Il pessimismo della ragione.


La frase completa di Gramsci era: “bisogna contrapporre al pessimismo della ragione l’ottimismo della volontà“.

Non è questione di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma di essere realisti, aldilà della speranza che è sempre l’ultima a morire.

Il pessimismo della ragione mi dice che la crisi sistemica che stiamo vivendo in questo paese non ha soluzione elettorale.  Il sistema di potere colluso che lo governa non cederà i suoi privilegi ad un’eventuale avanzata di un partito di giusti. Le consorterie politico/industriali/sindacali/burocratiche/finanziarie perennemente in lotta fra loro ma oggettivamente alleate nello scopo di difendere la loro esistenza, possono essere spazzate via solo da eventi traumatici.

Escludendo rivoluzioni e/o rivolte, né auspicabili né praticabili, resta la bancarotta, ovvero la ristrutturazione del debito e  il crollo di ciò che resta del welfare e del sistema dei diritti.

La “ripresa” favoleggiata non esiste.  La pressione fiscale, la burocrazia, la cattiva amministrazione non permettono alcuna possibilità di produrre ricchezza, di dare lavoro, di fare impresa.  Tranne rare eccezioni in alcuni comparti che riescono ancora a produrre per l’estero, per ogni altro settore economico da diversi anni ormai il crollo dei fatturati va dal 20-25% al 75-100%. Le imprese chiudono a ritmi impressionanti. La disoccupazione aumenta ben più di quanto indicato nelle statistiche.

L’ipotesi di un cambio radicale delle politiche macroeconomiche, di un paese che rompe i trattati europei sul vincolo del 3%, è ragionevolmente estremamente improbabile data questa classe dirigente compromessa e ricattabile a livello globale.

“Italien ist zu groß, um von außen gerettet zu werden, es muss den Umschwung alleine schaffen”. Il direttore della BCE, Asumussen all’edizione tedesca del wall street journal dice “l’italia è troppo grossa per essere salvata dall’esterno, deve creare un’inversione di tendenza da sola”.  E questo non significa che ciò che farà l’Italia viene considerato ininfluente. La terza economia europea non può semplicemente fallire mettendo a rischio tutto il sistema Europa. “Deve” mantenere gli impegni presi nel sistema e pagare con le proprie risorse il proprio salvataggio.  In scala italiana, nemmeno la soluzione Greca è praticabile.

Non illudiamoci: l’Europa (intesa come Bce, FMI, UE) ha armi finanziarie di distruzione di massa. Non appena ci si muovesse fuori dai “binari di draghi” le pressioni esercitate sarebbero un vero e proprio strangolamento. Basti pensare al blocco della liquidità (ELA) con cui hanno imposto a Cipro il prelievo dai conti correnti.

Le manovrine di Letta, metafora ormai abusata, sono come l’aspirina per un malato terminale.  Stanno raschiando il fondo del barile ma in fondo al tunnel non c’è luce.   Cosa c’è?   Arriverà ad un certo momento il redde rationem?

Se l’Italia fosse un’impresa, saremmo al punto in cui non produce più utili e le perdite di bilancio aumentano ogni anno per la spesa sugli interessi.  Non possiamo chiedere ulteriori prestiti. L’unica possibilità è che i soci ricapitalizzino.

I soci del sistema italia sono i cittadini. La ricapitalizzazione può avvenire in due modi:

a) la famosa patrimoniale (o prelievo sui conti correnti)

b) aumento progressivo della pressione fiscale

L’ipotesi b) è quella praticata fino ad adesso, e per i conducenti è preferibile, dato che non rappresentando un evento traumatico ma una progressiva agonia risponde al principio della rana bollita. Stiamo sempre peggio e non ci accorgiamo quasi di quanto. L’opinione pubblica dalla memoria e dal pensiero corto insegue le messeinscena e viene controllata evitando cambiamenti elettorali traumatici.

Ma quanto potrà essere ancora perseguita, tenendo conto che la ricchezza patrimoniale degli italiani è concentrata soprattutto nei beni immobiliari e che questi in mancanza di mercato non sono trasformabili in liquidità?

E’ una condizione paradossale. Gli italiani hanno beni immobiliari ma non hanno liquidità. Quindi non possono pagare tasse, multe, interessi. Man mano che il loro debito con lo Stato aumenta questi beni possono essere espropriati. Ma questi beni, in un mercato depresso come questo, possono avere un valore tendente a zero.

Quanto vale un capannone in una zona industriale?

Quando la zona industriale è in piena attività può anche valere molto. Ma quando la zona industriale è abbandonata, quando i capannoni chiusi sono la totalità o quasi, vale niente. Non vale il costo di mantenimento.

Lo stesso più o meno può dirsi per le abitazioni. Alcune zone turistiche certo possono suscitare l’interesse di gruppi d’investimento stranieri. E sicuramente l’italia è piena di zone d’interesse turistico, per le bellezze naturali e artistiche di cui è ricchissima.

Lo Stato si farà quindi garante nei prossimi anni della trasformazione del paese da una delle prime economie industriali manifatturiere del mondo a paese ad economia turistica, in mano in massima parte ad investitori stranieri.

La “svendita” del paese, tendenzialmente, non ha come articoli principali le imprese. Questo è ciò che avvenne negli anni passati e oggi siamo agli ultimi pezzi e alle infrastrutture. Domani la svendita sarà delle proprietà immobiliari degli italiani, acquisite dallo Stato tramite espropriazione a seguito di imposizione fiscale.

La questione è: il manovratore, riuscirà a gestire questo processo senza incorrere in eventi traumatici? La questione è sul filo del rasoio. Quando parlano di stabilità come una sorta di bene supremo non è per far uscire l’Italia dalla crisi, ma per gestire la crisi in modo da condurla verso l’inevitabile conclusione evitando (loro) di essere spazzati via per contraccolpo a decisioni traumatiche.

Se nei prossimi mesi Letta dovesse imporre una patrimoniale, o un salasso sui conti correnti, come uscirebbero lui e il suo partito alle elezioni successive? Probabilmente annientati. E questo vogliono cercare di evitarlo in tutti i modi.

Loro preferiscono un commissariamento. Un potere esterno tipo la Troika, che impone decisioni impopolari e con cui vestire i panni dei mediatori. Una sorta di gioco del poliziotto buono e cattivo: loro volevano 100 ma noi abbiamo tenuto duro e dato solo 70. Ma non è detto che le cose si mettano bene per loro.

Il gioco che è riuscito in Grecia non so quanto potrebbe essere possibile in Italia. Le condizioni sono mutate. La protesta anti€uropa monta anche in altri paesi e la possibilità di un evento di rottura aumenta. Se non in Italia magari in Francia. E la Troika potrebbe imporre che la faccia ce la mettano i diretti interessati: la governance italiana.

La strada su cui si muove il governo è strettissima. Una lama di rasoio. L’equilibrista democristiano Letta, nipote del Richelieu Letta-zio, l’uomo senza quid Alfano sono personaggi incolori, privi di mordente, di fascino, incapaci di rotture o colpi d’ala. Adatti perciò al momento. Ma la loro stabilità è terribilmente fragile. Stanno come, d’autunno, sugli alberi, le foglie.

In ogni caso, per noi, i prossimi anni faranno sembrare questi un simpatico ricordo: quando si stava male ma ancora si campava.

Sia la prospettiva agonica di lunga durata, con progressiva spoliazione del risparmio accumolato in due generazioni, che la prospettiva bancarotta (evento traumatico) e ristrutturazione del debito, con conseguente patrimoniale feroce, portano al crollo verticale dei diritti e del welfare.

Tertium non datur.

Anche un’eventuale uscita dall’Euro, che non sarebbe comunque una passeggiata di salute se pure fosse gestita da una classe dirigente capace e in possesso di un disegno politico e una visione a lungo termine, gestita da questa classe dirigente sarebbe un massacro. Specie in una prima fase in cui la troika sparerebbe ad alzo zero, essendo a quel punto in discussione la ragion d’essere di organismi quali la Bce o la Ue.

E’ immaginabile che nessuna forza politica che esce dalle urne, a meno di pregressi eventi molto traumatici, possa pensare di gestire l’uscita dall’euro. Da cui ben si comprende la riottosità di dichiararsi in questo senso da parte di quelli fra le forze politiche che apparentemente potrebbero avere interesse a cavalcare questa battaglia.

Fosse anche solo un bluff, occorre avere credibilità politica ed economica per giocarsi la partita. Marine Le Pen in Francia ce l’ha. Anche perché la Francia ha ancora un’economia industriale.  Questo paese non ce l’ha più. Nemmeno la forza di alzare la voce, sul serio o per finta.

Siamo in guerra. Non se ne vede la fine.

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4 thoughts on “Il pessimismo della ragione.

    • Potrebbe far crollare l’€uro, questo sì. Potrebbe essere l’evento traumatico che fa saltare il banco. Dopodiché avremmo una nuova fase costituente, forse.

    • I dati li conoscevo ma sono esposti in forma molto chiara e lineare. grazie.

      C’è da dire che il dato che il problema non sia il debito pubblico ma quello privato Bagnai (tanto per dirne uno) la va dicendo da anni.
      C’è da dire che dal loro punto di vista, ovvero di un’economia bloccata dall’euro, avrebbe anche senso aumentare l’Iva SE contestualmente diminuissero notevolmente il cuneo fiscale.Sia lato dipendente che datore di lavoro.
      L’aumento dell’IVA infatti graverebbe su tutti i prodotti, ma per i produttori italiani l’aumento di costo sarebbe coperto dalla diminuizione del costo del lavoro.
      Per contro, l’aumento del costo ultimo dei prodotti sarebbe assorbito dall’aumento del netto in busta per effetto della diminuizione delle tasse.
      Insomma i dipendenti avrebbero più soldi da spendere e i consumi si orienterebbero verso i prodotti italiani visto che godendo della diminuizione del costo del lavoro non hanno risentito dell’aumento dell’iva, a differenza dei prodotti di importazione.

      Ma è chiaro che per avere un effetto un’operazione del genere dovrebbe avere una certa corposità. E sarebbe una misura fortemente nazionalista, che avrebbe potuto prendere un governo con le palle.

      Ma ormai sarebbero pannicelli caldi anche misure del genere.

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