Troppo stupidi per sopravvivere


Nella classe dirigente di questo paese ci saranno pure persone di qualità. Ma sono circondate da una pletora di opportunisti e furbastri di disarmante pochezza  intellettuale che predomina nettamente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il paese è sostanzialmente ingovernabile da decenni e il massimo che le varie consorterie di potere riescono ad esprimere è la difesa del proprio territorio, in totale spregio con gli interessi della collettività.

Domina la mediocrità intellettuale in ogni ambito della vita pubblica.

Politici, funzionari pubblici o di partito, commentatori, analisti: è veramente difficile ascoltare un discorso che sorprenda per la profondità dell’analisi.

Di questo vuoto bisogna prendere atto.  Nelle scelte che compiono o che non compiono, nei commenti che fanno, ci si rende conto di quanto la storia abbia preso alla sprovvista questi uomini piccoli piccoli, allevati in una società opulenta e molle, piagnona e ipocrita che seleziona l’opportunismo anziché la dirittura morale, il leccaculismo al posto del coraggio delle proprie opinioni, la mediocrità omologata contro la libera iniziativa.

Fa eccezione Berlusconi, una spanna sopra i suoi competitori. Al quale bisogna riconoscere alcune di quelle qualità che fanno di un uomo un capo, fra cui l’ego nietzschiano, che considera se stesso al di là del bene e del male, superiore alle leggi degli uomini. L’etat c’est moi, dovrebbe essere il suo motto, se non fosse stato abusato.  Poco a che vedere con la democrazia, ovviamente, ma tant’è, la democrazia cosa c’entra con il libero mercato?

Questo è uno dei grandi equivoci dei nostri tempi: una società democratica con un’economia in cui vige la legge del più forte.

Chi mi legge sa che sostengo da tempo la teoria che Berlusconi abbia incarnato, pur con tutte le contraddizioni utilitaristiche derivate dall’ambiguità del personaggio, le istanze del capitalismo locale, in contrapposizione naturale quelle del capitalismo finanziario internazionale.  Il capitalismo della periferia contro quello del centro.

La caduta del muro di berlino, il dissolvimento dell’Urss e del ruolo strategico dell’Italia nel quadro internazionale, aveva fatto del paese, nei primi anni 90, terreno di conquista per i vincitori della guerra fredda: il capitalismo dell’alta finanza dei Rotschild (da Goldman Sachs a l’Economist, da De Benedetti a Repubblica…). L’opposizione a questo piano di acquisti e svendite era rappresentata dal capitalismo locale, il tessuto industriale e finanziario del paese, troppo debole per competere a lungo sul piano globale, privo dopo la caduta della DC e il venir meno dell’interesse strategico Usa, di protezione politica.

Nella classica logica “i nemici del mio nemico sono miei amici” quelle forze e interessi definibili come oligarchia finanziaria mondiale si coniugarono con i residui del Pci, orfani di una ideologia scomparsa, ansiosi di sdoganarsi come affidabili agli occhi del mondo dei vincitori e storici competitori del capitalismo locale.

Questa innaturale ed immonda alleanza fra ciò che rimaneva dell’utopia ugualitarista e socialista e le più spietate ideologie ultraliberiste che prefigurano i mercati economici come una giungla in cui l’unica legge è quella del più forte,  è stata possibile da un lato per il rispettivo agire su piani economici posti a livelli decisamente differenti,  ma, soprattutto, per la piccolezza umana e intellettuale degli uomini che sono stati protagonisti sulla scena politica di questi anni, incapaci di comprendere oltre al proprio misero interesse di bottega e al piccolo tornaconto personale, come il patto col diavolo che facevano non poteva che portare alla loro stessa distruzione.

Solo poche voci si sono levate a denunciare questa spuria e innaturale contiguità, e fra queste, a onor del vero, quella di Stefano Rodotà.

Se guardiamo gli eventi dagli anni 90 in poi, ci si rende conto che le politiche vantaggiose per l’oligarchia finanziaria sovranazionale sono state prese in larga misura nei periodi in cui la sedicente sinistra, con vari nomi, è stata al governo del paese. Il grande ciclo delle privatizzazioni e liberalizzazioni dei governi Prodi e D’Alema ad esempio, hanno rappresentato l’inizio dello smantellamento dell’industria nazionale e l’entrata nel mercato nazionale di aziende straniere. Le riforme del mercato del lavoro, le leggi Biagi-Treu con la precarizzazione a vita. L’euro, la moneta unica, vagheggiato come sogno di sinistra, paludato come ideale progressista, ancora oggi nonostante l’evidenza contraria in tutto il mondo difeso come dogma, ha fatto il resto, innescando meccanismi di spoliazione che stanno per arrivare a compimento.

Le politiche più antisociali sono state applicate dietro la fuffa di parole d’ordine esteticamente di sinistra, dietro cortine fumogene fatte di decenni di battaglie sui diritti civili delle minoranze, importanti quanto si vuole ma pleonastiche nel mentre venivano erosi senza fiatare i diritti essenziali delle maggioranze, quali quello del lavoro, della scuola, della sanità, della libertà d’impresa, in ultimo quello della stessa dignità dei cittadini, irrisi da una legalità senza moralità, dallo spettacolo rivoltante di amministratori corrotti e avidi, privi del senso stesso della decenza.

Qualcuno in tutto ciò, sapeva benissimo quello che faceva. Ma la maggior parte sono solo degli imbecilli, facilmente manovrabili perché incapaci di guardare alla conseguenza delle proprie azioni oltre il tornaconto immediato. Utili idioti che ancora oggi, mentre sono immersi nell’acqua sotto cui è acceso il fuoco, continuano a non accorgersi di nulla.

Ma se gli stupidi sono utili come massa manipolabile a poco prezzo, quando la situazione diventa più complicata, per l’emergere di variabili poco controllabili,  la zavorra tira a fondo.

La demenzialità delle scelte egotiche, prima di Monti, poi di Bersani e compagnia, hanno mostrato di che pasta sono fatti questi omiciattoli su cui il grande potere contava. Una sequenza impressionante di cazzate, di scelte fuori tempo, di fronte alle quali Berlusconi e Grillo sono apparsi come due giganti della comunicazione.

La distruzione avvenuta del PD è la contraddizione che è giunta a compimento. La crisi ha determinato la crescita delle istanze sociali, dentro e fuori il partito democratico, e queste andavano lentamente ma inevitabilmente coagulandosi in qualcosa che è troppo pericoloso per lo status quo. Il demone delle forze oligarchiche, europoidi, indebolito nello svuotato contenitore montiano si è trovato messo alle strette anche nel comodo ambiente pidì, dove aveva messo radici ormai da tempo.

E’ uscito dal corpo, è venuto alla luce, è stato quasi vomitato fuori, con questo traumatico atto di debolezza.

Dobbiamo essere felici di questo divorzio che si è consumato in un’unione che era durata fin troppo.  Si è determinata una frattura netta fra le due anime del PD: quella sociale, con una visione della democrazia etica e utopica, di uno stato sociale che protegge, per usare la parole di Rodotà, il diritto di avere diritti, e quella liberista, Montiana, per intenderci, legata alle oligarchie globaliste.

Un equivoco che ha paralizzato la sinistra italiana per oltre venti anni sta cessando di esistere.

Bisogna anche dire che questo netto discrimine,  lungi dall’indebolire le forze progressiste in questo paese, in realtà lo rinforza, perché esse possono ritrovarsi e riconoscersi.

Certo, l’ideologia liberista è penetrata in profondità, anche laddove non ti aspetti di trovarla. Vent’anni di condizionamento psicologico in cui sono riusciti incredibilmente a far passare le logiche che permettono il  libero circolare deregolamentato dei capitali finanziari  come ideali progressisti, il lupo come buon pastore.

Quella che esce indebolita, paradossalmente, è proprio la parte rappresentante degli interessi delle oligarchie europoidi,  che hanno dovuto spaccare il comodo contenitore in cui si nascondeva per non rischiare di trovarsi invischiata in un governo impossibile, in cui predominavano forze che avrebbero necessariamente, sotto la spinta della crisi, messo in discussione il modello economico da loro imposto, recessivo e distruttivo del welfare sociale, predatorio dei risparmi delle famiglie.

Oggi è un fatto che contino di meno. Se prima del 24 febbraio la governance Pd-Montiani appariva come inevitabile, espressione della ferrea morsa in cui avevano preso il paese, oggi abbiamo una parte del Pd il piccolo gruppo di Scelta Civica, giustamente punito dagli elettori per l’insianche se non sono da sottovalutare le innervature che l’oligarchia ha comunque anche nello schieramento berlusconiano. e saranno senza maschera nelle loro proposte. Il vecchio mascherato da nuovo, con la battuta pronta e la faccia furbetta, il telegenico Renzi, avrà poco da bluffare di fronte alle emergenze sociali imposte dalla crisi.

Quello che sembra essere il loro alleato, Berlusconi, è in realtà il loro storico nemico. Quello che hanno defenestrato a forza nel novembre 2011, commissariando il paese. E si ritrovano in sua balìa.  Non faranno in tempo a riorganizzarsi, anche se hanno già pronto il nuovo cavallo dalla battuta pronta, il telegenico ggiovane Renzi.

Due nemici forti, distinti, irriducibili.

Chi ha perso, irrimediabilmente, perchè non c’è più il tempo di riorganizzarsi, è una certa idea dei mercati, dell’europa, della moneta unica, della finanza globale. Sono asserragliati nel Quirinale, ma non dureranno, hanno già perso. Hanno scelto il

Quello che tutti chiamano l’inciucio non esiste. E’ solo un’alleanza tattica a tempo. Pensate seriamente che un eventuale Governo Amato potrebbe ripetere il furto dai conti correnti con il benestare dei berlusconiani e della lega?

Eppure fra qualche mese non è che ci saranno molte scelte, se vorranno mantenere in piedi la baracca eurista: o si mettono a stampare soldi come giappone e fed, rimangiandosi tutte le teorie sull’austerity, o convincono la germania a una economia di redistribuzione (ma quando??) oppure dovranno prelevare soldi dai depositi come a Cipro. Tertium non datur.

Facessero pure il governo: come il pd, non sfuggiranno alla valanga che hanno provocato.

Se è chiaro però chi sta perdendo, non è ancora ben evidente chi potrebbe vincere.

In queste situazioni, nella storia, il pericolo della violenza è nell’ordine naturale delle cose. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, c’è da aspettarsi che sceglierà questa opzione colui che avrà terminato per primo le opzioni politiche.  Nella fattispecie proprio la componente pd-montiana che è poi quella che ha in mano polizie, servizi segreti, forze armate, ovvero oggi usare la forza conviene guarda caso proprio a chi ne ha di più.

Fra gli altri contendenti, la parte berlusconiana è quella che però a notevole confidenza e quindi contiguità con queste forze avendo a lungo esercitato il potere in questi anni. Quella progressista viceversa è quasi del tutto priva di alcuna capacità di offesa sul piano della forza pura.

In una partita a tre come questa, indebolire un contendente è interesse di quelli che restano.  A questo scopo l’unica alleanza tattica possibile è fra “berlusconiani” e “pd-montiani” che dopotutto condividono la stessa visione del mondo, fatti salvi i rispettivi non coincidenti interessi, che verrebbe messa in discussione profonda dalla visione progressista, di ispirazione vagamente socialista, egualitaria democratica popolare.

Sulla carta quindi non sembrano esserci dubbi su quale parte sarà perdente: quella progressista, quella dell’equità sociale, dei diritti dei deboli, della redistribuzione.

Abbiamo solo due armi a nostro favore:

– la stupidità dominante nelle due compagini, ampiamente dimostrata in questi lustri. Lo stesso Berlusconi si è visto che non ha potere di controllare la sua truppa fuori dai momenti di emergenza.

– l’impossibilità di risolvere la crisi che loro stessi hanno provocato senza ammetterlo con un cambio di rotta repentino e, soprattutto, senza ulteriori lacerazioni al loro interno che manderebbero a monte immediatamente ogni tregua tattica.

Certo, in questa fase Berlusconi vedrebbe di buon occhio un presidenzialismo alla francese. Ma in una situazione come quella attuale laddove il prossimo presidente potrebbe essere lo stesso Berlusconi o addirittura qualcuno espresso dal movimento cinque stelle, pensate che le forze che hanno commissariato l’italia nel 2012 possano permetterlo?

Bisogna quindi evitare in tutti i modi di farci trascinare in prove di forza muscolari. Benissimo ha fatto Grillo a moderare i toni in questi giorni. Temo molto provocazioni, anche sanguinose. Bisogna lasciarli cuocere nel loro brodo. Fare l’opposizione e farla bene.

E poi dobbiamo restare uniti. Anche quando siamo in realtà divisi, abbiamo pensieri diversi, la voce deve essere unica. La storia di questi anni ha voluto che questa voce sia quella di Beppe Grillo. Così sia.

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11 thoughts on “Troppo stupidi per sopravvivere

  1. “Questo è uno dei grandi equivoci dei nostri tempi: una società democratica con un’economia in cui vige la legge del più forte.”

    L’equivoco c’è ma nel senso che non c’è nulla di male nella legge del più forte, d’altra parte è l’unica legge che sarà sempre rispettata, e non ci sarà nessuna carta costituzionale in grado di proteggere un popolo disunito e inconsapevole di essere esso stesso il più forte.
    In Italia oggi il popolo non sa di essere il più forte e per questo non lo è, fino a quando non maturerà nuovamente questa consapevolezza l’economia e il mercato staranno sempre una spanna sopra i più deboli e il bene comune.

    • Una società democratica che protegge i diritti delle minoranze e dei deboli è incompatibile con la legge del più forte.
      Hai ragione, avrei dovuto scrivere così.

      • Strano modo di concepire la libertà?? Vale solo per il mercato?? E per il popolo no?? Se cosi’ è allora il mercato non è libero ma è spietato e il popolo ha la mani legate dalla democrazia. Molto più corretto dire e fare un popolo libero in un mercato libero e poi vediamo a verrà apllicata la democrazia!!

        • La libertà deve essere tutelata. E’ un valore che viene continuamente messo in discussione perché quella del più forte tende a schiacciare quella del più debole. Per questo esiste il Diritto. Le Leggi.
          Non deve essere il mercato a fare il Diritto. Ma il contrario, il diritto deve regolare il mercato. In questo modo sarà tutelata la libertà del popolo.

  2. entrambi attivisti del m5s io ed il mio compagno siamo stati, ieri sera, ad un’assemblea pubblica del parlamentare PD del nostro comune. La sensazione più spaventosa è che tutti pensano che LA NOSTRA STESSA ESISTENZA è la nostra colpa più grave, nessuno, finora, ha osato dirlo apertamente, ma se solo un’accenno cominciasse a sfuggire ci sarà la caccia alle streghe……..

    • beh vivevano (loro) in una dorata realtà parallela, dove il cattivo era berlusconi e loro erano i buoni. talmente distanti dalla crisi sociale che il paese sta attraversando da non capire nemmeno lontanamente perché berlusconi riuscisse a riprendere terreno e perché gli nascesse accanto questa forza per loro incomprensibile, letteralmente: il m5*
      ora si sono ritrovati a fare il vaso di coccio fra i vasi di ferro, dilaniati dalle contraddizioni enormi che si portano dietro dalla nascita.
      volevano avere i piedi nel popolo e le mani nelle banche. e alla fine non rappresentano che se stessi.

      Gli schiaffi della realtà fanno male, ma così saranno costretti a scegliere da che parte stare. non è più tempo per le ambiguità.

      • Hanno già scelto!! Stanno dalla parte di Berlusconi, semmai questa volta sono solo stati obbligati a farlo allo scoperto.
        Per chi sa, nulla di nuovo, per i tonti una novità come tante che verrà velocemente risucchiata al primo scarico di sciacquone intenti sul water della memoria corta: l’unica realtà veramente performante in italia.

  3. Che un ego nietzschiano faccia di un uomo un capo è una mediocre invenzione dell’epoca moderna e una pessima lettura di Nietzsche, il quale peraltro non fu affatto un capo. Che una distorsione dell’ego nietzschiano possa invece produrre solamente personaggi stupidamente egocentrici, pronti a sacrificare ogni cosa altrui pur di ottenere ogni cosa per sé, è fin troppo tragicamente evidente, ed è pura illusione che i medesimi siano al di là del bene e del male: se questo è il capo per come oramai lo si riesca ad intendere, allora siffatti “capi” sono ben tristemente meritati.

    • Preciso che questa breve allusione non è come lo vedo io, ma il modo in cui sembra vedersi lui, da come si comporta nei confronti del diritto e della morale.

      • Meglio così. Nietzsche è stato indubbiamente un personaggio controverso, alternando tratti di assoluta genialità proiettata oltre la sfera dell’ “umano troppo umano”, ad elementi caratteriali spesso sfacciati e presuntuosi; ma è stato un problema suo, che raramente tocca il nucleo della sua filosofia. Il mio intervento precedente voleva stigmatizzare indirettamente che spesso all’analisi immediata sfugge un fatto fondamentale: per provare a comprendere un filosofo come Nietzsche occorre percorrere un tratto di strada simile al suo, con tutto ciò che di difficile, talora addirittura penoso, pericoloso e contorto quel tragitto comporti. E’ questo esperire che fa la differenza con la semplice opinione o con l’adozione superficiale del “sistema filosofico” solamente perché intrigante o “giusto” sulla base di una percezione di gusto o di convenienza. E questo percorso non viene certamente battuto da politici, dirigenti e capi, almeno per come nella maggioranza dei casi si formano in questo periodo storico, pur con le dovute e rarissime eccezioni. Ma il problema ancor più drammatico è che neppure nella coscienza di chi in qualche modo ha la sorte d’essere comandato è più presente una concezione del leader che sia dissimile da quella becera e supina dell’ammirazione adolescenziale per il capo che ha i numeri giusti, sulla base limitata del proprio desiderato immaginario. Personalmente è in questo senso che intendo la troppa stupidità per sopravvivere, la quale tuttavia non deve lasciare libero il terreno alla osannata controparte per cui sopravvive soltanto chi è “furbetto”.
        Grazie.

        • Grazie del commento su Nietsche. Lungi da me l’idea di avventurarmi in un analisi del personaggio berlusconi usando le categorie nicciane, se non nell’accezione popolare del superuomo (in questo caso di colui che si ritiene tale).
          .
          In effetti è una sponda su cui ero scivolato, scrivendo, quella del periodo storico o meglio dell’humus ambientale, in cui vengono richieste ad una classe dirigente determinate qualità adatte a primeggiare nella contingenza. Ma poi ho lasciato stare, perché si entra in discorsi ampi e complessi, in cui non possono darsi molte cose per scontate. In generale, molto in generale, penso che le qualità richiesta ad un capo sono sempre più o meno le stesse, ma a seconda del momento alcune possono anche facilmente essere surrogate.

          Il coraggio, ad esempio. E’ abbastanza agevole definire il coraggio come un valore comune a tutte le epoche e tutte le culture. Ed è indubbio che sia una qualità che un capo debba avere. Ma ci sono epoche e culture in cui la dimostrazione di codesta qualità è semplice e immediata. Altre in cui innumerevoli mediazioni possono nascondere la mancanza di coraggio dietro paraventi di varie specie.

          Nella fattispecie della classe dirigente formatisi nella guerra, anche se pure in quelle circostanze molti avranno trovato modo di apparire quello che non erano è indubbio che gli uomini avessero avuto modo di guardare dentro se stessi ed avere coscienza dei propri limiti.
          E per inciso, quando si ha coscienza dei propri limiti è più facile avere pietà per quelli altrui.
          Ma soprattutto è più facile vedere quelli altrui, e quindi capire con chi si ha a che fare, e sapere impostare un tattica adeguata, qualità necessaria per un capo, dovuta all’intelligenza ma anche alla capacità di saper giudicare i propri simili.

          Oggi la maggior parte della classe dirigente non ha la minima idea di che uomo ci sia dentro se stessi, non sa giudicare se stesso, non sa quindi giudicare gli altri. E nonostante studi e capacità intellettuali notevoli risultano essere sterili intelligenze, inappropriate a governare uomini, specialmente in momenti di crisi.

          Letteralmente non sanno che pesci prendere.
          Per tornare a Nietsche, bisogna aver guardato nell’abisso e aver lasciato che esso abbia scrutato dentro di te, per governare gli uomini. La nostra classe dirigente nemmeno nel fosso della marana ha guardato.

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