L’uomo di vetro


Se verrà confermato alla Casa Bianca nelle presidenziali del prossimo 6
novembre, Obama ha chiarito che renderà obbligatorio nel corso del 2013
l’inserimento del microchip sottocutaneo in tutta la popolazione
americana. L’obiettivo è di creare un registro nazionale di
identificazione che permetterà di “seguire meglio i pazienti avendo a
disposizione tutte le informazioni relative alla loro salute”. Il nuovo
progetto relativo alla salute (HR 3200) è stato adottato recentemente
dal Congresso e alla pagina 1001, contiene l’indispensabile necessità
per tutti i cittadini che usufruiscono del sistema sanitario di essere
identificati con un microchip, il cui prototipo definitivo è allo studio
della FDA (Food and Drug Administration) dal 2004.

Ora la FDA (Food and Drug Administration) ha concesso il permesso alla vendita dei Verichip,
prodotti in Florida dalla Applied Digital Solution, e al loro impiego
in campo medico. Il dispositivo, della grandezza ormai di un granello di
sabbia, verrebbe inserito sotto la pelle del braccio o della mano con
una siringa. Contiene un numero per l’identificazione del paziente. Il
portatore del dispositivo, una volta arrivato in ospedale anche in stato
incosciente, se dotato di Verichip, sarebbe in grado di trasmettere una
cifra legata alla cartella personale. In questo caso il beneficio
promesso sarebbe la possibilità di effettuare diagnosi più veloci e la
riduzione di rischi legati a somministrazione di farmaci sbagliati
qualora vi siano delle intolleranze o allergie.

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un mondo che cambia


Spesso non ci rendiamo conto appieno di quanto internet abbia cambiato profondamente il tessuto sociale in cui siamo immersi.
Solo dieci anni fa, quando internet già esisteva ma la modalità di connessione assolutamente preponderante era la dial-up a pagamento alcune cose oggi normali erano impensabili.

Io lavoro con la rete dal 1997, ovvero sono tredici anni.
Sono tanti. Il cambiamento indotto nella mia vita è stato graduale e spesso mi viene da dare per scontate cose che invece non lo erano proprio per niente.

Eppure prima vivevo senza internet.

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chatroulette


C’è un sito,  zeitgeist2010 in cui Google riporta in tempo reale, nel mondo e nei singoli paesi, quali sono le keyword più inserite nelle query del noto motore di ricerca.

Zeitgeist in tedesco vuole dire “spirito del tempo”.

Non ci rimanete male ma la parola più cercata al mondo, e in Italia, è chatroulette.

Se come me fino a pochi secondi fa non ne sapevate nulla sappiate che codesta attività consiste nel chattare a caso con degli sconosciuti. Ora che lo so sono più tranquillo e altrettanto spero di voi.

Se volete vedere di che si tratta andate (ma ce ne sono altre) su http://www.itagle.it/

Aspettate con fiducia e pazienza che si scarichi l’applet java che vi consente la connessione via browser, dopodiché vi apparirà qualcuno .

Si, apparirà, perché hanno praticamente tutti, credo, la webcam. Io sono in ufficio e non ce l’ho (e nemmeno a casa, se è per questo).

Se quel qualcuno non vi ispirerà non avrete che da cliccare su next e ne apparirà un altro.

Nel migliore dei casi vi appariranno una serie di volti che essendo scrutati dall’occhio elettronico mentre sono intensamente occupati a guardare lo schermo sembreranno ebeti in modo inquietante.

Se meno fortunati l’inquadratura sarà fissa all’altezza della cintura dei pantaloni, indicando presumo una immediata disponibilità del collegato a slacciarla.

Se sfigati ne beccherete direttamente qualcuno nudo.

Io ne ho beccato uno con barba e pancia di notevole stazza che si stava addormentando davanti al pc, nella tipica oscillazione della testa prima lentissima verso il basso e poi di scatto a riguadagnare la posizione eretta.

Ora io mi domando… ma se ti stai per addormentare che ci stai a fare in chat alle 11 del mattino ad aspettare che???

Pensavo di fare degli snapshot delle inquadrature ma poi ho pensato che tanto valeva, se interessati, che ve li guardiate da soli.

Insomma… fatto sta che chatroulette è la parola più ricercata dagli internauti. Ed è veramente lo zeitgeist di questi anni…

Hatsune Miku


In giappone ha un discreto successo una cantante del tutto virtuale.

La sua immagine è un ologramma, la sua voce è sintetizzata con uno strumento yamaha, il vocaloid.

(in questo video su repubblica l’audio è migliore, ma non posso incorporarlo).

A parte le considerazioni sulla meraviglia tecnologica… mi viene da pensare a varie applicazioni di queste immagini olografiche, fino a poco tempo fa appartenenti a scenari di fantascienza… quello che mi perplime sono i fans.

Cioè tutti quelli che pagano per vederla dal vivo, applaudono, ballano, interagiscono.

Non capisco se sia una forma di snobismo, quella di interagire con un ologramma come se fosse un essere umano. O se in fondo, Hatsune Miku, non sia meno vera di un qualunque personaggio dello spettacolo, ormai completamente virtualizzati.

Il confine fra realtà e irrealtà dove si pone?

Esiste?

Google in paradiso?


Street view è qualcosa che era difficile da immaginare solo pochi anni fa.

Quando devo andare in qualche posto che non conosco, non solo posso guardare la mappa della zona, questo si poteva fare anche prima con il tuttocittà delle pagine gialle o comunque, con l’avvento di internet, per tutto il mondo. Ma grazie a Google Street View posso proprio vedere la strada come se ci fossi fisicamente. Posso guardarmi attorno. Prendermi dei punti di riferimento.

In varie parti del mondo ci sono state polemiche. A volte il software che riconosce i volti e li pixellizza fa cilecca e qualcuno si è visto fotografato mentre usciva da una casa dove non avrebbe dovuto stare.

Ora però siamo al sovrannaturale.

In questa immagine infatti, si possono vedere un paio di classiche figure dell’iconografia cattolica.  Incombono minacciosamente dall’alto di una nuvola su questa strada che costeggia il wallensee, presso Quarten – Svizzera.

uhm… non so cosa pensare….

metariflessione (i blog)


da un articolo su repubblica

Villaggio blog, vista sul mondo
le nuove forme di dialogo

di MARINO NIOLA

"Dovessi spiegarti che cos’è il mio blog ti direi che è un luogo,
riscaldato d’inverno ed areato d’estate, con un indirizzo e una buca
delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una
porta aperta per entrare se ti andrà. L’insieme dei blog che leggiamo e
di quelli che ci leggono è un villaggio particolarmente salubre fatto
di abitanti che si siano scelti fra loro e non paracadutati lì dal
caso". Parola di blogger.
È evidente che il blog è molto più di un sistema di
comunicazione. È un angolo di mondo, avrebbe detto Herder. O una forma
di vita, per dirla con Wittgenstein. In entrambi i casi uno spazio di
condivisione simbolica caratterizzato dai suoi usi, costumi,
sensibilità, abitudini, codici sedimentati – ma prima ancora creati – e
da un linguaggio comune. I blog sono a tutti gli effetti le nuove forme
di vita prodotte dalla rete, degli autentici angoli di mondo virtuale.

Certo che il blog è un luogo di
confronto e di scambio di idee, informazioni, pareri, servizi, ma è
anche di più, molto di più. Questa forma di diario in rete – il termine
è la contrazione di web e di log che significa appunto diario ma anche
traccia – sta dando vita a una nuova cartografia sociale. Fatta di
punti di aggregazione fondati sulla circolazione delle opinioni.

Qualcuno li considera un po’ come la
versione immateriale dello Speaker’s Corner, letteralmente angolo
dell’oratore, di Hyde Park a Londra, dove chiunque può montare su una
cassetta di legno a mo’ di palco e predicare sul mondo in assoluta
libertà. Occupando un angolo di spazio pubblico per dire la sua. Quella
minuscola cassetta garantisce una sorta di extraterritorialità che
consente a ciascuno di dire fino in fondo tutto ciò che pensa. A ben
vedere il blog è proprio una occupazione di immaginario pubblico, una
sorta di tribuna virtuale. E contribuisce a rivelare la forma dei nuovi
spazi collettivi di una società che ha profondamente mutato le sue
categorie spaziali e sta passando dalle divisioni alle condivisioni,
dai luoghi tradizionali – territori fisici delimitati, confinati, sul
modello delle nazioni – agli iperluoghi immateriali che ridisegnano le
mappe del presente.

Nuovo luogo della condivisione pubblica in un
tempo caratterizzato dalla scomparsa progressiva dello spazio pubblico
tradizionale: un po’ circolo, un po’ palcoscenico, un po’ salotto, un
po’ sezione di partito, un po’ piazza, un po’ caffè. I diari in rete
rappresentano modi diversi di sentirsi comunità. Non più comunità
locali, e localistiche, basate sulla prossimità geografica,
residenziale, cittadina, ma su forme inedite di appartenenza.

Ecco perché il blog non è solo uno
strumento del comunicare, ma è una potente metafora del nostro presente
in rapida trasformazione e un simbolo anticipatore del nostro futuro. A
farne un mito d’oggi è proprio la sua capacità di dirci qualcosa di
profondo su noi stessi, di mostrarci con estrema lungimiranza ciò che
stiamo per diventare anche se ancora non lo sappiamo con precisione.
Nei grandi cambiamenti epocali il mito, la metafora, il simbolo si
assumono proprio il compito di lanciare dei ponti verso quelle sponde
del reale che ancora non vediamo ma, appunto, intravediamo. Anche se
abbiamo già cominciato a viverci dentro istintivamente. In questo senso
i comportamenti del popolo dei blog ci aiutano a cogliere quanto stiano
di fatto mutando le stesse categorie di identità e di appartenenza:
sempre meno materiali, sostanziali, fisse e sempre più fluttuanti,
mobili, convenzionali.

E come sia cambiata la stessa nozione
di luogo di cui viene oggi revocato in questione il fondamento primo,
ovvero l’idea di confine naturale, in favore di quella di confine
digitale. Il blog anticipa una realtà che non è più quella del paese,
della città, del quartiere, della classe d’età, della famiglia, della
parrocchia, del circolo. I bloggers si rappresentano come una comunità
di persone che si scelgono liberamente e su scala planetaria. E in
questa dimensione extraterritoriale intessono un nuovo legame sociale.
Comunità senza luogo? Niente affatto. È la vecchia
nozione di luogo ad essere inadeguata. E assieme a lei quella
apparentemente nuova di non-luogo che della prima non è che la figlia
degenere. Perché è fondata su una idea pesante, solida, ottocentesca
del luogo e della persona.

Un’idea che ha l’immobile solidità
del ferro e non la mutevole fluidità dei cristalli liquidi. In realtà a
costituire il tessuto spaziale, ieri come oggi, sono sempre le
relazioni, mai semplicemente le persone fisiche. E oggi le relazioni
sono sempre meno incarnate, sempre meno materializzate, ma non per
questo scompaiono.

La liquidità della rete è la vera
materia sottile della trama sociale contemporanea, e perfino di quella
spaziale se è vero che oggi l’iperconnessione è il principio vitale che
circola come sangue nel corpo del villaggio globale. I cosiddetti
non-luoghi sono in realtà più-che-luoghi, super-luoghi, sono luoghi
all’ennesima potenza, acceleratori di contatti, incroci ad alta
densità, moltiplicatori di collegamenti tra bande larghe di umanità. È
questa la cartografia wi-fi della nuova territorialità, la cosmografia
del presente di cui Internet è il dio e Google è il primo motore
immobile. Una rivoluzione recente ma che sta già cambiando il
vocabolario dell’essere: dal to be al to google e, sopratutto, al to
blog.

Non a caso bloggare è diventato un
verbo. Il terzo ausiliare per chi è in cerca di casa, di lavoro, di
visibilità, di posizione insomma. È la terra promessa degli homeless
digitali, la nuova frontiera dei migranti interinali in cerca di hot
spots, di porte wireless, di ambienti interconnessi. Un nuovo paesaggio
fatto di camere con vista sul web. Proprio così una blogger definisce
il suo miniappartamento virtuale. O un villaggio di villette
monofamiliari dove si lascia sempre aperta la porta di casa perché chi
ne ha voglia possa entrare a prendere un caffè. Altro che fine del
legame sociale. La blogosfera è la traduzione della mitologia
comunitaria nella lingua del web, la declinazione immateriale della
società faccia a faccia: la nostalgia del paese a misura d’uomo in un
download.

Frequentare i blog serve, fra
l’altro, a smontare molti dei luoghi comuni sugli effetti nefasti della
digitalizzazione della realtà e sull’apocalisse culturale che essa
comporterebbe. Fine della lettura, tramonto dell’italiano, declino
dello spirito collettivo. In realtà questo sguardo luttuoso sul
cambiamento lamenta sempre la scomparsa delle vecchie forme e proprio
per questo fa fatica a riconoscere l’intelligenza del presente.

A parte quelli specializzati,
espressamente attrezzati a luoghi di cultura, palestre di discussione
critica, gabinetti di lettura, atelier di scrittura, i blog sono in
generale delle officine stilistiche e retoriche in continua attività,
dove la capacità di persuasione e l’estetizzazione della comunicazione
hanno spesso un ruolo fondamentale. "Qui sul blog è tutta un’altra
cosa. Scrivo in modo molto diverso da come scriverei su un diario. Le
persone che mi conoscono commentano e dicono la loro, e i pensieri
pubblicati sono molto più profondi".

Per
quanto diversi fra loro, i blogger nascono dal linguaggio e vivono di
linguaggio. Un regime democratico, dove ciascuno è opinionista nel
libero mercato delle opinioni, senza gerarchie di posizione, senza
ruoli, senza il peso dell’autorità. Dove ognuno è quel che scrive, dove
tutti hanno pari facoltà d’interlocuzione. È la nuova utopia della
libertà e dell’eguaglianza. Compensazione simbolica al malessere
attuale della democrazia in carne e ossa.

la tv


Io non guardo la televisione. Da un bel pò di anni.
Me ne sono reso conto pienamente ieri sera, quando un amico mi manda un sms da aosta. Sta guardando romanzo criminale, e non si ritrova con certe frasi gergali romane. Mi metto a guardarlo pure io. Ma si.
Ieri sera ero senza internet. Avevo pensato di leggere. Sto leggendo "meridiani di sangue" di cormak mc carty (se si scrive così, non sono sicuro).
Di questo autore ho letto "la strada". Mi è piaciuto molto.
E’ lo stesso di "non è un paese per vecchi" ma siccome sono un dannato snob, siccome ha vinto tutti sti premi oscar, e tutti sono andati a vederlo e tutti commentano eccetera eccetera … allora io per ripicca non lo compro, per ora.
Ho comprato "meridiani di sangue" che parla del west. Si proprio del vecchio westr dei cow boy, degli indiani, delle deserto.
Solo che ne parla come probabilmente doveva essere a quel tempo veramente. Senza il minimo sentore di una legge di qualche tipo.
Dicono che il libro è crudo. Si forse lo è.
Prendere bambini apache per i piedi e sbatterli per terra per la testa fino a fargliela scoppiare è un’immagine un pò dura.
E gli apache prendevano i bambini bianchi e li infilavano ai rami degli alberi.
Nessun compiacimento per la violenza. Solo sano realismo.
Altro che mitico selvaggio old west dei film.
 
Grande autore, questo.
Ok. Ho smesso di leggere e ho acceso la televisione. Non ho nemmeno l’antenna vera, ho regolato quella che vendono ai supermercati. Vedevo tutta nebbiolina. Ma chi se ne frega.
Bello, "romanzo criminale", un bello spaccato di una certa roma.
Ma più bello ancora è stato cambiare canale durante la pubblicità.
Cavolo, quanto è che non lo facevo?
Mentana ha i capelli tutti bianchi! Io me lo ricordavo ricciolino nero.
 
Quanti soldi hai accumulato nel frattempo per ogni capello bianco che hai messo?
E anche altri. Come sono invecchiati.
Porca puttana sono invecchiato pure io sicuramente. Maledetti bastardi. Me lo ricordano.
 
Ma quanti anni sono che faccio a meno delle vostre baggianate?
Quanti anni sono che riesco a vivere senza i vostri consigli per gli acquisti? senza il vostro scandalizzarvi per quello che invece vi fa felice perchè vi fa vendere? Quanti anni senza quel viscido individuo di Bruno Vespa?
 
Beh sono stato contento. E’ stato come guardare dentro un acquario e riconoscere pesci conosciuti per nome. E altri no. E sapere che non ho nulla a che fare con loro, mi ha fatto sentire bene.
 
Loro, con il loro fottuto sistema di controllo centralizzato.
 
 
State bene dove state. Dentro quella scatola nera.Spenta.
A vomitare inutili parole che a me non arrivano.
 
 
 

Tracked


È perché siamo intrappolati nella nostra cultura, nel fatto che siamo
esseri umani su questo pianeta con i cervelli che abbiamo, e due
braccia e due gambe come tutti. Siamo così intrappolati che qualsiasi
via d’uscita riusciamo a immaginare è solo un’altra parte della
trappola. Qualsiasi cosa vogliamo, siamo ammaestrati a volerla. 
Chuck Palahniuk

Leggevo tempo addietro, su Repubblica mi pare, di villaggi inglesi i cui abitanti protestavano perché i navigatori satellitari portano lungo le loro strade una grande quantità di traffico, leggero e pesante. E’ strano. Perché una volta il problema delle piccole comunità sembra fosse quello di farsi conoscere. Di promuoversi. Ora è il contrario.

In pratica, la gente comincia a rendersi conto, avendo perso la tranquillità, che essere isolati è un valore aggiunto alla propria esistenza.
E per fortuna non siamo nemmeno pienamente consapevoli di quanto siamo praticamente sempre raggiungibili (e raggiunti), individuabili, identificabili.

Interessiamo poco, la maggior parte di noi, a meno che non commettiamo qualche reato, come singoli individui. Ma interessiamo molto invece come individui facenti parte di gruppi.
Non importa se seguiamo il flusso maggioritario o uno di quelli secondari. Non importa se le nostre scelte possono essere ricondotte a maggioranze silenziose (ma esiste ancora?) o minoranze urlanti.
Quello che conta è che la produzione possa essere ottimizzata in relazione all’ampiezza della nicchia di mercato che occupiamo, che la comunicazione possa raggiungerci e che l’offerta sia allettante.

Il principio di diversificare l’offerta è basato sull’identificazione quanto più precisa possibile del potenziale compratore.

Ovviamente il sogno della produzione sarebbe quello di un mercato omologato al compratore tipo, il che consentirebbe un abbattimento dei costi massimale grazie all’economia di scala. E a questo si tende con tutti i mezzi a disposizione. Però, visto che in qualche modo qualcuno riesce a sfuggire, allora alletta quel qualcuno con proposte alternative.

Insomma: sarebbe meglio se si vendessero tutte bibbie, costerebbe meno produrle. Ma se proprio non vuoi essere cristiano, allora ti vendo pure il corano, pure i veda, pure i manuali sullo sciamanesimo o il satanismo.
Basta che possa programmare la produzione in base alle potenziali richieste.

E questo vale per TUTTO. A qualsiasi livello.

Per questo è necessario tracciare. Bel verbo, bel concetto, quello del tracciare. Si poteva anche usare seguire per tradurre il concetto di tracking ma tracciare è sicuramente meglio.
Dà l’idea di una serie di bip su uno schermo radar. Siamo noi, quei bip.
Siamo uno ma facciamo parte di un tutto in un tutto ancora più grande.

A noi sembra che la nostra vita sia fatta da scelte più o meno casuali. Eppure il caso, apparente principio ordinatore del caos, come mi diceva un’amica domenica scorsa, osservando il volo di storni, visto da lontano può dare la sensazione di ordine.
E in base a questo che veniamo tracciati, come singoli storni, o bip su uno schermo, in modo da poter predirre come ci muoveremo, in quanti lo faremo, in che direzione andremo.

E tutto ciò, anche non rendendocene conto appieno, ci fa sentire addosso una pressione continua. E qualcuno comincia a sentire questa pressione come insopportabile e il confondere i tracciatori come unica possibile risorsa per mantenere nella propria vita quantomeno la parvenza del controllo sulle proprie scelte.

Chiedere di sparire dai nav-sat è sintomatico. E’ un primo passo.

Spegnere i meccanismi di controllo è quello successivo. Mandare messaggi contraddittori e che confondono i tracciatori è quello ulteriore. Ci tornerò.