Il Buio Fuori (romanzo di C. McCarthy)


Ho letto quasi tutto di Cormack McCarthy.  Un libro che mi mancava era “Il buio fuori” e l’ho finito nei giorni scorsi.

Non avevo fatto caso alla cronologia delle sue opere. Pensavo che “Suttree” fosse quello che aveva segnato il suo esordio nella maturità. Anche perché in “Suttree” avevo trovato tutti i suoi temi, in una forma meno cruda, meno scolpita all’essenzialità se vogliamo. Più morbida, più sopportabile.

Pensavo che i suoi personaggi,  levigati dall’usura della vita come come manici di piccone  da calli e sudore,  fossero andati via via indurendosi nell’evolversi della sua opera. E invece li ho trovati già belli e fatti, presenti fin dall’inizio. “Il Buio fuori” è del 67, circa.

Quando McCarthy era sconosciuto.

Mi sbagliavo. Certi “colpi ad effetto” avevo il vago sospetto potessero essere ricercati appositamente. Una concessione alla spettacolarità e al business. “La strada” mi aveva dato questa sensazione, in particolare.
Insomma avevo una certa idea che mi ronzava in testa, che un po’ di astuzia da costruttore di best seller fosse stata distribuita nelle sue opere, nel tempo.

Ma “Il buio fuori” è del 67. E già c’è tutto McCarthy.

I suoi personaggi sono “forme di vita”, più che “esseri umani” così come noi tendiamo a pensare all’essere umano.  Forme di vita il cui fine è arrivare al prossimo pasto, al prossimo riposo, al prossimo sorgere del sole, al prossimo paese.  Cui al massimo è concessa un’ossessione stanca, vagamente senza senso.

Già in “Il buio fuori” il lettore si becca bei pugni nello stomaco per l’inquietante sensazione di prossimità con le sue forme di vita abiette e brulicanti, non dissimili da scarafaggi e che spesso come scarafaggi vivono, e muoiono.

I suoi personaggi sono “forme di vita”, più che “esseri umani” così come noi tendiamo a pensare all’essere umano.  Forme di vita il cui fine è arrivare al prossimo pasto, al prossimo riposo, al prossimo sorgere del sole, al prossimo paese.  Cui al massimo è concessa un’ossessione stanca, vagamente senza senso.
Già in “Il buio fuori” il lettore si becca bei pugni nello stomaco per l’inquietante sensazione di prossimità con le sue forme di vita abiette e brulicanti, non dissimili da scarafaggi e che spesso come scarafaggi vivono, e muoiono.
Quello che turba è la sensazione che l’abiezione sia lì, appena sotto la patina superficiale. Che ci sia un “fondo di bontà” – o di malvagità – in tutti e non sai mai come, quando e perchè, uscirà. Pensi che alcuni hanno molta più facilità di altri a lasciarla emergere.   Quasi non se ne accorgono. Seguono solo l’istinto “animale” e questo li porta in territori dove la semplice istintualità non può arrivare.

Perché l’istinto guidato da una forma di intelligenza superiore, in grado di immaginare e progettare, sia pure rozzamente, può rappresentarsi in forme infinitamente più malvage di quanto può fare la pura bestialità. L’uomo ha la bestia dentro ma a questa aggiunge la sottigliezza, e la malignità, dell’intelligenza superiore. E la bestia è in tutti noi, più o meno forte e feroce… ma…

… l’idea gira che ti rigira non convince.  Non è il solito concetto dell’uomo come essere capace di grandi slanci e di grandi abiezioni. Il male e il bene entrambi dentro di noi. Grandezza e caduta. E non è una questione di patina superficiale che viene grattata o di circostanze che fanno emergere il meglio, o il peggio.

 

E’ che nell’universo di McCarthy esistono i demoni, le incarnazioni del male puro. Che non vanno oltre la mera essenzialità del vivere e morire nella maggior parte dei casi, e che raramente, per fortuna, hanno la freddezza di perseguire uno scopo. Questi demoni non sono solo dei predatori. Sono degli assassini. Si nutrono del male. Si placano, ma solo momentaneamente, col male.

E poi esistono le vittime. A testa bassa, ignari dell’orrore che li circonda, vivono per non morire. Fino a che non entrano nella visuale degli assassini da cui difficilmente troveranno scampo.  Sono altre forme di vita che cercano disperatamente di sopravvivere. Come topi.

E mentre gli assassini vanno in branco, le vittime sono sempre sole.  La morte di una è la sopravvivenza dell’altra.

Sono proprio due razze diverse, quelle che vivono sulla terra, per McCarthy.

Non è la dualità presente nell’uomo. L’ambiguità. Le vette e gli abissi dell’anima. No, non è la patina.

Se scavi, se togli la patina, non trovi l’assassino sotto la vittima.  La vittima resta vittima.
Quasi sempre. Sono pochi quelli che riescono a opporsi al male.

No, sono proprio due forme di vita diverse. Esteriormente simili, ma che vengono da mondi separati. In noi non c’è l’angelo e il demone. C’è l’uomo. Oppure il demone.

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