso, è ondivaga e liquida, per continuare ad usare la terminologia baumiana.

Non basta dire che l’antipartitismo viene a rappresentare la reazione al disagio sociale indotto dalla crisi.

I partiti tradizionali vengono in realtà identificati come rappresentanti di una classe dirigente espressa da un modello di sviluppo che si sta rivelando profondamente inadeguato.

Di questa inadeguatezza è andata crescendo la consapevolezza ad un livello che è quasi istintuale. Che il sistema fosse un enorme castello di carte, dall’architettura incomprensibile e insana, destinato prima o poi  a crollare in modo clamoroso, è un’idea subdola, talmente vasta da non poter essere abbracciata, né tantomeno comunicata se non con un perplesso punto di domanda pensando al futuro, ma ben presente credo nella maggior parte di noi.

E’ che di questa consapevolezza non sappiamo che farcene, piccoli uomini di fronte a qualcosa di estremamente complesso. Allontaniamo il punto di domanda e ci concentriamo sul presente. Disotgliendo lo sguardo da un futuro che appare denso di incognite.

Si fa più stringente però e ritorna sempre più spesso a tormentare, la domanda, con l’approssimarsi della crisi. Prima se ne sente parlare, la si vede avvicinare, sfiora la nostra quotidianeità, ci si ritrae, ma quella avanza, ancora ci si sposta ma quella incalza. Il senso d’insicurezza che ne deriva  spinge all’urgenza di far qualcosa.

Tendiamo all’autoconservazione. Prima di tutto facciamo le cose che ci costano meno. Alzare la voce contro qualcuno che possiamo identificare a torto o a ragione come caprio espiatorio è la prima opzione. Nella democrazia la seconda è il voto.  O il non voto in mancanza di alternative.

L’antipartitismo è questo, in sostanza. La consapevolezza diffusa che il modello di società attuale non funzioni più. La necessità di cambiare non già solo gli uomini della leadership, ma in una società che è profondamente diversa da quella che aveva espresso dopo la II guerra mondiale le democrazie parlamentari come il sistema il meno peggiore fra quelli possibili, il sistema stesso di governo.

E attenzione: non si deve pensare alla fine di questo sistema come di un ritorno a forme di governo autocratiche o totalitarie. Ma di una evoluzione verso un nuovo di cui in questo momento non si vede ancora la forma.

I vecchi strumenti, le categorie di analisi, non bastano. Sono chiaramente inadeguate. Chi le usa per interpretare la realtà è per forza di cose un passo indietro. Costretto a rincorrere il cambiamento, riesce a fermarne l’immagine quando quello è già oltre.

Questa sindrome appare particolarmente evidente nell’establishment mediatico. Tranne qualche rara eccezione, mai si era vista una simile unità d’intenti nel tentativo di ricondurre il cambiamento in parametri conosciuti e quindi rassicuranti.

L’establishment tutto, senza eccezione, giornalisti, intellettuali, politici, cantanti, attori, commentatori, opinionisti, figure comunque facenti parte di quella parte della società garantita per cui il vecchio sistema ha sì delle cose che non va ma in fondo funziona ancora, si spreme con toni che vanno dall’isterico all’accorato, nel tentativo di normalizzare ciò che gli appare essere come una specie di metastasi improvvisamente apparsa nel corpo della società civile.

La storia dimostra che quasi mai l’affacciarsi del nuovo sulla scena è indice di periodi sereni. Proprio perché i sistemi tendono all’omeostasi, a conservare il proprio equilibrio, il fatto che il nuovo riesca ad emergere implica una spinta potente che nel distruggere vecchi equilibri può risultare dolorosa.

Ancora non si sa se questo nuovo ha trovato la forma attraverso cui esprimersi o se questo è solo il primo stadio, la prima delle pelli che cambierà crescendo.

Stiamo a guardare. Attenti a cogliere i segnali. Perché le cose cambiano molto velocemente. E’ una di quelle fasi in cui le direzioni cambiano con molta facilità. Una realtà liquida.

E ancora non capisco se è solo un agitarsi di superficie, mentre nel profondo nulla resta invariato.

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I grafici della composizione del voto http://www.demos.it/a00831.php

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