Il Buio Fuori (romanzo di C. McCarthy)


Ho letto quasi tutto di Cormack McCarthy.  Un libro che mi mancava era “Il buio fuori” e l’ho finito nei giorni scorsi.

Non avevo fatto caso alla cronologia delle sue opere. Pensavo che “Suttree” fosse quello che aveva segnato il suo esordio nella maturità. Anche perché in “Suttree” avevo trovato tutti i suoi temi, in una forma meno cruda, meno scolpita all’essenzialità se vogliamo. Più morbida, più sopportabile.

Pensavo che i suoi personaggi,  levigati dall’usura della vita come come manici di piccone  da calli e sudore,  fossero andati via via indurendosi nell’evolversi della sua opera. E invece li ho trovati già belli e fatti, presenti fin dall’inizio. “Il Buio fuori” è del 67, circa.

Quando McCarthy era sconosciuto.

Mi sbagliavo. Certi “colpi ad effetto” avevo il vago sospetto potessero essere ricercati appositamente. Una concessione alla spettacolarità e al business. “La strada” mi aveva dato questa sensazione, in particolare.
Insomma avevo una certa idea che mi ronzava in testa, che un po’ di astuzia da costruttore di best seller fosse stata distribuita nelle sue opere, nel tempo.

Ma “Il buio fuori” è del 67. E già c’è tutto McCarthy.

I suoi personaggi sono “forme di vita”, più che “esseri umani” così come noi tendiamo a pensare all’essere umano.  Forme di vita il cui fine è arrivare al prossimo pasto, al prossimo riposo, al prossimo sorgere del sole, al prossimo paese.  Cui al massimo è concessa un’ossessione stanca, vagamente senza senso.

Già in “Il buio fuori” il lettore si becca bei pugni nello stomaco per l’inquietante sensazione di prossimità con le sue forme di vita abiette e brulicanti, non dissimili da scarafaggi e che spesso come scarafaggi vivono, e muoiono.

I suoi personaggi sono “forme di vita”, più che “esseri umani” così come noi tendiamo a pensare all’essere umano.  Forme di vita il cui fine è arrivare al prossimo pasto, al prossimo riposo, al prossimo sorgere del sole, al prossimo paese.  Cui al massimo è concessa un’ossessione stanca, vagamente senza senso.
Già in “Il buio fuori” il lettore si becca bei pugni nello stomaco per l’inquietante sensazione di prossimità con le sue forme di vita abiette e brulicanti, non dissimili da scarafaggi e che spesso come scarafaggi vivono, e muoiono.
Quello che turba è la sensazione che l’abiezione sia lì, appena sotto la patina superficiale. Che ci sia un “fondo di bontà” – o di malvagità – in tutti e non sai mai come, quando e perchè, uscirà. Pensi che alcuni hanno molta più facilità di altri a lasciarla emergere.   Quasi non se ne accorgono. Seguono solo l’istinto “animale” e questo li porta in territori dove la semplice istintualità non può arrivare.

Perché l’istinto guidato da una forma di intelligenza superiore, in grado di immaginare e progettare, sia pure rozzamente, può rappresentarsi in forme infinitamente più malvage di quanto può fare la pura bestialità. L’uomo ha la bestia dentro ma a questa aggiunge la sottigliezza, e la malignità, dell’intelligenza superiore. E la bestia è in tutti noi, più o meno forte e feroce… ma…

… l’idea gira che ti rigira non convince.  Non è il solito concetto dell’uomo come essere capace di grandi slanci e di grandi abiezioni. Il male e il bene entrambi dentro di noi. Grandezza e caduta. E non è una questione di patina superficiale che viene grattata o di circostanze che fanno emergere il meglio, o il peggio.

 

E’ che nell’universo di McCarthy esistono i demoni, le incarnazioni del male puro. Che non vanno oltre la mera essenzialità del vivere e morire nella maggior parte dei casi, e che raramente, per fortuna, hanno la freddezza di perseguire uno scopo. Questi demoni non sono solo dei predatori. Sono degli assassini. Si nutrono del male. Si placano, ma solo momentaneamente, col male.

E poi esistono le vittime. A testa bassa, ignari dell’orrore che li circonda, vivono per non morire. Fino a che non entrano nella visuale degli assassini da cui difficilmente troveranno scampo.  Sono altre forme di vita che cercano disperatamente di sopravvivere. Come topi.

E mentre gli assassini vanno in branco, le vittime sono sempre sole.  La morte di una è la sopravvivenza dell’altra.

Sono proprio due razze diverse, quelle che vivono sulla terra, per McCarthy.

Non è la dualità presente nell’uomo. L’ambiguità. Le vette e gli abissi dell’anima. No, non è la patina.

Se scavi, se togli la patina, non trovi l’assassino sotto la vittima.  La vittima resta vittima.
Quasi sempre. Sono pochi quelli che riescono a opporsi al male.

No, sono proprio due forme di vita diverse. Esteriormente simili, ma che vengono da mondi separati. In noi non c’è l’angelo e il demone. C’è l’uomo. Oppure il demone.

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Capitalesimo: il ritorno al feudalesimo nell’economia mondiale.


Benvenuti nell’era del Capitalesimo, l’epoca del capitalismo che si sposa con il feudalesimo. Perché? Perché è in atto un intreccio tra tendenze evolutive, innestate sullo sviluppo del capitalismo tecnologico e finanziario, con altre tendenze che invece mostrano un arretramento dei diritti sociali, una perdita del potere d’acquisto da parte di una massa crescente di popolazione, da uno scivolamento del ceto medio verso il ceto basso. Insomma, la civiltà del low cost che si sta affermando e che si sposa con il capitalismo più avanzato dei mercati finanziari, dà vita a questo intreccio, a questa nuova epoca a cui si è dato il nome appunto di Capitalesimo.

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L’arte che non pensa, l’assenza dell’autore, la teoria-prassi De Curtis.


La differenza fra Pollock e Rothko, secondo Vanity Fair.

POLLOCK

Sei riuscita a trascinarlo al Metropolitan. La vacanza a New York è stata un’idea sua e tu lo ricambi così? Be’, dopo dovrai permettergli un po’ di ricreazione in qualche megastore di elettronica. Ma ora, ora è il momento di Jackson Pollock, Autumn Rhythm, dodici metri quadrati di uragano, tutta l’energia e la potenza e la forza tellurica dell’atto pittorico, sprigionate da un cowboy del Wyoming armato di vasetti di vernice. L’impatto non può lasciare indifferenti. Anche allontanandosi di qualche passo dalla tela è impossibile contenerla interamente nello sguardo, ma tu spingilo vicino, lascia che si smarrisca. Voleva il colore, eccolo. Schizzi, colate, getti di colore intrecciati in un ginepraio di linee sovrapposte. La materia densa del colore, incrostata insieme a pezzetti di carta, capelli, piccoli cocci di vetro, tutto ciò che cadeva sulla tela nella furia del gesto. Pollock lavorava stendendo la tela a terra e girandoci attorno, il vaso in una mano, un pennello secco o un pezzo di legno nell’altra. Non fronteggiava il quadro, ma ci entrava con tutto se stesso, vi si immergeva come lo sciamano si immerge nello spirito della terra. Si chiama action painting perché questa pittura fissa il movimento, l’azione stessa dell’artista. Non raffigura nulla, ma coglie l’impossibile, cristallizza in effigie l’evento, il breve e articolato processo del suo accadere. Questo quindi non è un dipinto, ma è il dipingere. Non è la rappresentazione di qualcosa percepito nello spazio, ma l’espressione di qualcosa percepito nel tempo. Il ritratto di un’azione, di un’esperienza – l’arte nel suo prodursi – nonché l’urlo bruciante da cui è scaturita.

È come se un fotografo riuscisse a mostrarci nello stesso scatto, non solo il pugno sferrato sul mento, ma la lite, le provocazioni e tutta la serata di baldoria che l’hanno preceduto. Il quadro sarà pure astratto, ma il furore che ne esce sembra di poterlo toccare. È la prima volta che la presenza fisica dell’autore si fa sentire così concretamente nello spazio dell’opera – siamo alla fine degli anni Quaranta – d’ora in poi sarà difficile prescinderne. La tensione mentale, nervosa, muscolare, ecco il corpo dell’artista che «succede» nel dipinto. Siamo a un passo dall’happening, la strada all’arte performativa ormai è aperta, ma Pollock non è un body artist, è ancora un pittore, un pittore in azione.
Certo, l’eruzione libera dell’inconscio ti costringerebbe a ricordargli l’influenza del surrealismo, forse dovresti dargli un paio di coordinate sulle avanguardie storiche, ma tu ora non gli dire nulla. In fondo, l’intellettualismo nevrotico degli europei c’entra poco.

Qui domina l’energia selvaggia degli indiani d’America, le danze, le preghiere, l’istantaneità pura delle loro pitture con la sabbia. Questa è arte che non pensa, arte nata al galoppo nelle praterie del Far West.

ROTKO

C’è il rischio che in un eccesso di zelo – cosa non farebbe per compiacerti? – abbia letto sulla scheda di introduzione alla sala che Pollock e Rothko appartengono entrambi all’espressionismo astratto. Non curartene, ricordati che le domande che ha in mente sono sempre le stesse – cosa mi significa?, cosa mi rappresenta?, che senso ha? – è a quelle che devi rispondere, anche se oggi fa finta di seguirti col massimo entusiasmo.

L’espressionismo astratto è forse la prima vera corrente artistica americana, ma una lezione su questo stroncherebbe i suoi buoni propositi e poi, basta fargli guardare con un po’ di attenzione la tela di canapa grezza che avete di fronte perché si accorga da solo che il lavoro di Mark Rothko non c’entra niente con l’action painting.

Lì si sentiva il furore selvaggio degli indiani, qui si sente il rarefatto intellettualismo di un ebreo russo cresciuto negli States, lì vi tremava la terra sotto i piedi, qui la terra si è dissolta in una nube di pensieri. In effetti, mentre Pollock fissa il gesto irripetibile del corpo a corpo, un artista contro una tela, Mark Rothko sembra dar vita a una pittura senza pittore: una specie di condizione creaturale del colore che viene prima o viene dopo l’uomo, ma in ogni caso ne prescinde. Se il soggetto di un quadro di Pollock è fondamentalmente l’avventura di chi l’ha compiuto (e quindi la vicenda umana nella sua finitezza), il soggetto di un quadro di Rothko è il venir meno, la sparizione, l’assenza dell’autore medesimo. Aiutalo a osservare la sfocatura di quei rettangoli, i loro margini spersi in una vampa che fa pensare all’incandescenza di una pietra e ha lo stesso potere mesmerico (ok, ipnotico, ipnotico). Cosa c’è in quella specie di bagliore lanuginoso? È l’inizio di un’accensione o di uno spegnimento? Galleggia nel nostro sguardo come il riverbero dell’asfalto nelle ore di canicola. Come sarebbe la pittura se non ci fosse l’uomo? È possibile che un artista passi la vita a immaginarsi l’impossibile? Dagli anni cinquanta Rothko non ha fatto altro. Con la sua pittura mentale, ermetica eppure vibrante fino ai limiti dell’implosione, ha evocato l’idea di un’entità superiore che prende in mano i pennelli per parlarci della nostra sparizione. Questo astrattismo non è una risposta al figurativo, ne è semmai l’appello originario. La tensione sprigionata dal suo baluginare è quasi irresistibile. Niente di più drammatico che concentrarsi sulla propria dissolvenza: ogni volta una tela più cupa, ogni volta una campitura più scura, fino agli ultimi quadri quasi completamente neri. Come sparire perfettamente. La sparizione umana, l’espressione di questa assenza, prima e dopo la storia.

A questo punto digli pure che Mark Rothko, dopo una lunga depressione, si è suicidato nel 1970. Se sghignazza dicendo “ovvio”, mi sa che ti conviene rinunciare. Se con la mano si nasconde gli occhi dicendo «mi bruciano, devo aver fissato troppo», allora hai fatto un ottimo lavoro. Lascia che si asciughi le lacrime e persevera!

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Dopo diverse discussioni, emergeva con una certa forza la teoria De Curtis, altrimenti detta “anche l’occhio vuole la sua parte” mirabilmente sintetizzata in questo video:

alla quale, i partigiani dell’espressionismo astratto non trovavano niente di meglio del concetto sintetizzato in “non è bello ciò che è bello …” ecc.

Ma un Rothko mi pare sia stato pagato anche cifre superiori ai 70 milioni di dollari.
E’ la legge del mercato. Imprescindibile da ogni logica dell’uomo comune.
Basti pensare del resto alla finanza creativa, alle bolle di vario genere, sui derivati, sugli immobili, sui fondi spazzatura. E’ il mercato!
E se il mercato vuole un Rothko a 70 milioni di euro chi siamo noi per sindacare?

Possiamo solo sperare che il principe Antonio De Curtis, ne abbia per l’artista e i collezionisti, ma anche per i critici.

Uscire dall’Euro.


Pubblico un brano tratto da “Il Tramonto dell’Euro: Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa
di Alberto Bagnai
http://www.libreriauniversitaria.it/tramonto-euro-perche-fine-moneta/libro/9788897949282

Un libro che non esito a definire illuminante. Scritto con un linguaggio chiaro e comprensivo, ma non per questo meno rigoroso, senza scorciatoie o semplificazioni illustra l’origine dell’attuale crisi italiana/europea e le inevitabili conclusioni. Una lettura indispensabile per rendersi conto delle forze in campo, degli errori della politica, delle scelte da compiersi. Purtroppo la realtà è complessa, comprenderla richiede uno sforzo.

Alberto Bagnai ha un blog http://goofynomics.blogspot.it/ di cui consiglio la lettura.

Riporto anche una bella recensione da http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4127 :

Siamo vissuti all’interno di un grande sogno di integrazione e pace europea, ma ultimamente tutto sembra incrinarsi. Il razzismo tedesco viene fomentato dai commentatori economici definendo Piigs (maiali) i popoli periferici dell’eurozona. L’acronimo infatti vuole ricombinare insieme le iniziali dei paesi, distanti dal cuore tedesco che soffrono finanziariamente l’unione ed accomuna Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Come contraltare nasce e si rafforza in questi paesi un sentimento anti tedesco che vede nelle scelte dell’alto cancelliere Merkel la sadica volontà di infliggere sofferenze inutili a delle popolazioni oramai stremate da una crisi economica che come un incubo pare non avere mai fine. Come si è potuti giungere, partendo da un sogno di integrazione e pace, alla totale disgregazione dei popoli europei che ora si vedono come nemici gli uni degli altri? La risposta risiede nell’Euro, come molti “padri della patria” avevano profetizzato.

Romano Prodi, presidente della commissione europea nel 2001, tramite le colonne del “Financial Times” prevedeva esattamente questo: “Sono sicuro che l’Euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile. Ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti”. […]

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, recita un proverbio della saggezza popolare. Ma ben pochi italiani oggi definiscono “bei giorni”, come fa Prodi, quelli che stiamo vivendo.

Ma come potevano essere così sicuri i “traghettatori” alla Caronte che ci hanno portato verso l’inferno della crisi che le loro previsioni si avverassero? La teoria economica esisteva già nel 1960 e prendeva il nome di “Aree Valutarie Ottimali” scritta dal premio nobel Mundell. Questa teoria descrive le caratteristiche che deve avere una zona per poter condividere una moneta unica. In assenza di queste si ottengono solo crisi finanziarie che nella storia sono sempre sfociate in rotture dell’unione. Qualche economista ha raccolto più di mille precedenti storici di agganci monetari tra paesi deboli e forti tutti risolti nella stessa maniera. Rottura dell’unione quando non addirittura guerre. Il caso recente più eclatante è l’Argentina che aveva agganciato la sua valuta al dollaro. Nel giro di dieci anni (curiosa coincidenza con l’Euro) i governanti hanno cercato in tutti i modi di mantenere in piedi l’aggancio valutario e sono ricorsi come e prima di noi all’austerità ed alla svendita di ogni bene pubblico. Erano chiamati i pupilli del FMI per quanto scrupolosamente seguivano le sue ricette per uscire dalla crisi come oggi lo sono i Piigs, Greci in testa. Ma la storia ama ripetersi anche perché chi oggi detiene le leve del potere non ha certo cambiato approccio.

E’ inutile dunque chiedersi se convenga o meno restare nell’Euro perché il suo destino è il tramonto.

“Il tramonto dell’Euro” di Alberto Bagnai vuole rendere edotto il cittadino medio che si avvicina alla disciplina economica di quali inganni è stato vittima per fargli credere nel “sogno” dell’Euro.

L’Euro – spiega Bagnai – è stato imposto ai popoli tramite il paternalismo di personaggi influenti dei vari stati dell’Unione. Allo scopo di unire forzosamente l’Europa hanno nascosto ai popoli europei i costi economici che l’adozione dell’Euro avrebbe comportato ed invece ne hanno tessuto le lodi con argomentazioni che non trovano né trovavano al tempo riscontro nella realtà dei fatti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ovvero recessione, che sta oramai aggredendo anche la Germania, disoccupazione e conseguente riduzione dei salari. Perché la teoria delle AVO prevede espressamente che se viene tolta la flessibilità sul cambio delle valute, gli squilibri della bilancia dei pagamenti devono essere pagati dai dipendenti attraverso la riduzione salariale. L’Euro dunque si è finalmente palesato ai popoli per quello che è realmente: uno strumento per polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi, che potesse finalmente invertire i risultati di anni ed anni di lotte operaie del secolo scorso.

Uscire dall’Euro potrà essere uno shock per l’economia italiana ma non sarà mai paragonabile all’agonia che la aspetta se caparbiamente tenta di restarne aggrappata. I primi provvedimenti con l’avvento del governo tecnico sono solo piccoli antipasti di una cena che sta già strozzando letteralmente la Grecia da quanto è indigesta. La soluzione migliore sarebbe, secondo Bagnai, concordare con gli altri membri un’uscita ordinata dall’unione monetaria e gestire questo evento ineluttabile invece di attendere che sia la speculazione a farlo come nel 1992 quando uscimmo dallo Sme.

Un’opera letteraria di enorme interesse contemporaneo che mira a correggere le “lievi imprecisioni” che giornalisti e commentatori economici hanno sparso qua e là nel corso del tempo per farci credere che stessimo seguendo la direzione giusta. Dopo l’uscita dallo Sme hanno convinto milioni di italiani che la via giusta era il “più Europa” con la moneta unica e dunque fissando il cambio. Oggi, non paghi del loro evidente e non più sottacibile errore propongono ancora “più Europa” come in un delirio. Ma dopo aver letto il libro capirete cosa ci sia di così sbagliato in una richiesta potenzialmente legittima come quella di unire tutti gli europei sotto una stessa bandiera. E’ stato messo il carro davanti ai buoi. Bisogna prima integrare i popoli europei anche dal punto di vista economico oltre che legislativo. Solo allora, una volta che si sia riusciti a trasformare l’Europa in una AVO si può introdurre una moneta comune.

Nell’interesse di tutti i popoli europei e per cercare di sanare le gravi fratture che l’Euro come moneta ha generato dobbiamo evolvere verso un sistema di cambi flessibili che consenta di attutire gli squilibri tuttora presenti e che con forza si sono palesati.

da: “Il tramonto dell’Euro”

Il mondo di prima

Abbiamo visto che l’euro è l’episodio culminante di un attacco ai diritti dei lavoratori sferrato in Italia fin dall’inizio degli anni Ottanta, in sincronia con quanto stava accadendo nei principali Paesi occidentali. I due elementi portanti dell’attacco sono stati, come nel modello del ciclo di Frenkel, la rigidità del cambio (prima come Sme, poi come euro) e la liberalizzazione dei mercati finanziari, prima quello interno, poi quelli internazionali. Reinhart e Sbrancia (2011) datano al 1981 l’inizio dell’attuale ciclo di deregolamentazione finanziaria. Molti ricorderanno come la deregulation (in primis finanziaria) sia stata il vessillo dei governi Reagan e Thatcher, e abbiamo ricordato sopra che Mundell ha definito l’euro “il Reagan europeo”.

Abbiamo visto che in Italia la tappa forse più importante è stata il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, il primo provvedimento a presentare due requisiti che diventeranno tipici del processo di costruzione europea.

È importante ricordarli:
– viene adottato con una logica antidemocratica, teorizzando apertamente la necessità di mettere i vari attori sociali, a cominciare dal governo stesso, di fronte a un fatto compiuto per costringerli a “fare la cosa giusta”; “giusta”, beninteso, a insindacabile giudizio dell’autore del provvedimento, dato che la decisione veniva deliberatamente ed esplicitamente sottratta al controllo del parlamento e delegata a istanze “tecniche”, giustificando questa prassi con motivazioni di urgenza legate alla congiuntura economica sfavorevole. Nasce insomma in quel momento la logica del “governo tecnico”, che fa le “riforme strutturali” sotto la spinta della crisi, logica della quale il governo Monti è solo l’ultima, meno felice, espressione;
– obbedisce a un impianto ideologico monetarista (“la moneta causa i prezzi, la Banca centrale deve essere indipendente”), che fa da sostrato alle intenzioni dichiarate, tanto buone quanto totalmente fasulle (“combattiamo l’inflazione che è la più iniqua delle imposte”). Le intenzioni reali, riflesse dai dati, sono ben diverse, e fra queste vi è una forte affermazione del fondamentalismo di mercato: anche lo Stato si deve finanziare sul mercato, in concorrenza con gli altri operatori.

L’euro, per l’Italia, inizia quindi dal divorzio, la cui logica (il divieto di finanziamento monetario del deficit pubblico) si sarebbe poi estesa all’intera Eurozona con il Trattato di Maastricht. I risultati attesi si manifestano immediatamente: dal 1981 i tassi d’interesse reale schizzano verso l’alto e il debito pubblico decolla, costringendo il governo ad articolare la politica fiscale in senso esclusivamente restrittivo; decolla anche la disoccupazione, quindi i salari reali stagnano e declina la quota dei salari nella distribuzione del reddito nazionale. Missione compiuta.

In Europa queste dinamiche, che avevano dimensione globale, si sono intrecciate in modo complesso con il disegno tedesco di egemonia.
L’aggancio valutario (prima come Sme e poi come euro), e soprattutto le regole fiscali europee, sono stati propizi alla Germania. I Paesi periferici, non potendo più permettersi di stimolare l’economia con la politica fiscale, possono reagire a una recessione solo giocando al gioco del mercantilismo, quello che abbiamo chiamato “il gioco dell’Oca”, praticando politiche deflazionistiche ulteriormente penalizzanti per i lavoratori (la svalutazione “interna”). Un gioco che la Germania era sicura di vincere, dopo essersi creata due serbatoi di manodopera a buon mercato: i “cugini” dell’Est, e i precari creati dalle riforme Hartz.

Ma anche le classi dominanti dei Paesi periferici, indipendentemente dal fatto che fossero o meno espressione diretta o indiretta della potenza egemone (come lo sono senz’altro molti attuali governi della periferia, direttamente o indirettamente espressi dalla Bce), hanno tratto benefici da questo meccanismo. Era l’aggancio valutario, motivato con il pretesto della promozione del commercio e del controllo dell’inflazione, a imporre il divorzio: solo gli alti tassi d’interesse causati dal divorzio potevano trattenere in Italia i capitali, favorendo la difesa della parità di cambio. Proprio questo meccanismo indica le reali motivazioni dell’integrazione monetaria: fornire un pretesto, il “vincolo esterno”, alle politiche redistributive di compressione dei salari.

Un pretesto apparentemente inoppugnabile, quello del vincolo esterno, del “ce lo chiede l’Europa”, supportato da una vastissima gamma di motivazioni: da quelle alte, come il sogno di un grande abbraccio europeo (con la pretestuosa e astorica identificazione di Europa ed euro); a quelle più sfacciatamente fasciste, come l’idea che essendo gli italiani incapaci di governarsi da soli, il manganello del vincolo esterno sia loro necessario.

Più precisamente, l’idea diffusa è che il vincolo esterno determinato dall’aggancio valutario non solo ci sia necessario, ma che “ce lo meritiamo”, per una nostra supposta inferiorità razziale, sbandierata da tutti i media, e motivata con argomenti che si appoggiano a evidenze aneddotiche incontestabili: tutti i noti mali italiani (corruzione, burocrazia, eccetera), i quali però, pur essendo certamente dei mali, non sono solo italiani: vogliamo parla del bunga bunga di Hartz? Delle tangenti della Thyssen-Krupp in Grecia? Dello scandalo Siemens, con 400 milioni di euro di fondi neri destinati a mazzette per i politici (Cnbc, 2007)?

Ma il punto non è questo. Mal comune certo non è mezzo gaudio. Il punto è che questi mali non possono curarsi più agevolmente in un quadro che:
– sottrae risorse all’opera dei pubblici poteri;
– apre, attraverso l’opacità dei meccanismi europei e le insistenti richieste di privatizzazione (nei servizi pubblici locali, ad esempio), ulteriori sconfinati spazi a meccanismi corruttivi e clientelari, come vedremo in dettaglio più avanti.
Ma questo all’elettore non importa. Visto che, come tutti i giornali e i politici di sinistra gli ripetono, il vincolo esterno “ce lo meritiamo”, perché siamo Untermenschen, allora l’accettazione di ulteriori sacrifici assurge al ruolo di rituale purificatorio. E sono soprattutto gli elettori di sinistra ad accettare questa logica, in Italia, perché preferiscono introiettare la nozione dell’inferiorità razziale di un popolo, pur di non ammettere di essere stati traditi dai propri politici, e di essere stati, come dire, incauti. Per salvare l’immagine che vogliono avere di se stessi, e che è purtroppo fasulla, queste persone appoggiano politiche che condannano un’intera nazione alla morte per inedia. Certo, non è colpa loro se sono stati traditi (la colpa è dei traditori) e non è del tutto colpa loro se sono stati incauti (la Natura è matrigna). Ma è possibile mai che persone che vogliono vedersi progressiste continuino ad accettare sacrifici a senso unico sulla base dell’unico argomento che il governo che ce li propone “è presentabile”?!

Anche perché questi sacrifici non sono solo economici: attraverso il meccanismo delle crisi ampiamente previste e deliberatamente amplificate, la prima cosa a essere sacrificata è la democrazia, messa alle corde dalla logica di una perenne emergenza. L’idea che riforme importanti possano e addirittura debbano essere prese sotto la mannaia dello spread, affidandole a governi tecnici che in fretta e furia smantellano diritti, è un’idea profondamente reazionaria, ma di questo tutti gli economisti e molti intellettuali preferiscono non parlare. Il rischio, si sa, è quello di essere additati come “nazionalisti”.
Del resto, non è una novità. Nel 1992 la scala mobile venne smantellata sotto la spinta dello spread crescente, nel 1993 la “concertazione” venne introdotta quando non erano ancora chiari i benefici che l’Italia aveva tratto dalla svalutazione, eccetera. I provvedimenti presi in emergenza sono sempre a senso unico, ma i loro effetti sempre permanenti.
Bene: questi sono i puntini che compongono l’immagine del “prima”.

La resistenza all’euro

Permettetemi una considerazione personale.
Sono stanco di discutere i vantaggi o gli svantaggi economici della moneta unica. Ho mostrato come altri, da decenni, l’abbiano fatto con maggiore autorevolezza di me, giungendo a conclusioni univoche. Il punto però non è questo. Io vorrei chiedervi: i nostri padri, i nostri nonni, che a un certo punto hanno deciso di andare sulle montagne per fare la Resistenza, e anche quelli che invece sono rimasti a casa, secondo voi, prima di partire o di restare, si sono chiesti se l’anno dopo la benzina sarebbe costata due euro al litro? Si sono chiesti se l’inflazione sarebbe aumentata di uno, due, o dieci punti? Si sono chiesti cosa sarebbe successo alla rata del mutuo?

Non credo. Avranno avuto altre motivazioni, e sono certo che non tutte saranno state nobili, perché l’uomo è fatto così. Ma il conto della serva non penso che lo abbiano fatto in molti: né quelli che sono partiti, né quelli che sono restati.
Preciso il concetto, qualora non fosse chiaro.
Se anche fuori dall’euro ci fosse un baratro economico (ma le cose, come vedremo, stanno in modo diametralmente opposto), se anche l’uscita ci consegnasse, come pretendono certi strampalati disinformatori, alle sette piaghe d’Egitto, sarebbe comunque dovere morale e civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della crisi economica un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico.
Opporsi all’euro è l’unico segnale che oggi rimanga a un cittadino europeo per dichiarare il proprio dissenso verso il metodo paternalistico con il quale l’élite mette il popolo di fronte al fatto compiuto, affinché il popolo vada dove l’élite vuole condurlo. Così come l’autore del divorzio ammette di essere stato perfettamente consapevole del fatto che questo avrebbe condotto a un’esplosione del debito, gli autori dell’euro ammettono di essere stati perfettamente consapevoli che iniziare l’integrazione europea dalla moneta avrebbe condotto a una crisi. Sfido io! C’erano trent’anni di letteratura accademica a dimostrarlo. Ma, teorizzano questi politici, la crisi era necessaria: bisognava che il debito pubblico esplodesse perché lo Stato imparasse a spendere di meno; bisognava che l’Europa arrivasse all’orlo del conflitto perché gli Stati si decidessero a muovere verso la non meglio specificata “unione politica”.

Solo che in questi argomenti c’è sempre qualcosa che non torna. Dopo il divorzio lo Stato non ha speso di meno, ma di più, e per di più orientando la propria spesa verso i più ricchi. L’unione politica proposta si configura sempre di più come progetto imperialistico: si parla apertamente di creare Zone economiche speciali in Grecia, di mettere sotto tutela tutti i governi periferici…
Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l’unico modo per opporci è rifiutare l’euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi fallimenti.

La sconfitta
Sì, perché in fondo diciamocelo: il ciclo di deregulation iniziato nel 1981, nel cui grande solco “globale” si inseriscono la vicenda europea e quella italiana, non è che sia proprio stato un enorme successo. L’attacco sferrato dalle élite transnazionali è riuscito a orientare a vantaggio di queste la distribuzione del reddito. Ma per farlo ha dovuto imporre un ben preciso modello di sviluppo, che, come tutti ormai vedono, è sostanzialmente fallito perché basato sulle logiche della finanza, logiche intrinsecamente di breve respiro, razionalmente “disinteressate” al lungo termine, come Keynes ci ha limpidamente spiegato nel XII libro della Teoria generale.
È la miopia di questo modello a renderlo insostenibile finanziariamente, economicamente, socialmente, politicamente, ed ecologicamente. Questa insostenibilità si è palesata nella crisi più violenta da quella del 1929, una crisi dalla quale non siamo ancora usciti, della quale l’euro è un elemento amplificatore (pur non essendo quello scatenante), sia su scala regionale che su scala globale, e il cui superamento, evidentemente, non può essere demandato alle iniziative di un singolo Stato nazionale, ma richiede un coordinamento e una cooperazione internazionali. Esattamente quel tipo di coordinamento e di cooperazione pragmatica e non ideologica che l’Unione europea, come abbiamo cercato di mostrare nelle pagine precedenti, ha impedito in seno al continente europeo, dove ha invece promosso la legge del più forte e la filosofia del “tutti contro tutti”.
Come alla fine della seconda guerra mondiale, ci ritroviamo oggi con un cumulo di macerie: le macerie delle nostre istituzioni sociali, del nostro ambiente, delle nostre conquiste economiche. Come alla fine della seconda guerra mondiale, ci ritroviamo oggi con una montagna di debiti: debiti pubblici, ma, in questo caso, anche e soprattutto privati, destinati però a diventare direttamente o indirettamente pubblici; debiti, comunque, da gestire, se possibile non alla maniera europea, cioè come strumento di oppressione e colonizzazione, perché questo aprirebbe semplicemente la strada ad altri conflitti, di non minore ma più esplicita violenza. Come alla fine della seconda guerra mondiale, è necessario oggi un armistizio, che aprirà un nuovo fronte, più sottile e insidioso, con il più importante dei nostri alleati: esattamente come i sovietici, dopo aver contribuito in modo decisivo alla sconfitta del nazismo, diventarono nostri avversari nella Guerra Fredda, oggi i Paesi emergenti, e in particolare la Cina, dopo aver combattuto a fianco di noi e con maggior successo la battaglia per la crescita economica, vengono proposti all’opinione pubblica come il nemico da combattere per difendere il nostro stile di vita (difesa da impostare, ci viene detto, rovinando il nostro stile di vita con improbabili e inefficaci “svalutazioni interne”).

Non pretendiamo che questa analogia sia totalmente condivisibile né che sia storicamente valida. Del resto, quello dello storico non è il nostro lavoro, e siamo costretti a malincuore a invadere il campo altrui solo per tentare di rispondere alla domanda sul “mondo di dopo”. Una differenza è chiara anche a noi: rispetto alla seconda guerra mondiale, questo conflitto non ha vincitori ma solo vinti. Può sembrare una cattiva notizia, ma in realtà è in questo fatto, e solo in questo fatto, che risiede l’unica possibilità concreta, anche per il nostro Paese, di delineare un nuovo e meno effimero percorso di sviluppo. In questo caso, forse, il fatto che il male sia comune qualche speranza di salvezza ce la offre.

Gli sconfitti sono così tanti che enumerarli compiutamente è un compito pressoché impossibile.
Escono sconfitte, in primo luogo, proprio le istituzioni del libero mercato, le centrali del potere finanziario, che dopo aver orgogliosamente rivendicato il proprio primato tecnico e morale rispetto allo Stato inefficiente e corrotto, si sono viste costrette a mendicare dallo Stato le risorse necessarie alla propria sopravvivenza, risorse che rimpiazzassero quelle che per inettitudine, corruzione, presunzione, esse avevano sperperato in giro per il mondo, sovvertendo lo stile di vita di intere popolazioni con il miraggio del “tutto e subito”, contagiando interi continenti con il proprio, suicida, short-termism.

Non ne esce meglio lo Stato, che si è dimostrato, più che in altre occasioni, incapace di sottrarsi alla cattura da parte degli interessi della classe sociale dominante, oggi senz’altro quella che esprime le grandi oligarchie finanziarie, e che per questo ha rinunciato a svolgere le normali funzioni di controllo ad esso devolute dagli ordinamenti democratici, lo Stato che per tornaconto dei suoi servitori corrotti, o per ottusità ideologica, si è convinto dell’opportunità di fare un passo indietro, proprio quando le modifiche dell’assetto istituzionale, aprendo spazi di manovra inusitati al grande capitale finanziario (come nel classico ciclo di Frenkel), avrebbero richiesto una maggiore, e non una minore, regolamentazione e vigilanza. E nell’Unione europea le regole del diritto comunitario hanno avuto, come vedremo, un impatto devastante in questo senso.

Esce massacrata la politica, con la sua insulsa e risibile pretesa di poter tracciare scenari e visioni basandosi su aspirazioni velleitarie, svincolate dal dato economico, dalla logica del possibile, pretesa incarnata da personaggi di esiguo spessore etico e culturale, da statisti di cartapesta, da venditori di sogni (ricordate?) incapaci di accedere alla semplice aritmetica economica, e da questa puniti con il fallimento conclamato delle loro spericolate ambizioni. Anche questa, però, non è una sconfitta dei singoli (che anzi continuano a portare in giro con una certa scioltezza le proprie facce), ma della collettività, che nel momento in cui acquista coscienza della necessità di un ricambio, si trova, almeno in Italia, priva di personaggi non compromessi con il precedente regime elitario e antidemocratico, cui affidarsi per il cambiamento.

Ne escono quindi sterminati i cittadini, nella loro veste di lavoratori sempre più “traumatizzati” dal processo di precarizzazione, conseguente alla frantumazione, anche territoriale, delle catene di creazione del valore (la “globalizzazione” delle delocalizzazioni); di risparmiatori sempre più “maniacali-depressivi”, prima attratti e poi maciullati dai facili guadagni e dalle rapide perdite del gioco delle bolle; e di consumatori sempre più indebitati, nel tentativo di mantenere gli standard di vita precedenti allo shock. Tentativo incoraggiato dal sistema dominante, che vede nel debito privato un motore della crescita ideologicamente corretto, a differenza di quello pubblico, trascurando la fragilità che questo modello di sviluppo porta con sé (la terna “lavoratore traumatizzato/risparmiatore maniacale-depressivo/consumatore indebitato” è descritta nelle sue articolazioni da Riccardo Bellofiore, 2012).

Pastorale Americana di Roth


Ho letto alcuni giorni fa “Pastorale americana” di Philip Roth.
Di questo autore avevo letto in passato “lamento di portnoy” e non mi era piaciuto affatto. Per cui non mi aspettavo molto.

Invece, nelle prime pagine, l’ho trovato assolutamente geniale.
Mi è piaciuto moltissimo come descrive il suo alter ego scrittore che si avvicina a questo mito della sua infanzia, cerca di guardargli dentro, la disillusione quando vede che oltre la maschera non c’è niente, la sorpresa quando si rende conto di aver sbagliato completamente, di aver visto solo la maschera e ignorato la tragedia. E’ una finissima descrizione dell’approccio agli altri tramite le nostre categorie, senza essere mai didascalico. Di come siamo condannati a non conoscere gli altri, mai.

Dopodiché, se il libro fosse finito qui, quando alla festa del cinquantenario il fratello dello Svedese gli dice che è morto, di cancro. Secondo me sarebbe assolutamente perfetto. Una fucilata.

Invece a quel punto cambia completamente registro.
Da esterno che guarda e ammette di non capire, l’autore entra come un deus ex machina nella vita del suo soggetto, lo segue passo passo emozione dopo emozione, ne descrive la vita e i suoi pensieri, l’infanzia nel rapporto con il padre, il matrimonio fin nella camera da letto, la figlia schiacciata dalla perfezione di genitori americani progresssiti belli e invincibili, la cui vita è tutta fatalmente in discesa, verso… il fondo.

Qui diventa anche didascalico, ci fa spiegare perché la figlia si ribella prima con la balbuzie poi con le bombe poi lasciandosi morire. Perchè il disfacimento della sua famiglia è lo specchio del disfacimento del sogno americano. Perché muore, somatizzando la sua sconfitta in un cancro.

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film: this must be the place


Avendo letto commenti più che positivi su questo film e piacendomi Sean Penn, siamo andati a vederlo venerdì scorso.

Sostanzialmente non mi è piaciuto.

La storia mi sembra una riduzione cinematografica venuta male di un libro. Però l’ho cercato ma non esiste. Quindi non mi spiego il perchè il film mi sia sembrato slegato, una serie di episodi estemporanei e che non si riesce a contestualizzare.

Sean Penn nei panni della ex rockstar appare eccessivo.  E’ bravo, ma caricaturale. Troppo rincoglionito ad inizio film per essere vero, non si capisce il suo rapporto con la ragazza né con la madre della stessa che aspetta un figlio che se ne è andato. La moglie che fa il pompiere è un’altra stanezza che avrà un senso, ma francamente mi sfugge. Vabbè, lo farà per hobby, visto che sembrano avere un sacco di soldi. Il tipo che incontra al bar e che gli affida il pick-up cui tiene moltissimo non si capisce perchè. E non si capisce nemmeno perché ad un certo punto sto pick-up gli vada a fuoco. Non intendo tecnicamente, intendo che senso abbia nella storia. Sembra che a seguito dell’incendio del pick-up lui si compri una pistola, ma appare risibile, come pretesto. Sta cosa del pick-up poi si perde nel nulla. E nemmeno si capisce il vecchio che incontra all’armeria e il suo sproloquio.

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Ricordando DFW


“Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio; a fellow of infinite jest, of most excellent fancy.

(Ahimè, povero Yorick!…Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio, un giovanotto d’arguzia infinita e d’una fantasia impareggiabile). Amleto – Shakespeare

Tre anni fa esatti, il 12 settembre 2008, si uccideva impiccandosi David Foster Wallace.

Io non mi ricordo bene quando fu, ma in un natale vidi un suo libro, “la scopa del sistema” appena uscito, con buone recensioni, e lo regalai a mia cognata. Questa, dopo qualche tempo, venni a sapere che si era quasi offesa, e che il libro non lo aveva letto. Non so se lo avesse buttato o cosa.

Non perché  io avessi in grande stima le qualità di critico letterario di mia cognata, e nemmeno il contrario ad onor del vero. Semplicemente non conoscevo i suoi gusti e quindi non sapevo se questa sua cattiva impressione avrei potuto condividerla oppure no. Ma dai toni ebbi la sensazione di aver regalato qualcosa come “American Psycho” di Bret Easton Ellis, di cui la critica parlava bene ma che come contenuti poteva risultare shockante per più di qualcuno. Chiesi lumi. Mi rispose: “come posso dirti? è brutto. illegibile. proprio brutto brutto, ecco” .

Ovvio che un giudizio così tranciante può incuriosiree indurti a leggerlo.  Ma anche al contrario, alla lunga, può influenzare.  Per cui un po’ sbrigativamente misi “la scopa del sistema” e il suo autore in uno scomparto della mente in cui metto quello di cui diffidare e che è molto vicino, direi contiguo, a quella che francamente definisco spazzatura. In questo comparto ci sono parecchi autori alla moda. Vincere un premio strega o scrivere per certe case editrici porta direttamente in un posto d’onore al suo interno.

Insomma sono un po’ razzista, in senso letterario, e molto selettivo. Penso che il mio tempo è poco, che di scrittori eccezionali nel passato ce ne siano stati molti di più di quanti io riuscirò a leggere nella mia vita, che prima di intraprendere la conoscenza di qualche contemporaneo devo avere dei motivi. Può essere il consiglio di qualcuno che stimo per i suoi gusti letterari, recensioni trovate in rete, o trattare di un argomento che a prescindere dall’autore, mi interessa.

Quello che mi convinse a togliere DFW dallo scomparto di quelli da evitare fu in un certo qual modo la mia per molti versi insana tendenza ad accettare le sfide. Ogni tanto parlando di libri in rete usciva questo libro “Infinite jest” come opera eccezionalmente complessa, difficile da comprendere. E più ne parlavano in questi termini, con entusiasmo, quasi col tono di chi fa parte di un’elite “quelli che hanno letto infinite jest e ci hanno capito poco e ne sono felici” più cresceva in me la voglia di leggerlo per smontarlo pezzo pezzo.

Insomma sì, ho preso in mano Infinite Jest perché ne parlavano bene, ma per una sorta di narcisismo intellettuale e una buona dose di supponenza snobistica, la mia intenzione era farlo a pezzi.

E invece mi sono innamorato. Del libro, ma anche dell’autore. Della mente di chi aveva scritto quel libro. Della sua profondità nella quale era bello perdersi lasciandosi cullare, trasportato dalle sue divagazioni, sballottato dalle sue subordinate, in quel mare apparentemente infinito e circolare che è la trama complessa di quelle 1100 pagine.

Di seguito ho letto altri suoi libri. E poi ho scoperto che DFW era morto, suicida.  E ci sono rimasto male. Come se avessi perso un’occasione. Come fossi arrivato troppo tardi.

E’ una sensazione stupida, perché la conoscenza con un autore è un processo a senso unico. Tu entri in contatto con lui, ma lui non con te. La sua è una relazione uno a molti casuale. Il suo primo interlocutore è egli stesso e quello che lui pensa siano gli altri che lo leggeranno, un altri che è un magma indistinto da cui emergeranno voci vaghe. Forse. Che un po’ si teme e un po’ si cerca. Che comunque non si conosce.

E quindi da lettore, conoscere un autore,  prima o dopo non fa differenza. Ma il fatto è che nei libri di Wallace, in particolare Infinite Jest, ti rendi conto che Wallace presenta se stesso, i suoi se stessi, nei suoi personaggi. E sono tutti personaggi fuori posto. Don Gately, Hal Incandenza, Joelle Van Dyne sono Wallace.  Sue estroflessioni.  E sono dei disadattati, esseri che avevano grandi potenzialità e che hanno sprecato il loro talento. Ai quali ogni forma di riscatto è negata.

Ti affezioni a loro e vorresti trovare per loro una speranza, mentre percorri i labirinti del libro. E alla fine la speranza non c’è. Ma quasi inconsapevolmente si forma nella tua anima un legame a livello molecolare con questi personaggi e il loro autore personaggio egli stesso. Così che quando ho saputo che Wallace era morto, e che si era suicidato, ho avuto la stessa sensazione di impotenza per l’ineluttabile e ineludibile fine di un genio autoimmune condannato a non poter uscire da se stesso. Prigioniero del proprio talento. Come nel suo libro, per i personaggi che ho amato.

Me ne sono dispiaciuto, come per un amico. Per questo oggi lo ricordo.

……………………………

Di seguito un link:  Wallace su roger federer    Per chi non conosce Wallace e conosce un poco il tennis: un modo per conoscere di più entrambi e capire perché Wallace abbia il potere di dare forma con il linguaggio ai pensieri che sai di avere ma che nella tua testa non prendono forma consapevole. E meno che mai diventano discorsi di senso compiuto.


E poi uno splendido articolo di Tommaso Pincio, scritto prima del suicidio di Wallace, in un certo senso profetico.

WALLACE NON È «WALLACE»
di Tommaso Pincio
David Foster Wallace è un fenomeno che non ha eguali nella letteratura statunitense. Al di là delle innegabili doti di scrittore, ciò che lo rende davvero unico è come il suo nome sia ormai diventato sinonimo pressoché indiscusso di talento. È ormai impossibile leggere una recensione di un suo libro che non contenga preamboli in cui si rammenta al lettore quale mago della prosa sia David Foster Wallace e di cosa egli sia capace di fare con le parole e come sappia affrontare qualunque argomento con assoluta proprietà di linguaggio e virtuosismo. Il fenomeno si è puntualmente verificato anche in occasione di Oblio (Einaudi Stile Libero, traduzione di Giovanna Granato, pp. 410, €15), l’ultima raccolta di otto racconti o «romanzi brevi», stando alla definizione che ne dà l’editore nella quarta di copertina.
Ma c’è un fatto ancor più unico se non strano.
Più un recensore cova l’intenzione di stroncare o avanzare riserve, più sembra avvertire l’irrefrenabile impulso di rendere formale omaggio al talento di questo scrittore. È un fatto che dà da pensare. Perché mai tanto insistere sul talento? È perché proprio con Wallace? Si tratta di una semplice coincidenza o c’è invece qualcosa di più problematico nella sua scrittura?

Ebbene, si potrebbe cominciare notando che i personaggi di Wallace sono a loro volta talenti. Ognuno ha una qualche dote che li rende speciali, che li eleva molto al di sopra della media nei campi più disparati, dal tennis alla trigonometria e a tante altre cose divertenti che sarebbe però meglio smettere di fare.
Unitamente a una straordinaria abilità in un qualche campo specifico, questi personaggi sono poi accomunati da una vivacità affabulatoria. Parlano più complicato e forbito di un libro stampato, usano in tutta tranquillità termini così tecnici e oscuri da non comparire nemmeno nei dizionari enciclopedici e citano con solenne noncuranza pensieri di Kant e Schopenhauer, manco fossero frasi estratte dai dolcetti della fortuna.
Altra particolarità è che, quantunque estremamente dotati e superbi oratori, sul piano dell’esistenza i personaggi di Wallace si rivelano inetti fatti e mangiati, esseri incapaci di vivere nel mondo reale o meglio in quella esigua porzione di mondo reale non ancora fagocitata dalla gigantesca, onnivora sfera della rappresentazione mediatica. In parole povere, sono il ritratto stereotipato, seppure altamente sofisticato, del genio come mentecatto o depresso e non di rado anche del genio come entrambi ovvero depresso e mentecatto. E dal momento che il tono ellittico e amfetaminico con cui questi personaggi si esprimono è lo stesso usato a profusione da Wallace nei suoi saggi è difficile non vedere in essi tanti autoritratti dello scrittore come genio depresso e forse mentecatto, l’immagine riflessa dell’autore che si fa vittima dei propri talenti e in particolare del più luminoso e tortuoso fra questi: il linguaggio.
Manco a farlo apposta in Caro vecchio neon, una delle otto storie di Oblio, troviamo un personaggio di nome David Wallace il quale preferirebbe non essere infastidito da una vocina interiore che mai manca di ricordagli come ci sia «qualcosa di profondamente sbagliato in lui», in uno che deve perdere un sacco di tempo ed energie per mettere a fuoco «cosa fare e cosa dire per impersonare un maschio americano accettabile o anche solo marginalmente normale», un individuo in bilico tra l’argento vivo dell’apparenza e la zona morta della coscienza, incapace o comunque impossibilitato a conciliare il tipo brillante che sembrava dall’esterno con ciò che dall’interno lo ha indotto a suicidarsi in modo «teatrale».
Il fatto che questo «David Wallace» si tolga la vita e che lo faccia proprio per via del suo talento — per via di una strabiliante capacità di attorcigliarsi con estrema eleganza attorno alle parole, un dono che è la prova provata di come nessuna normalità sia realmente perseguibile — può essere preso alla lettera, vale a dire come il suicidio letterario di uno scrittore che non regge al dolore di non poter raccontare una storia «vera». Oppure lo si può interpretare in chiave allegorica, il suicidio messo lì a rappresentare l’inanità di tutte quelle filosofie, e sono tante, nelle quali il limite tra linguaggio e menzogna è oltremodo sfumato.
Pensare che il suicidio di «David Wallace» abbia implicazioni più terrene, che parli del dolore della gente reale e magari di eventuali suicidi altrettanto reali, è pura illusione.
Certo, con la gente comune, «David Wallace» qualcosa la spartisce. Ma se ciò avviene è più che altro per un accidente, perché lo scrittore ci presenta il suo «Wallace» nei panni di un essere umano anziché di un titolo quotato in borsa o una macchia d’unto su una camicia o un qualunque dettaglio inanimato tra le decine e decine che egli classifica in ogni suo racconto. E poco ci manca che «David Wallace» non li vesta davvero, i panni del dettaglio inanimato.
A guardarlo bene in faccia, infatti, questo «David Wallace» non è soltanto un essere umano altamente improbabile. È qualcosa di più: semplicemente non è umano. E non per quello che pensa e che sente, bensì per come pensa e come sente. Se davvero fossero vivi e umani, «Wallace» e gli altri personaggi di Wallace dovrebbero avere un processore di ultima generazione al posto del cervello. La loro umoralità è volatile come quella dei mercati e il dolore che provano implode immancabilmente alla maniera indecifrabile di una bolla speculativa. In questo, non lo si può negare, sono un prodotto del proprio del tempo. Molto new economy, per così dire. Quanto al resto, a un’umanità vagamente credibile, è meglio lasciar perdere.
Le menti dei personaggi di Wallace incarnano la fallimentare apoteosi di un linguaggio che si muove a velocità vertiginose e impossibili da sostenere per un normale cervello umano, fosse anche quello estremamente dotato di uno scrittore di talento. Sostenere che i lunghi, tiratissimi monologhi interiori in cui Wallace eccelle siano flussi di coscienza è un’aberrazione. Nessuno essere umano nel chiuso della propria scatola cranica è in grado di pensare a quel modo. Questi sono piuttosto riflussi, diagrammi di una coscienza che si ripiega totalmente sul linguaggio, linee guida sulle quali impostare un ipotetico software per la simulazione di collegamenti neuronali geneticamente modificati.
Per ciò che rappresentano e per come si manifestano, tanto il talento di David Foster Wallace quanto quello dei suoi «David Wallace» esprimono disagio, ma soprattutto mettono a disagio. L’ossessione con cui i recensori si predispongono a criticarlo e analizzarlo ha un po’ il sapore dell’esorcismo rituale, quasi ce lo si dovrebbe scrollare di dosso il più presto possibile. Ma perché? Cosa c’è di tanto disturbante nel talento?
Wallace è un digressivo, uno che divaga, quindi non è escluso che una delle ragioni sia il timore che un vero «cosa» manchi all’appello. Se così fosse il disagio nasconderebbe il seguente dubbio: tanto talento per nulla? E il vuoto, si sa, non è mai piacevole da accettare. Ancor meno lo è quando ti viene propinato in forma di pieno ridondante. L’autore non fa molto per fugare il dubbio. Anzi, spesso si crogiola proprio nell’esatto contrario. In un modo che è troppo esplicito per non essere premeditato, Wallace predica bene e razzola male. Per esempio, nei suoi saggi ci spiega che l’ironia è il sintomo della disperante stasi in cui versa la cultura americana ma quando «narra» — un narrare tra molte virgolette — non si fa scrupolo di attingervi a piene mani.
A nessuno piace passare per scemo, tantomeno ai critici letterari americani, e siccome è oggettivamente arduo stabilire una volta per tutte se David Foster Wallace «ci fa o ci è» nonché se sia davvero rivelante stabilirlo, i critici mettono le mani avanti. La liquidazione preventiva del talento vorrebbe suonare un po’ come un avvertimento: «Abbiamo capito che a parole sei bravo ma non sperare di incantarci in eterno. Se hai qualcosa da dire, diccela». La verità è che sotto sotto i critici hanno paura di essere incantati se non addirittura imbrogliati, e questo non lo mandano giù.
Purtroppo per loro lo scrittore si è messo in una botte di ferro. Il racconto che ha per protagonista «David Wallace» comincia infatti così: «La mia vita è stata tutta un imbroglio. Non sto esagerando. Moltissimo di tutto ciò che fatto è stato di cercare di creare tutto il tempo una certa impressione di me nella gente. Quasi sempre per piacere agli altri o essere ammirato».
Cosa si può volere di più dalla letteratura? Se un giorno qualcuno dimostrasse che sotto il talento c’è davvero il nulla, Wallace potrà sempre dire che lo aveva già scritto lui a chiare lettere: sono soltanto un imbroglio. Diversamente, si riuscisse a provare che è effettivamente quel genio di cui tutti favoleggiano, simili ammissioni farebbero all’istante ritorno nei ranghi della finzione. Comunque facciano i critici, sono condannati a sbagliare e perciò relegano in un preambolo l’incomodo del talento, poi si vedrà. Del resto queste sono le regole del gioco postmoderno. C’è della sublime ironia in tutto ciò. È così smaccatamente wallaciano.
Esiste tuttavia un modo più obliquo di affrontare il problema. Spesso si sottolinea come i prodromi della prosa digressiva e ironica di Wallace siano da ricercare in un capolavoro della letteratura inglese del Settecento, Vita e opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne. I legami sono in effetti tanti, evidenti, innegabili. Sterne era scrittore maniacale e nevrotico, animato da un’immaginazione a dir poco ondivaga ed errante. Tra le altre cose nutriva una certa propensione a decorare la sua prosa con effetti visivi speciali: pagine nere, scarabocchi, composizioni grafiche e tipografiche — pratiche bene note all’autore di Infinite Jest. Altro dato rivelante, Tristam Shandy è stata la lettura preferita di molti filosofi, primo fra tutti Wittgenstein, al quale Wallace fa ostinatamente riferimento.
Quantunque inacidito dalla malinconia e incline alle iperboli, Tristam Shandy è però un conversatore amabile, uno che nel parlare non dimentica mai le buone maniere. Non per nulla è un gentiluomo. I personaggi di Wallace, specie quelli degli ultimi due libri, sono invece esseri di gran lunga più abbietti, «uomini schifosi» volendo usare una definizione dell’autore. A ben guardare il loro modo di esprimersi ricorda più da vicino il Dostoevskij di Memorie dal sottosuolo, e qui c’è un fatto da non sottovalutare.
Quando era alle prese con la stesura di quella fulminante discesa negli inferi, Dostoevskij era alquanto provato. A quarant’anni da poco suonati, aveva patito il carcere e scampato una condanna a morte, era sommerso dai debiti e stava perdendo la prima moglie affetta da un male incurabile. In quel periodo scrive una lettera al fratello dove racconta in quale stato di disperazione versasse. Dopo essersi soffermato — non molto per la verità — sul dolore per la moglie, con un brusco cambiamento di tono, passa a precisare che tutte le mattina si mette al lavoro, per dedicarsi anima e corpo al «sottosuolo» definendolo una «porcheria» salvo ripensarci dopo manco un paio di righe. Quella lettera è un strabiliante concentrato di ciniche contraddizioni e dimostra quanta poca differenza ci fosse tra ciò che egli era e ciò che stava scrivendo.
Il ruolo della finzione è davvero minimo nelle Memorie delle sottosuolo, non c’è alcun imbroglio. Se qualcuno dei critici così spaventati dal talento di Wallace avesse incontrato quell’uomo girare per le strade di Pietroburgo con lo sguardo rabbioso e allucinato dalla fame, il probabile commento sarebbe stato: «È ormai bello che andato. Ci siamo giocati Dostoevskij». Ebbene, l’uomo sull’orlo del baratro, colui che si riteneva ormai nella «più fonda vecchiaia» e perciò «indecoroso, volgare, immorale», doveva ancora scrivere Delitto e castigo, L’idiota, I demoni e I fratelli Karamazov. Non male per uno che si rende conto che «la situazione è senza via d’uscita».
Ora, ciò che è interessante notare non è che David Foster Wallace non è Fedor Michajlovič Dostoevskij — chi mai potrebbe esserlo in questi tempi? — quanto che «Wallace» non è Wallace. Il sottosuolo da cui parlano i personaggi dei «romanzi brevi» di Oblio, con buona pace di Freud, non è l’inconscio; sono gli scantinati del testo ovvero le divagazioni, gli incisi, i simboli astrusi, i termini tecnici ignoti ai più, le note a piè di pagina. I vari «Wallace» parlano di una disperazione e di un dolore ostentati, sono l’ostentazione della disperazione e del dolore di Wallace, il quale, però, è sì una persona nevrotica e piena di idiosincrasie ma anche amabile, spiritosa ed educata quanto basta. Insomma un gentiluomo dei nostri tempi o meglio di un momento specifico e ben delimitato dei nostri tempi.
Si giunge così al motivo per cui vale la pena di leggere i libri di questo scrittore, talento o non talento. Wallace è un uomo che non può fare a meno di guardare il mondo con gli occhi di un decennio fa. Il che non lo rende meno attuale, tutt’altro. Gli anni Novanta rappresentano il paradiso perduto dell’America di oggi, di quell’America che non si capacita di come Bush abbia vinto ancora una volta, di un’America democratica, politicamente corretta ed esteticamente sofisticata ma comunque perdente.
Tutto era così chic in quel decennio che Stiglitz avrebbe forse fatto meglio a definire «struggente» anziché ruggente. Perfino l’eroina era chic, e ci sono voluti un bel po’ di morti per overdose e un famoso discorso agli stilisti di moda tenuto da un Clinton ormai in procinto di lasciare la Casa Bianca — «Non avete bisogno di rendere glamour la tossicodipendenza per vendere i vostri vestiti» — perché si cominciasse a capire che la festa stava per finire. Poi è arrivato l’11 settembre, il giorno dopo il quale mondo non avrebbe dovuto mai più essere lo stesso.
Sarà, ma nel 1991 un presidente di nome Bush guidava gli Stati Uniti in guerra con un paese chiamato Iraq. Più o meno il punto in cui ci troviamo ancora oggi. Purtroppo la verità non è che Kerry sia uscito sconfitto dalle ultime elezioni, ma che Nixon sia risultato l’inatteso vincitore di quelle del 1968. Da quel momento è infatti iniziata una lenta e metodica opera di erosione di tutto ciò che la controcultura sembrava aver definitivamente abbattuto negli anni Sessanta. La voce di Wallace — seppur nel suo modo cervellotico e un po’ compiaciuto, così letterariamente chic e corretta — ci ricorda che nel nostro modo di opporci al riflusso, di essere dissociati e addirittura di provare dolore c’è qualcosa che non va, così come c’era qualcosa che non andava nell’illusoria parentesi dell’era Clinton. Non è poco fintantoché il sottosuolo non tornerà a farsi sentire come si deve.

Libri


Leggo. Non quanto vorrei ma leggo. Ultimamente sto leggendo “Considera l’aragosta”  di E.F.Wallace. Contemporaneamente “L’uomo che parlava con i lupi” di Shaun Ellis.

Nel primo mi riempio di ammirazione per l’intelligenza dell’autore e per la straordinaria padronanza della lingua che gli consente di esprimere i pensieri modulandoli e sfumandoli in profondità, alleggerendoli, rinforzandoli, giocandoci. Sagacia, cultura, originalità, spirito di osservazione. Tutto questo ma anche l’incredibile capacità, apparentemente senza sforzo, di scivolare via con leggerezza, pur mantenendo fra le mani i capi di molte linee di ragionamento, contemporaneamente, non perdendone uno, paragrafi subordinati e note. L’analogia che mi viene in mente è un’orchestra, e un maestro che la dirige, una musica. Wallace mi fa venire in mente Mozart. Non sempre il genio e la capacità di comunicarlo vanno di pari passo. Perlomeno sembrano, dal mio modesto punto di osservazione, andare di pari passo. Quando accade, come in Wallace, si resta estasiati a guardare il fuoco d’artificio che scaturisce dal filo dei suoi pensieri. Qualunque sia l’argomento che sta trattando. Anche se mai prima di quel momento avresti pensato di poter essere tanto affascinato dalla lettura di uno scritto su quel tema.

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Hemingway


Leggo su Repubblica che sono 50 anni dalla morte di Hemingway e che per l’occasione esce un libro: “Ernest Hemingway, una vita da romanzo”.

Non lo comprerò. Ho letto tutto di Hemingway molti anni fa. Ma sono contento che esca questo libro e se ne parli. Magari può farlo conoscere di più.  Perchè penso che valga la pena di leggere i suoi libri, anche se tutti contengono quello stupore, quella domanda, così perfettamente sintetizzata nella sua fine.

Ogni tanto, su questo blog, mi è venuto in mente che avrei voluto parlare di Hemingway. Ogni volta mi sono detto che erano passati troppi anni, che i ricordi erano confusi, che avrei dovuto rileggere qualcosa.  E ho sempre rimandato.

Però in fondo non credo sia giusto. Alla fine non è che avessi intenzione di scrivere una recensione su un libro. Volevo solo scrivere di quello che Hamingway mi ha lasciato, attraverso quelle letture.

Beh ho sempre pensato che avrei voluto essere come lui. Perché lui scriveva di quello che viveva. Perchè di quello che viveva era curioso, e cercava di capire, di carpire, quel nesso profondo fra le cose, che sembra lì a portata di mano a volte, ma sfugge alla descrizione.

Quel senso delle cose che sembra sempre una foto mossa. Era lì ma… è confuso. Non ha contorni. E’ vago.

Sembra che solo la morte lo fissi. La vita serve ad avvicinarsi a capire quello che la morte spiega.

O semplicemente è la cessazione della domanda, e in questa cessazione è la risposta.

L’arrabbattarsi per vivere. La guerra. La caccia. La pesca come la caccia. La boxe. La corrida. Storie vissute e storie assorbite, per continguità. Per curiosità. La vita. L’alcool per dimenticarla.

Nei suoi libri parla poco di donne. L’infermiera della guerra, giusto mi ricordo. Ed era un affidarsi, ferito. Una donna materna, ancorchè per un amore sensuale.  Parla più di animali. Di forza, coraggio, fierezza, anche nella sconfitta. E di piccoli uomini schiacciati dalla vita, che pure hanno il coraggio di sopravvivere, senza eroismi.

Sembra che quello che lui cerca, e fissa nelle sue pagine, è la forza di vivere. La persegue nella sua esistenza. La vita che tende ad affermare se stessa, senza tentennamenti, anche andando  incontro alla sua stessa nemesi.

Il vecchio e il mare è un libro semplice da descrivere. C’è un vecchio su una barca che prende un pesce così grosso che non riesce a tirarlo su. Tutto il libro gira attorno a questo.  Mi chiedevo, perchè “il vecchio e il mare”. Perchè non “il vecchio e il pesce”. Dopotutto di questo parla il libro. Ero dalla parte del pesce, che combatteva strenuamente per la sua vita. Perché, vecchio, mi chiedevo, se ammiri questo pesce, non lo lasci libero. Perché lo vuoi uccidere. Non ti ridarà la tua forza, il toglierli le sue. Non farà di te un dio, decidere la sua fine.

Ma il vecchio siamo noi che ci interroghiamo su quello che facciamo. Il mare è il mistero della vita. Il pesce, che resta nascosto, e solo per alcuni istanti terribili s’intravede, è il nostro nemico, la nostra morte, la nostra fine. Lottiamo contro di essa con tutte le nostre forze, e quando la sconfiggiamo e ci accorgiamo di non aver avuto nulla. Non è cambiato niente. Continua ad accompagnarci, sorniona. E’ essa stessa parte della vita. E’ inutile, ogni volta, sopravvivere alla propria morte. Moriamo comunque insieme ad essa.

E in ogni istante della nostra esistenza viviamo questa duplicità. E Hemingway la cercava ovunque. Come un pittore cerca una certa luce, nei luoghi più diversi.

Infinite Jest


Ho letto “Infinite Jest” di David Foster Wallace.
Non è un libro con una bella trama lineare in cui tutto rimane a mente e si riesce a parlarne facilmente. Penso che per farlo in modo soddisfacente dovrei rileggerlo un paio di volte, prendere appunti, fare copia e incolla di intere pagine…

Non lo farò. Ho intenzione di leggere altre cose di Wallace, prima di una eventuale rilettura di queste 1270 pagine, di cui un centinaio solo di note.

Ne scrivo quindi consapevole di averne una visione del tutto frammentaria, probabilmente distorta. Esprimo le sensazioni che mi ha lasciato, senza altra pretesa.

Io non ho mai letto uno con una tale capacità di entrare nelle pieghe della realtà a tale livello di definizione. Io amo gli scrittori tipo Carver, che dicono l’essenziale e quello che ti lasciano è quello che non hanno detto, te lo ritrovi senza sapere da dove sia venuto.

Mi viene la metafora che Carver sia un’impressionista, rispetto alla definizione digitale multimegapixel di Wallace.

Mi viene da pensare a quando su photoshop, o altro programma simile, inizi a cliccare con lo strumento che ingrandisce su una immagine ad alta definizione. Più clicchi e più ingrandisce. Esce dallo schermo, perdi il quadro d’insieme. I dettagli sono stupendamente nitidi però, e li guardi godendoteli.
Quando torni al quadro d’assieme ti dispiace di esserteli persi e allora ci ritorni. Nel libro aspetti che tornino.

Il quadro d’assieme ha iniziato a chiarirsi nella mia testa verso il migliaio di pagine.
Prima era tutto un infinito mucchio di dettagli, alcuni spettacolari, altri … come dire… interlocutori.  Però non capivo se alla fine c’era un quadro d’assieme oppure no. Ma la lettura di certe pagine,   celate fra altre pur piacevoli ma normali, bastava da sola a ripagare la pena di perdersi in quel labirinto. Te le ritrovi all’improvviso, come tesori nascosti, una straordinaria potenza narrativa. Incalzante. Descrive come se mai avesse fatto altro che quello che descrive. Si immedesima a una tale profondità…

Dice di tennis in modo divino, e so che ha giocato a tennis a buoni livelli. Ma parla di di dipendenza da alcol, da droghe, come se si fosse rivoltato nei luoghi più oscuri dell’anima di chi vive per una sostanza. Parla di risse come se non avesse fatto altro nella vita che spaccare teste. E così via… E tutto questo lo disperde qui e là, lo nasconde, lo trasforma con l’ironia, lo trasfigura e lo piega ai suoi scopi. Che io non so quali siano.

Alla fine un quadro d’assieme è venuto fuori, ma non era molto importante. Come sempre nella vita, del resto, il fine è meno importante dei mezzi, la strada più importante della meta.

Wallace ha una enorme capacità di sezionare una realtà anche banale e renderla scendendo fin nell’ordito del tessuto che la compone. Descrive contemporaneamente dialoghi, gesti, pensieri, di una, due, tre, quattro … enne persone e situazioni, intrecciando complessi processi mentali e tenendo il filo di tutti, li fa sparire e riapparire, è un prestidigitatore della parola scritta.

Wallace ha una mente che ci si perde dentro.

I suoi personaggi sono unici, irripetibili, normali, banali, straordinari, sopra le righe, assurdi, incredibili, reali, nelle loro manie, pensieri, tic, desideri, paure, disperazioni.

Tutti dipendono da qualcosa. Tutti hanno bisogno di qualcuno o qualcosa. Vivono in un mondo assurdo in cui le loro vite assurde sembrano normali. Non hanno aspirazioni se non di arrivare alla pagina successiva. Sono sempre sull’orlo del fallimento.

Wallace si serve del realismo come di un grimaldello per entrare nell’irrealtà. L’assolutamente vero diventa paradosso. Impossibile seguirlo senza perdersi nella sua pazzia.

E’ stato un grandissimo scrittore. Ma, mi pare di capire, è stato un genio. La sua morte, per suicidio, assolutamente coerente. E’ troppo, quello che aveva dentro, per essere portato a lungo da un uomo.