Fassina chi?


FASSINA CHI? LA CAMPANA ALFINE INIZIO’ A SUONARE PER TUTTE LE VALLI…

La notizia delle dimissioni di Fassina è ormai di dominio pubblico (da alcuni minuti o giù di lì).
Così come è dilagata la enfatizzazione del suo “antefatto”, e cioè il “Fassina chi?” pronunziato da Renzi.
Fassina, poi, nel concreto delle dichiarazioni, (se sono state fedelmente riportate), fa una puntualizzazione che non è per nulla priva di implicazioni:
«È responsabilità di Renzi, che ha ricevuto un così largo mandato – ha osservato Fassina nel motivare le sue dimissioni – proporre uomini e donne sulla sua linea».
Detta da chi ha la titolarità di una linea di politica economico-fiscale, che, dati i notori “vincoli” impostici dall’€uropa, non potrebbe, in linea teorica e giuridico-internazionale, essere particolarmente mutata all’interno di QUALSIASI forza politica italiana attuale, e ancor meno del PD, per effetto del “mero” cambio del suo vertice partitico, la dichiarazione di Fassina fa meditare.

O smontate l’euro o l’europa si smonterà.


Sono moltissime le prese di posizione di importanti economisti contro l’Euro. Anche da parte di molti che in precedenza lo avevano appoggiato.

In Italia, dove vale la disonesta abitudine di attaccare o sminuire la persona più che il lavoro, negli anni passati c’è stata una certa propaganda politica becera e ignorante come il giornalismo che gli fa da megafono, che invece di prendere in considerazione le allarmate e oneste analisi di economisti seri e preparati, si è divertita a dileggiarli sulla base dei loro non altisonanti titoli: “oscuri professori di università di provincia”.

Questa macchinetta del fango non funziona però quando le fila di chi scrive contro l’euro è zeppa di premi nobel.

Nella realtà virtuale in cui vivono politici e megafoni mediatici, i neuroni servono a destreggiarsi per sopravvivere fra iene e leccaculo, oltre a cumulare diare e rimborsi spese, non certo a capire, studiare e approfondire, per cui con loro ci vogliono i titoli. Di fronte ai titoli si zittiscono.

Quindi mi fa piacere aggiornare la lista dei titolati. E ascoltare il loro silenzio.

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La destra che verrà.


Mi sto rendendo conto che quando cambierà, più o meno traumaticamente, il sistema di potere che ci governa, il nuovo che avanza non sarà una piacevole e illuminata democrazia, diretta o rappresentativa che sia. Bensì un regime autoritario che su molti aspetti sarà fortemente caratterizzato a destra.

Il sistema che ci governa è destinato a crollare. Quasi certamente. Non prima di aver creato ulteriori sfracelli nel tessuto economico e sociale del paese.  Crollerà, perché l’impalcatura €uropea sulla quale è asserragliato non riuscirà più a sostenerlo.

Non so quando, nei prossimi sei o 24 mesi. Potrebbe intervenire qualche evento esterno ad accelerare la crisi dell’euro. Ad esempio che la bolla dell’economia americana scoppi, innescando una crisi con contraccolpi globali. Oppure la situazione potrebbe essere tenuta sotto controllo dalle manovre della Bce in un quadro internazionale di relativa calma.

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Due posizioni sull’euro e chi va oltre le posizioni.


Due interviste e qualche considerazione.
A Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista [intervista presa dal Giornale.it – è indicativo che nei cosiddetti giornali di sinistra non ci sia nulla o quantomeno non sia facile trovare alcunché. Per sapere qualcosa bisogna leggere nel campo del nemico, il quale ha interesse di far sapere ai propri e/lettori che i comunisti ancora esistono.]
E intervista a Matteo Salvini neosegretario della Lega. [intervista non è completa, chi fosse interessato può andarla a leggere nella pagina originaria.]
Ora che anche Rifondazione Comunista è arrivata a percepire il problema dell’euro e dell’europa, la cosa non può farmi che piacere. Mi ricordo già diversi anni fa che Bertinotti esprimeva questa consapevolezza in modo abbastanza chiaro. Ma era rimasta lettera morta. Argomento più da salotto che da prassi politica. Ora molto lentamente ci sono arrivati.

L’Italia all’alba di una nuova forma di fascismo fiscale.


Ebbene si, a forza di leggere tutti gli articoli contrari all’uscita dell’euro vi dico che mi avete convinto: non serve uscirne, bisogna rimanerci, diciamo che è il solo futuro possibile per l’Italia. Dunque, al fine di rendere comprensibile a tutti cosa possa comportare questa strategica decisione ho deciso di analizzare ed argomentare le conseguenze sul medio termine: almeno, tutti coloro che “mi hanno convinto” che l’euro sia l’unica possibilità di sopravvivenza per l’Italia sappiano cosa li aspetta (onestamente dovrei dire “hanno cercato di convincermi”…). Per cui, nel 2014, non voglio sentire lamentele, soprattutto dai pro-euro. Ci siamo capiti.

spremi limone

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UN’ESTATE FA…NON C’ERA CHE LUI


 

Parleremmo dunque del caso giudiziario più importante della Storia italiana?
Naaah…
Parliamo del tempo.
Ma non di quello meteorologico, quanto della sua dimensione cronologica.
Pensate, un anno fa, esattamente il 30 luglio 2012, quest’oggi, Monti e Merkel si incontravano per dirci che l’euro era bello e perfetto, e che si sarebbe fatto “tutto il possibile” per salvarlo. Riecheggiando la fresca dichiarazione di Draghi, che avrebbe persino causato una “euforia sui mercati” giudicata “eccessiva”.

A distanza di un anno, il “mitico” Bernd Lucke ci dice che “i paesi periferici riducano i salari del 30% o escano dall’euro”.
E aggiunge: “Questi paesi dovrebbero andarsene perché hanno dimostrato di non poter essere abbastanza competitivi – ha dichiarato Lucke in un intervento sull’emittente televisiva Cnbc, aggiungendo che se invece restassero nell’unione monetaria, dovrebbero subire una riduzione dei salari di circa il 30%, una condizione inaccettabile per gli operai. Dunque andarsene sarebbe il male minore.”

Interessante il commento dell’autore italiano dell’articolo linkato:
“Poniamo di voler seguire il consiglio dell’amico Teutonico; ho 2 possibilita’: Soluzione A) Svaluto i salari, tutti quanti del 30%. Tenete conto che il monte salari di una nazione pesa circa il 50% del PIL. Trascuriamo qualche fattore secondario, quale la proletarizzazione di diversi milioni di persone che passerebbero da essere classe media ad essere morti di fame. Immaginiamo anche che i lavoratori non oppongano resistenza (qualche dubbio ce l’ha anche Bernd Lunke). Che accade? Semplice: il PIL ben che vada fa -15% (anche considerando l’effetto positivo per l’export) e la nazione va in deflazione. Quindi? Per una nazione come l’Italia il Debito va nell’iperspazio e passa dal 130% al 160%. Sintetizzando ulteriormente: muoriamo schiacciati dai debiti, e come noi piu’ o meno tutta l’eurozona.

Soluzione B) Svaluto i salari, tutti quanti del 30%, riducendo la componente fiscale e contributiva. Sapendo che il monte salari di una nazione pesa circa il 50% del PIL, parliamo di finanziare il tutto con una manovra da 240 miliardi (in realta’ sarebbero meno, ma comunque sempre una cifra mostruosa). Che accade? Semplice: per quanto si taglino sprechi e privilegi, il Deficit Pubblico necessariamente andrebbe alle stelle, e con esso il Debito. La cosa mi ricorda il Portogallo, dove s’e’ applicato qualcosa del genere, ed il Debito Pubblico sale al ritromo del 15% all’anno. Quindi? ancora una volta muoriamo schiacciati dai debiti, e come noi piu’ o meno tutta l’eurozona. Dicesi matematica elementare. I benpensanti potrebbero dire: ma e’ esattamente quello che ha fatto la Germania con le riforme Hartz ed i Minijob. Vero. Ma e’ anche vero che la Germania c’ha messo svariati anni ad applicare tale politica, sforando per alcuni anni il famoso 3%, ed alle spalle aveva un Debito che non stava gia’ nell’iperspazio ed un sistema economico per definizione e struttura (grandi imprese) non inflattivo. Inoltre, se tutti facessero in simultanea tale politica, gli effetti non sarebbero cosi’ semplici: alla fine si avrebbe una rincorsa continentale, se non mondiale, a proletarizzare i lavoratori. In sintesi non funziona, ed il buon Bernd Lucke lo sa perfettamente.

Ovviamente la soluzione C), una politica espansiva tedesca, con rivalutazione dei salari ed avvio di meccanismi di trasferimento compensativi verso le nazioni deboli, manco e’ contemplata tanto da Bernd Lucke, tanto da Angela Merkel, che anzi la vedono con orrore: di ammettere l’errore di aver colorato di Blu la porzione loro spettante di condominio bianco, manco se ne parla. E comunque per i Tedeschi la “Morale” e’ un concetto che non prevede che il “Colpevole” sia Teutonico.”

E sull’euro-break aggiunge:
“Considerando una bella svalutazione del 15-25% delle varie monete verso l’Euro-Marco, diciamo che la Germania vedrebbe in un sol colpo: Conseguenza 1) Perdere un buon 7% del suo PIL (azzerando l’attivo della bilancia dei pagamenti, ora a +200 miliardi) Conseguenza 2) Perdere qualche centinaio di miliardi in investimenti all’estero, che verrebbero deprezzati (per esempio i titoli italiani ridenominati in lire perderebbero un 15-25% del loro valore in Euro-Marchi) impattando il sistema bancario teutonico, che alla fine verrebbero ripianati dai contribuenti tedeschi.

In sintesi, la Germania perderebbe il vantaggio competitivo acquistato dalle riforme sul lavoro, una bella fetta di PIL e vedrebbe il Debito Pubblico schizzare al 110-120%.

Badate bene che non considero affatto Bernd Lucke un fessacchiotto. Queste cose e le relative conseguenze, le conosce perfettamente. Ma e’ preferibile per Bernd Lucke uscire da un Europa non armonica (ai suoi occhi non sufficientemente Tedesca) e ripartire in una sana competizione, dove la Germania e’ padrona del proprio destino, e non destinata ad una Leadership solidale che semplicemente non vuole. L’alternativa e’ la proletarizzazione del resto d’Europa, che diventerebbe nel tempo cio’ che il Sud Italia e’ per il Nord Italia (una terra cui vendere merci e simultaneamente da sussidiare, in un meccanismo di conflitto crescente e di depressione e crisi economica dilagante).

Dal mio punto di vista il ragionamento e’ ineccepebile e straordinariamente lucido, a valevole ovviamente in senso contrario.”

Come cambiano i tempi!
Certo non abbiamo la velocità di autoconservazione necessaria, ma intanto Letta si azzarda persino a dire che sulla crisi della Grecia sono stati commessi grandi errori dall’UE (e sfido, lo ha già detto in lungo e largo persino il FMI!)…e assicura che la Grecia avrà l’Italia al suo fianco. Il che, detto a Samaras, per quello che riserva ai suoi connazionali, e in consonanza “euroconservatrice”, non pare molto rassicurante per i greci!
Ma in fondo, la conservazione del potere è una forte “cultura comune”…

Tanto, si sa, bisogna finire di adottare le “necessarie riforme” per la crescita “duratura”. Lo dice pure Jack Lew.
Ma a giorni alterni: ogni tanto dice pure di allentare l’austerity UE.
Non si capisce bene però se questo includa o meno il taglio dei salari del 30% (con tutti gli effettucci visti sopra): o ci dice chiaramente che non è una cosa corretta o stiamo ancora aspettando che ci chiarisca esattamente che cosa intendesse per “riforme strutturali”.
Mica è indifferente, dear Jack.
E a Obama che si ingegna con la nuova idea di “corporate tax”, “to boost US economy”, magari un’effettiva ripresa della domanda in UE non potrebbe dispiacere, dato che altrimenti i nuovi posti di lavoro rischiano di evaporare in qualche nuova crisi finanziaria..dietro l’angolo

 

da http://orizzonte48.blogspot.it/2013/07/unestate-fanon-cera-che-lui.html

Non staccate la spina


Non bisogna staccare la spina, dice Napolitano.

E considerando quello che ha fatto e che potrebbe fare questo governo, nello stato in cui il paese si trova,  la metafora dello staccare la spina non può non far venire in mente un malato terminale.

Tenetelo in vita, finché c’è vita c’è speranza. La logica sembra questa.

Ma anche, mal comune mezzo gaudio. Dato che oltre noi e la già disastrata Grecia, stanno sull’orlo del baratro Portogallo e Spagna. Quindi 130 milioni di cittadini coinvolti, chi più, chi meno.  Più i francesi, che iniziano ad accusare un certo disagio. E qualcosa dovrà pur accadere.

Scordiamoci che quel qualcosa parta dall’Italia.  Dalla Grecia e dal Portogallo nemmeno. Forse gli spagnoli? Allo stato attuale non sembra. L’unica speranza viene dalla Francia, da Marine Le Pen.

Ma dopo che ha dichiarato la sua posizione nettamente contraria all’impalcatura dell’Euro ( se vinco distruggo l’euro)  e di questa Unione Europea l’opera di demolizione ai suoi danni è partita con rinnovato vigore. Siccome ha paragonato le preghiere in strada dei musulmani all’occupazione durante la seconda guerra mondiale verrà processata per istigazione all’odio razziale.  Poi il solito fango, (sullo stipendio del compagno) che in italia ben conosciamo, lo stesso che da mesi viene buttato addosso a Grillo. A proposito, che fine hanno fatto i resort in costarica? o i guadagni milionari di casaleggio e grillo dal blog? … ovviamente scomparsi dalle cronache, in quanto senza fondamento, restano però lì a fare da sottofondo. Il solito meccanismo: butta merda addosso, con tutti gli sforzi che il malcapitato potrà fare per pulirsi, qualcuno che continuerà a sentirne la puzza ci sarà sempre.

Comunque, che qualcosa possa accadere c’è chi lo teme, c’è chi lo spera. Lo teme ogni appartenente alla tribù variegata degli attovagliati permanenti della politica e dintorni. (esempio ieri sera a roma), e tutti quelli per cui la crisi è solo un’erosione dei margini, più o meno lontani, della loro bolla di sicurezza sociale.

Lo spera chi ha visto in questi anni ridurre la bolla ai minimi termini. Che qualcosa cambi, qualsiasi cosa. Perché qualsiasi cosa è meglio di quello che c’è. E in genere, a guardare la storia, quando milioni di persone hanno questo stato d’animo, quello che succede spesso non è proprio quello che ti saresti auspicato. Il voto, lo strumento principe delle democrazie, funziona poco, quando la cupola il controllo dei media e dei meccanismi di governo è totale.

La possibilità di cambiamento è affidata ad altri tipi di strade.

Nessuna rivoluzione, per carità. Gli italiani (come popolo dico, non qualche italiano atipico) non le fanno, le rivoluzioni, se proprio non ce li tiri dentro per i capelli. Qualcosa tipo quello che accadde l’8 settembre del 43 dove dovevi solo scegliere da che parte stare, con uguali prospettive di essere ammazzato. Quando per molti andare in montagna fu uno scappare dalla guerra, o dai campi di concentramento tedeschi dove si moriva. E dopodiché una pura questione di sopravvivenza.

Ora l’alternativa che si pone alla rivolta senza molte speranze è andarsene da questo paese. E francamente, fra la prospettiva di essere sparato o di finire in galera per qualche anno per un gesto inutile quale può essere dar fuoco a un cassonetto o aver tirato un sasso verso un blindato della polizia o andarsene a cercare fortuna all’estero, voi che scegliereste? Razionalmente, dico.

Nella mancanza di una speranza di soluzione collettiva, si cercano soluzioni individuali.

Già siamo un paese di vecchi. I pochi giovani guardano fuori dai confini di questo paese. Dove c’è qualche possibilità di una vita normale. Chi la fa la rivoluzione? quella per strada dico, non con i proclami su facebook.

Anche perché, a noi in Italia potrà anche sembrarci incredibile, ma se vai in germania, un lavoro da lavapiatti, da muratore, e magari anche qualcosa di più, lo trovi. E ancora più incredibile, con un lavoro ci vivi pure. Ci paghi un affitto, ci fai la spesa, ci paghi le bollette. Come qui una volta.

Da facebook

Da facebook http://www.facebook.com/photo.php?fbid=10153053629755523&set=a.10152088133680523.907551.103897510522&type=1&theater

Ma di storie simili credo che ognuno di noi ne ha sentite o vissute anche molto da vicino.  Ma può essere questa la soluzione del problema Italia?

Forse sì, in parte. Ma appunto, non è solo italiano il problema. Lo squilibrio monetario nell’Unione Europea, può essere compensato solo dallo spostarsi in massa della forza lavoro?

Quanta forza lavoro sono in grado di assorbire la Germania, l’Austria, l’Olanda, in una situazione di crollo della domanda nel resto del mercato europeo e di un rallentamento generale dell’economia nel resto del mondo?

L’emigrazione forzata funziona come agente equilibratore quando la zona in crisi è limitata e nel resto del mondo l’economia funziona. Ma non è questo il caso.

Leggevo giorni fa questo articolo sul blog di Uriel Fanelli, che ha il pregio di riuscire a guardare le cose spesso da angolature impensate.

…la risposta a “quanto puo’ vegetare ancora il governo italiano SENZA tagliare spesa ed inefficienze, ma solo aumentando la pressione fiscale sulle rendite e sui capitali?” e’ terrificante: 15-20 ANNI!

Prima di 15-20 anni, non si arrivera’ MAI alla situazione in cui il governo italiano non possa trovare soldi attraverso nuove tasse: i patrimoni sono ancora intoccati dal fisco,  o quasi. Non ci sara’, quindi, l’apocalisse, ma una lunga serie di tasse, visibili ed invisibili, sul patrimonio.

Per Uriel andiamo incontro non tanto ad una catastrofe, bensì ad un lento declino: non vi aspetta una fine orribile, ma un orrore senza fine.

Verso l’autunno incontrerete uno scalino ,il solito aumento dello spread o qualche altra crisi finanziaria/immobiliare, ma questo non significa che sia “LA” botta. E’ una delle botte di una scala che ha MOLTI gradini, da urtare al ritmo di uno-due l’anno, per i prossimi 15-20 anni.
 
Come se non bastasse, le famiglie italiane si stanno mettendo a fare sacrifici mostruosi per risparmiare di nuovo: un istinto millenario di mettere da parte qualcosa se il futuro e’ incerto. Questo, pero’, aumenta la quantita’ di capitali tassabili, e quindi prolunga l’agonia.
 

Grillo non si capacita di come il governo ed i partiti pensino di andare avanti in questo modo, ma non sa – e non ha idea – delle stime di ricchezza patrimoniale del paese. Sono 6000 miliardi di patrimoni, abbastanza per vivere cosi’ ancora per 15/20 anni. Grillo non lo sa, ma i partiti lo sanno. Lo sa Napolitano.

Certo se la crisi italiana fosse solo italiana, questa miserevole prospettiva sarebbe l’ipotesi scenario più credibile. Le fasce più vitali della popolazione emigrano. Facendolo lasciano qualche possibilità in più a quelle che restano. Chi possiede patrimoni (non parlo di rendite milionarie, parlo di qualche casa e terreni, aziende, capannoni, insomma quelli che una volta erano considerati benestanti, gente con appartamento di proprietà, la casa al mare, la casa che era dei nonni al paese, qualche soldi in banca) viene spolpato a poco a poco. E il paese sopravvive, ridimensionato da potenza industriale a paese di servizi e offerta turistica per i nuovi ricchi del mondo.

Ma non essendo la crisi italiana solo italiana, non credo che le cose andranno in questo modo.  Qualcosa altrove si muoverà e noi con l’opportunismo che ci ha sempre contraddistinto come paese, ci sposteremo dove farà comodo.

Non abbiamo sovranità. E nemmeno la maggioranza degli italiani anela ad averla. Franza o spagna purché se magna è il motto che andrebbe scritto sulla nostra bandiera. Aspettiamo. Le elezioni tedesche. Quelle francesi. Qualcosa. Poi vedremo da che parte buttarci.

La gente prima nega una cosa, poi la svilisce, poi decide che la si sapeva già da tempo“. Quando qualcosa accadrà, l’italia, i giornali, i talk show, i partiti, saranno pieni di quelli che lo avevano detto. Che si vedeva da subito. Accodati a qualcun altro.

Io mi sono addirittura accodato a Marine Le Pen.

Come spesso è accaduto nella nostra storia, dovremo aspettare di essere liberati. Poi pagheremo – a lungo –  i liberatori per il disturbo.

Confusione…


A me non sembra di essere confuso. Anzi, mi pare di essere sempre rimasto coerente. Non ingabbiato, che è diverso. Coerente con delle idee, e non con una ideologia.

Ultimamente leggevo un sondaggio, che non riesco a ritrovare, nel quale si evidenziava che in italia la maggioranza degli elettori del pdl e satelliti, nonché la maggioranza degli elettori del m5s, sono contrari all’unione europea. Per contro, la maggioranza degli elettori del pd e quelli di scelta civica sono favorevoli.

Questo non mi meraviglia per niente. Il sogno europoide con monti-bersani è stato interrotto dal successo elettorale del m5s e con vari mal di pancia napolitano ha messo in piedi la compagine delle larghe fuffe.

Insomma sempre più spesso mi trovo ad essere d’accordo con le idee che vengono espresse in quell’area che si considera “la destra”. Per contro mi sento lontanissimo da questa sedicente sinistra. Anche sui temi dei cosiddetti diritti civili non riesco a fare a meno di sentire le loro questioni come insostanziali.

Mi buttano fumo negli occhi con la questione del diritto dei gay a sposarsi. A me francamente non me ne frega niente. Prima viene la battaglia per il diritto ad un lavoro dignitoso che ti dia da vivere, per il diritto alla casa, alla scuola, alla sanità pubblica. Chi si preoccupa di cose insostanziali è perché evidentemente questi diritti li da per scontati. Ma oggi sono milioni le persone in questo paese per cui non è così.

Non ho nulla contro i gay. Penso che ognuno sia libero di vivere la propria sessualità e/o affettività come preferisce o come è nella sua natura. Non sono credente, quindi non mi interessa dell’istituto sacro del matrimonio. Sotto il profilo giuridico penso che lo stesso istituto non dovrebbe far differenza in base al sesso dei contraenti. Anzi, dirò di più, anche il numero degli stessi per quanto mi riguarda potrebbe essere superiore a due.

Ma per me, in un momento storico come questo, con una crisi economica che ha risvolti epocali, parlare in pratica quasi solo di questo vuol dire che mi stai prendendo per il culo e mi viene voglia di prenderti a calci nei denti.

Ho fatto l’esempio del matrimonio gay, ma potevo anche parlare del “femminicidio”, un odioso neologismo che ha riempito le pagine dei media in queste ultime settimane.

E così via.

Insomma questa sinistra mi fa vomitare.

Problemi di coscienza per questo? No, nessuno.

Peraltro quando sento parlare alcuni esponenti della “destra” mi fanno talmente schifo pure loro che è evidente che con questa gente non vorrei dividere nemmeno l’ultimo tozzo di pane prima di morire. Sono pura feccia.  Avete presente quelle belle scarpe con il carroarmato sotto in vibram, quando sei per strada e prima di entrare in macchina devi togliere con mezzi di fortuna la merda di cane che hai pestato?

Provate ad immaginare. Chiudete gli occhi, concentratevi, fino a sentirne la puzza.

Ecco, pensare a certi di loro, mi fa la stessa sensazione.

Non li nomino perché hai visto mai che mi leggano e mi querelino? Tanto hanno soldi e amici avvocati e certo non hanno problemi a farlo. E poi che faccio? Io non ho soldi e non ho amici avvocati. Gli sparo e mi faccio mettere dentro? No, chi se ne frega. Non li nomino. Tanto lo capite benissimo a chi potrei riferirmi.

Va beh. Ma insomma destra e sinistra come concetti mi hanno rotto le palle. Mi interessano le idee.

Prendiamo ad esempio questo articolo di Ambrose Evans-Pritchard  del Telegraph su Marine Le Pen.

 

Marine Le Pen ha annunciato una crociata: Il leader del Fronte Nazionale francese giura che distruggerà l’ordine europeo esistente e che spingerà per una spaccatura dell’unione monetaria, se vincerà alle prossime elezioni.

Marine Le Pen ha detto che il suo primo ordine del giorno, appena metterà piede all’Eliseo sarà quello di indire un referendum sull’adesione all’UE, da tenersi entro un anno.
“Negozierò sui punti in cui non ci possono essere compromessi. Se il risultato sarà inadeguato, chiederò di uscire dall’euro”.

Dunque Marine Le Pen mette al centro delal sua azione politica il problema dell’UE e l’eventuale uscita dall’euro. Idee chiarissime e nette su quello che *il* problema principale in Francia (e in Europa) in questo momento. La penso esattamente come lei. Il Fronte Nazionale ha nomina di essere fascista, razzista. Questo mi crea qualche problema. Però sulla questione europea anche economisti, giuristi e politici di sinistra (pochi) la pensano così, quindi non mi preoccupo molto.

Non è più una prospettiva improbabile. “Non possiamo essere sedotti,” ha detto fiduciosa dopo che il suo partito ha conseguito il 46% dei voti provocando un terremoto elettorale alle elezioni di una settimana fa, dove il suo candidato ha sconfitto i Socialisti che erano al governo nel suo bastione di Villeneuve-sur-Lot. “L’euro cesserà di esistere nel momento in cui la Francia ne uscirà, è questa la nostra incredibile forza. Che ci potranno fare, manderanno i carrarmati?” ha detto al Daily Telegraph, nella sede del Fronte Nazionale, un edificio anonimo nascosto nel sobborgo parigino di Nanterre. Il suo ufficio è piccolo e ordinario, quasi austero. “L’Europa è solo un grande bluff. Da una parte c’è l’immenso potere dei popoli sovrani, e dall’altra solo pochi tecnocrati,” Per la prima volta, il Fronte Nazionale ha raggiunto il rango per poter parlare alla pari con i due partiti che sono stati al governo in Francia nel dopoguerra, Socialisti e Gaullisti. Tutti hanno pressappoco il 21% nei sondaggi nazionali, ma solo il Fronte ha il vento in poppa.

Idee chiare, decise. “L’euro cesserà di esistere nel momento in cui la Francia ne uscirà, è questa la nostra incredibile forza. Che ci potranno fare, manderanno i carrarmati?”  Certo non è il momento per i giri di parole. La gente vuole sentire discorsi chiari. Lo ha dimostrato anche in Italia quando ha votato il m5s, sull’onda di una campagna elettorale spinta con discorsi semplici ma efficaci. E lo ha dimostrato abbandonando lo stesso m5s quando si è arroccato nei bizantinismi di una politica sterile, arida, asfittica.

Infatti c’è un dettaglio nel voto di Villeneuve che ha sconvolto la classe politica. Il Fronte ha preso più voti nei seggi tradizionalmente socialisti, e questo è un segnale che la destra può uscire dal suo enclave per diventare il movimento di massa della classe operaia bianca. I commentatori hanno cominciato a parlare di “Left-LePenism”, per il suo modo di superare a sinistra i socialisti, attaccando le banche e il capitalismo transnazionale. Anna Rosso-Roig, candidata per il partito comunista alle elezioni del 2012, è appena passata tra le file di Le Pen. I socialisti avevano pensato che l’astro nascente di Marine Le Pen li avrebbe agevolati, dividendo la destra. Ora hanno visto la minaccia mortale. La scorsa settimana il Ministro dell’Industria Arnaud Montebourg si è scagliato contro Bruxelles perché continuando a calpestare le democrazie e spingendo sull’austerità ad oltranza, farebbe il gioco del Fronte Nazionale.

Il Fronte ha preso voti nei seggi socialisti. Ah bene. Allora sono in buona compagnia, nella mia “confusione”. “Superare a sinistra i partiti socialisti.” Eh già. O sono i partiti socialisti che non stanno più a sinistra?  “attaccando le banche e il capitalismo transnazionale”

I quattro aspetti più problematici sono la moneta, il controllo delle frontiere, il primato del diritto francese, e quello che lei chiama il “patriottismo economico”, intendendo cioè la capacità che deve mantenere la Francia nel perseguire un “protezionismo intelligente” e per salvaguardare il modello sociale. “Non riesco a immaginare nessuna politica economica che non abbia il pieno controllo del proprio denaro”, ha detto Le Pen. Alla domanda se avesse intenzione di ritirare immediatamente la Francia dall’euro, ha risposto: “Si, perché l’ euro blocca tutte le decisioni economiche e la Francia non è un paese che può accettare la tutela di Bruxelles.”.
Si comincerà a preparare un progetto per la reintroduzione del franco e i leader dell’Eurozona dovranno fare una scelta difficile: o lavorare con la Francia per una “uscita concertata” o accettare la disintegrazione dell’ EMU e attendere il loro destino.

Cosa abbiamo qui. Abbiamo il “nazionalismo”. A sinistra siamo stati allevati a vedere il nazionalismo come il fumo negli occhi. Siamo stati cresciuti a pane e internazionalismo. Ma adesso che ci ritroviamo un nemico globalizzato, la grande finanza, le imprese sovranazionali, il nazionalismo diventa l’unica forma di difesa possibile per il popolo, che altrimenti è totalmente esautorato nelle sue forme di autotutela democratiche.

Il burocrate politico o tecnico che viene da un paesetto della germania o piuttosto olandese o finlandese, guarda i numeri nei suoi bilanci, e se quelli quadrano il suo discorso è apposto. Se quei numeri diventano disagio in un paese del molise o del lazio o della sardegna, che gliene potrà mai fregare? Non risponde a nessun elettore, e se risponde non sono quelli, i suoi elettori.

Nel distacco del potere da chi in una democrazia dovrebbe generarlo, il popolo, sta il dramma dei nostri tempi.

La signora Le Pen teme che altri Stati membri dell’UEM resisteranno ancora fino a che l’ “Armaggedon finanziario” faccia tutto il suo corso, ma è un rischio che si deve prendere.

Il suo piano è basato su uno studio degli economisti dell’Ecole des Hautes Etudes di Parigi condotto dal Professor Jacques Sapir, che dichiara che la Francia, l’Italia e la Spagna potrebbero tutti trarre grandi vantaggi dalla loro uscita dall’euro, recuperando immediatamente la competitività del lavoro, senza dover vivere anni di depressione.

Si afferma che gli squilibri Nord-Sud della zona euro siano già andati oltre il punto di non ritorno. I tentativi di invertire il trend della deflazione e dei tagli ai salari possono portare solo alla disoccupazione di massa e alla scomparsa del cuore industriale dei paesi. L’attuale strategia di svalutazione interna è, in ogni caso, controproducente dal momento che la recessione fa salire più velocemente il rapporto percentuale del debito pubblico.

Il Prof. Sapir ha detto che i guadagni potranno aumentare se si coordinerà un processo di rottura controllando i capitali, con interventi della banca centrale fatti per orientare il posizionamento delle nuove divise. Il modello presentato indica che il D-Mark e il Fiorino dovrebbero essere rivalutati del 15% verso il vecchio euro, mentre il franco dovrebbe svalutare del 20%.

I guadagni sarebbero molto inferiori se l’UEM collassasse in acrimonia e le valute impazzissero infliggendo una violenta scossa deflazionistica alla Germania, ma provocando forti effetti positivi per tutto il blocco latino.

“Un sacco di politici sono venuti da me, sia gaullisti che socialisti, sono tutti d’accordo, ma non vogliono uscire pubblicamente, vogliono che qualcun altro prenda l’iniziativa. Se Marine Le Pen vuole usare il mio lavoro, io non ho nessun problema”, ha detto il Prof. Sapir.

Chi legge questo blocco conosce Sapir. Il quale grazie al lavoro di Bagnai è conosciuto anche in Italia. E’ uno dei firmatari del manifesto di solidarietà europea.   Di nuovo, considero che un politico che pone al centro della sua azione quello che è il centro della questione, fa un discorso onesto e serio. Esattamente quello che non ha fatto Grillo quando gira attorno da mesi al problema dell’euro, mantenendo una politica economica ondivaga e contraddittoria, casuale e fiacca. Con la conseguenza, sul piano dei consensi, che possiamo vedere e soprattutto toccare con mano.

Marine Le Pen è una madre single di 44 anni, molto serena sui diritti dei gay e sull’aborto, più vicina, in qualche modo, al Leader olandese populista, assassinato, Pim Fortuyn che al suo irascibile padre, Jean-Marie Le Pen, che si è dimesso da leader del partito due anni fa. Le Pen, a sua volta deplora il modernismo eclettico della figlia definendolo come una serie di punti di vista “piccolo borghesi” raccolti nelle scuole di Parigi. La Le Pen ha fatto una pacata purga del Fronte, spingendo ai margini i più noti antisemiti e la nostalgia per Vichy. Mentre il padre chiamava l’Olocausto un “dettaglio storico”, lei, invece, lo definisce come l’ “apice della barbarie umana” e corteggia il favore degli ebrei, sparando contro gli jihadisti. “I partiti politici sono come le persone. C’è l’adolescenza, quando si fanno cose folli, e poi la maturità. Ora noi siamo pronti per il potere” ha detto. Questa campagna di “de-diabolizzazione” o di “disintossicazione dell’immagine” sembra aver funzionato. Solo una minoranza degli elettori pensa ancora che il fronte sia una “minaccia per la democrazia”. La signora Le Pen sta raccoglendo voti a frotte tra le donne bianche della classe operaia. Il Fronte non è più il partito del maschio bianco arrabbiato. Per lei la definizione più tenera è quella del Ministro delle Finanze Pierre Moscovici che la descrive come “più pericolosa di suo padre”.

E’ la sua difesa del modello sociale francese e la sua critica del capitalismo, che le dà un tocco di sinistra -qualcuno lo ha chiamato il socialismo nazionale del 1930 – come l’ UKIP (partito politico euroscettico e conservatore) della Gran Bretagna.

Parla come gli attivisti di Occupy nei suoi attacchi contro l’alta finanza e contro il modo in cui le aziende che aumentano i loro profitti con il costo del lavoro, facendo diminuire i salari in Occidente per contrastare la manodopera a basso costo in Asia. “E’ la legge della giungla”, ha detto Marine Le Pen. Lei non fa come l’UKIP, che spara bordate contro Washington e contro la Nato, ma vuole che la Francia riprenda il suo posto come paese “non allineato” in un mondo multipolare. E’ un patriottismo anti-atlantista. Sostiene di essere il vero erede del generale Charles de Gaulle, e accusa il partito gaullista UMP di essersi venduto l’anima per l’Europa e per l’ordine anglosassone. “C’è stato un de Gaulle di sinistra, e un de Gaulle di destra. C’erano due de Gaulle e noi li rappresentiamo entrambi”.

La signora Le Pen ha detto anche che i socialisti si stanno disgregando, vittime della propria sottomissione alle dottrine economiche dell’Unione europea, mentre continuano ad attaccare Angela Merkel, manifestando una sindrome da dipendenza. “Si lamentano per la Merkel e per il suo malvagio modo di imporre le punizioni, ma la Merkel sta solo difendendo gli interessi della Germania, che non sono la stessa cosa dei nostri.” Ha detto che la crisi l’UEM è strutturale. Nord e Sud hanno bisogno di diversi tassi di cambio. “Il D-Mark varrebbe molto di più, se non fosse per l’euro, e questo significa che la Germania ha una moneta cronicamente sottovalutata.

L’euro è troppo forte per la Francia, e si sta mangiando tutta la nostra competitività”.

E ‘difficile sapere se i francesi voteranno mai in massa contro l’Europa in uno scontro a tutto campo, ci sarà però da vedere dove arriverà il messianismo di questa nuova Giovanna d’Arco . Comunque più tempo durerà questa crisi, maggiore sarà il rischio per Bruxelles e per Berlino, che scatterà la pazienza francese, scatenando una di quelle eruzioni che hanno costellato la storia francese attraverso i secoli.

Un recente sondaggio della Pew Foundation dice che l’appoggio dei francesi al Progetto UE è crollato dal 60% al 40% nel corso dell’ultimo anno, e il 77% pensa che l’integrazione economica sia stata dannosa. Il Presidente Francois Hollande dice che la crisi dell’Euro è “finita” e che siamo quasi “fuori dal tunnel”, anche se non è chiaro quale cosa riuscirà a rompere il circolo vizioso, se il PIL della Francia si contrarrà dell’ 1.8% quest’anno e se si stanno facendo i tagli più pesanti dell’ultimo mezzo secolo. La politica monetaria resta in contrazione per la maggior parte dell’Europa latina.

“Se il governo cercasse davvero di portare il disavanzo al 3% del PIL, l’economia si contrarrà di nuovo il prossimo anno dallo 0.5% allo 0.8%” ha detto il prof Sapir. “La disoccupazione continuerà a crescere di 30.000 a 40.000 unità ogni mese e ci saranno altre 600.000 persone senza lavoro entro la fine del 2014.” La Francia subì la stessa lenta tortura nel 1930, poco prima della sospensione del Gold Standard, quando stoicamente furono accettati i “500 decreti della deflazione” del premier Pierre Laval. La diga crollò poi nel 1936 dopo l’elezione degli outsider del Fronte della sinistra Populaire che vinsero le elezioni con l’appoggio comunista.

L’emergere di Marine Le Pen, come candidata ad orientare il potere centrale in Europa potrebbe rivelarsi la scarica elettrica necessaria per spingere ad un cambiamento radicale nella strategia di gestione della crisi dell’UEM, o almeno per il Partito socialista francese che si decida a rompere l’asse con la Germania e a lottare per un programma di rilancio completo, se non altro per evitare la propria rovina.

“Ci siamo piegati ad uno spirito di schiavitù in Francia. Abbiamo dimenticato come si governa, e la nostra voce non si sente più,” ha detto Marine Le Pen. Adesso si sentirà di più.

 

Ahimè. L’unica cosa disdicevole che trovo in queste frasi è che Marine le Pen stia in Francia e non in Italia.  Anche Nigel Farrage nel regno unito trovo che abbia una visione della realtà molto appropriata. Quindi, dopo una vita in cui mi sono considerato di sinistra, devo per forza di cose oggettivamente collocarmi a destra?

La cosa è curiosa. Viso che siamo in tema di francesi e si parla di destra e sinistra… molti anni fa vidi un film che mi colpì molto: “il giorno dello sciacallo”. Tratto dal un libro di F. Forsyth narra del tentativo di un killer di uccidere De Gaulle. Quello che mi piaceva in quel film era la meticolosità e l’astuzia del piano dello Sciacallo, che era interpretato da Yves Montand.  E mi piaceva l’idea che il male fosse lì, a portata di mirino di fucile, facile da eliminare se sei astuto.

Non era proprio così. Il male è come quelle sagome di cartone che ne tiri giù una e ne viene fuori un’altra. Fino a che un giorno non ti guardi allo specchio e ti vedi anche tu sagoma di cartone. Ma questo è un altro discorso.

Yves Montand, cantante e attore, faceva molti film impegnati politicamente. Era un po’ un’icona della sinistra.

Qualche anno dopo lessi una sua intervista in cui ad un certo punto diceva: “non essere di sinistra a vent’anni vuol dire essere senza cuore. esserlo a quaranta vuol dire essere senza cervello”.  Fu una delusione. Un altro confuso, ante litteram.

E così, in omaggio alla confusione, alla sinistra quella vera, a quelli che per il proprio paese, magari costretti dagli eventi, hanno dato la vita, cosa c’è di meglio di Yves Montand che canta “bella ciao”?

Ma scherzo, quando dico che sono confuso. Non lo sono per niente. E non mi sento contraddizione con gli ideali di giustizia e di onestà in cui ho sempre creduto. Solo che non si trovano dietro i veli dell’ideologia.

 

Il disastro dell’euro


Una sintesi discorsiva, chiara e fluida, sul disastro annunciato dell’euro.

Alberto Bagnai dal suo blog

 

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Postfazione a Europa Kaputt di A.M. Rinaldi

(vi anticipo la postfazione al testo di A.M. Rinaldi, uno studioso che avete imparato a conoscere qui e soprattutto qui)

Accolgo con piacere l’invito dell’amico e collega Antonio Rinaldi a tirare le fila del discorso. Compito non semplice, data la complessità e la varietà dei temi sollevati dal suo testo, che, pur essendo agile, affronta comunque il tema della crisi sotto una varietà di sfaccettature, tutte ugualmente rilevanti: l’aspetto tecnico-economico, quello storico, quello politico, quello sociologico.
Nel farlo porterò all’attenzione del lettore gli aspetti che ho trovato più significativi nel mio percorso di lettura, necessariamente individuale e soggettivo. Sarebbe molto difficile immaginare due studiosi dal percorso tanto diverso quanto il mio e quello di Antonio: lui proveniente, dopo una solida formazione, da un percorso di responsabilità ai vertici di importanti aziende, dove ha svolto un’attività operativa che l’ha avvicinato a quella classe dirigente italiana che dipinge in modo piuttosto disincantato (e dobbiamo pensare che lo faccia a ragion veduta); io, invece, proveniente da un percorso di ricerca accademica, totale outsider, distante dai palazzi del potere e dalle dinamiche politiche italiane, interessato per anni allo studio delle economie emergenti.
Eppure, due persone così diverse si sono trovate in prima fila sui media italiani nel dibattito sulla crisi, perché accomunate da due motivazioni profonde: il rispetto verso gli insegnamenti dei nostri maestri (Paolo Savona nel suo caso, Francesco Carlucci nel mio), fra i pochi economisti italiani ad aver osato esprimere tempestive posizioni di critica verso la follia dell’euro; e la preoccupazione verso i nostri figli, ai quali avremmo voluto, per usare le belle parole di Antonio, “riconsegnare il nostro paese come lo abbiamo ricevuto”. Ma da tecnici, entrambi, con grande amarezza, sappiamo già che questo non sarà possibile, quale che sia lo scenario che si venga a materializzare: il piano A, B o D, per usare l’efficace categorizzazione proposta da Antonio. I danni sono fatti, e trascendono ormai ampiamente la dimensione economica.
È ormai lo stesso processo di integrazione culturale, sociale e politica europea a conoscere una grave e forse irreversibile battuta di arresto, le cui cause erano ampiamente note agli economisti: già Nicholas Kaldor nel 1971, e poi Dominick Salvatore nel 1997, con tanti altri ricordati nel testo, avevano denunciato il fatto che far precedere all’unione politica l’unione monetaria avrebbe compromesso la prima, senza assicurare il successo della seconda. I motivi sono ormai chiari a tutti e ben riassunti da Antonio nel terzo capitolo di questo libro (L’Euro non è una moneta): la mancanza di un prestatore di ultima istanza credibile, cioè sorretto da un’unitaria volontà politica, per i governi dell’Eurozona, trasforma anche attività normalmente prive di rischio, come i titoli del debito pubblico, in attività soggette al rischio paese, alimentando lo spread, quel fenomeno perverso in virtù del quale in caso di crisi il denaro costa di più dove più sarebbe necessario per rilanciare l’economia.
È difficile trasmettere ai “laici” (cioè ai non economisti) l’assoluta e totale prevedibilità di questi esiti perversi, che la letteratura economica aveva non solo analizzato in termini teorici da tempo, ma anche descritto in termini empirici, avendoli riscontrati nelle tante crisi finanziarie che hanno flagellato i paesi emergenti negli ultimi trent’anni. Ma appunto, ricorda molto opportunamente Rinaldi nello stesso capitolo, il nodo sta qui: l’adesione all’euro ha di fatto comportato la conversione dei debiti pubblici dei paesi membri in una valuta estera. A titolo di esempio, per il Portogallo, oggi, indebitarsi in euro è come per l’Argentina negli anni ’90 indebitarsi in dollari: in entrambi i casi, il governo non ha il controllo della valuta nella quale è definito il suo debito, e per questo elementare fatto si trova in balìa dei mercati.
È proprio questo fatto ovvio, banale, che disvela la natura ideologica di una scelta politica e le ragioni economiche del suo fallimento. Il progetto “eurista”, unanimemente rivendicato o biasimato come tappa di un percorso “europeo”, in realtà è, dal punto di vista ideologico, l’espressione del più retrivo liberismo di stampo statunitense, della più ottusa e integralistica fiducia nell’onnipotenza dei mercati, quella che s’identifica nella scuola di Chicago e nel Washington Consensus. L’euro è quindi il segno tangibile della colonizzazione culturale del continente europeo da parte di precetti di origine americana, fieramente discussi ormai nel mondo intero, a partire dai pragmatici Stati Uniti, sempre disposti a rimettere in discussione un modello qualora non funzioni. Disponibilità assente a Bruxelles e all’Eurotower.
In effetti, con l’euro si è accettato di mettere i paesi in mano ai mercati sulla base del presupposto che i mercati, cioè il settore privato, fossero efficienti e infallibili, e che di converso il settore pubblico andasse comunque compresso perché inefficiente. L’euro era uno snodo essenziale di questo progetto mercatista per due ovvi motivi.
Il primo lo abbiamo già detto, ed era di natura essenzialmente politica: perché metteva gli Stati in mano ai mercati, con l’idea che la perdita di sovranità democratica che ciò comportava sarebbe stata compensata da guadagni di efficienza, visto che il mercato avrebbe effettuato un indiretto ma penetrante scrutinio dell’efficienza dell’azione pubblica. In Italia la pillola amara della perdita di sovranità è stata fatta ingoiare anche diffondendo sistematicamente, in un popolo già morbosamente propenso all’esterofilia e all’autodenigrazione, l’idea che gli italiani fossero comunque incapaci di governarsi da soli, e che i nostri governi corrotti, clientelari, incapaci, necessitassero delle briglie del vincolo esterno e delle regole europee. Un’idea alla base del rifiuto da parte di Guido Carli della clausola di opting-out, come ricorda Antonio nel primo capitolo. Uno sguardo alla realtà europea ci rivela però che corruzione, nepotismo, incapacità, sono un male più comune di quanto non si creda, il che, pur non essendo motivo di vanto, rende ingiustificata la percezione negativa che il popolo italiano ha di sé. Percezione, duole dirlo, alimentata sistematicamente dai messaggi di biasimo che la classe politica e i mezzi d’informazione non ci lesinano, dipingendoci sistematicamente come un popolo di lazzaroni corrotti, e mostrando già solo per questo motivo quanto distorta sia la loro concezione dell’interesse e della dignità nazionale. È un grande pregio del libro di Antonio il rivendicare con orgoglio la dignità dell’essere italiani, il difendere l’onorabilità di un popolo che ha saputo risollevarsi dopo tragedie immani e che anche nelle attuali condizioni mostra di avere una stupefacente riserva di energie e capacità di sacrificio.
Il secondo motivo è più sottile. Qual era il razionale economico dell’euro? Certo non la promozione del commercio! Gli stessi studi della commissione (ad esempio il celeberrimo One market, one money) avevano chiarito con dovizia di dettagli che l’impatto della moneta unica sul commercio sarebbe stato minimo: un dato confermato retrospettivamente da Volker Nitsch, e spiegabile con l’ovvio motivo che dopo decenni di cambio fluttuante i mercati valutari fornivano (e tuttora forniscono) efficientissimi strumenti di copertura contro le oscillazioni dei corsi a breve (quelle alle quali sono esposte le transazioni commerciali). L’euro serviva quindi a favorire la circolazione dei capitali, abolendo definitivamente il rischio di cambio su contratti a medio/lungo termine (come sono quelli di credito/debito).
Intendiamoci: questa evoluzione (la facilitazione dei movimenti di capitale) non sarebbe stata necessariamente negativa, ma lo diventava nel momento in cui si ignoravano due dati di fatto: i grandi divari di sviluppo fra i paesi dell’Eurozona, e l’assenza di controlli penetranti sui mercati.
Quando il Portogallo e la Grecia sono entrati nell’Eurozona, il reddito medio dei loro cittadini equivaleva a quello tedesco all’inizio degli anni ’80. I paesi periferici erano di vent’anni indietro rispetto all’economia leader, ed era chiaro che per creare un’area effettivamente integrata avrebbero dovuto correre di più. Un processo, quello di “recupero” (catch-up), fisiologico e previsto dalla teoria economica, che l’afflusso di capitali avrebbe dovuto facilitare. Il punto è che, così come quando si corre è normale sudare, quando si cresce di più è normale che vi sia un po’ più di inflazione. Se non si permette al tasso di cambio di compensare, cedendo fisiologicamente, questo fenomeno, il paese ingaggiato in un processo di recupero perde competitività. Succede così che i capitali che all’inizio affluiscono per finanziare lo sviluppo, alla fine affluiscano per finanziare i consumi, visto che i prodotti locali, per via della maggiore inflazione, sono diventati meno convenienti. Un fenomeno che era stato evidenziato fin dal 1957 dal premio Nobel James Meade.
A questo punto la mobilità dei capitali diventa una droga. Le economie periferiche continuano a recuperare terreno, e il tenore di vita dei cittadini ad aumentare, solo nella misura in cui il centro li finanzi. Chi eroga il prestito sa che sta finanziando consumi anziché sviluppo, ma in assenza di controlli sta bene così a tutti, nella speranza che il cerino acceso rimanga in mano a un altro.
Ma non può durare per sempre. Quando i crediti diventano inesigibili, e scoppia la crisi finanziaria, il meccanismo dello spread mette rapidamente in ginocchio le economie dei paesi più deboli, distruggendo la redditività delle imprese e rendendole facile preda di investitori esteri desiderosi di acquisire marchi e know-how di prestigio, ambiti sui mercati emergenti, come quelli espressi da molte piccole e medie imprese italiane. Paradossalmente, il disporre di una valuta troppo forte espone il paese alla svendita dei propri gioielli di famiglia. Una svendita che Antonio denuncia con forza, individuandone correttamente l’origine nel fallimento di mercati finanziari privati che mai hanno rinunciato a elargire cospicui benefit ai manager che prestavano largamente, senza discernimento. Le stesse istituzioni private e gli stessi manager che ora vengono salvati dalle tasche del contribuente, o convertendo i loro debiti privati in debito pubblico.
La svendita quindi altro non è che il portato di una mobilità dei capitali incontrollata, o meglio controllata a senso unico, perché, come ricorda Antonio in questo e nel suo precedente testo (Il fallimento dell’euro?), nell’Europa dei figli e dei figliastri i tentativi del capitale italiano di acquisire aziende estere sono stati sempre prontamente ostacolati da una rete di protezione degli altrui interessi nazionali.
È ormai diffusa, e sarà presto patrimonio condiviso, la percezione che questa svendita delle nostre aziende costituisca un grave pericolo per la nostra sopravvivenza, semplicemente perché, se e quando l’economia italiana dovesse ripartire, buona parte dei redditi prodotti in Italia verrebbero rimpatriati all’estero (come profitti di aziende di proprietà estera) e quindi goduti non dai cittadini italiani, ma da quelli dei paesi ai quali il sistema euro, come Antonio efficacemente esprime, ha facilitato lo shopping delle nostre imprese. Ma questo, in Italia, ancora non si sente dire, se non da studiosi indipendenti (ad esempio, Dominick Salvatore alla lezione Felice Ippolito, 24 giugno 2013, Biblioteca della Camera dei Deputati).
Questa analisi tecnicamente ineccepibile contrasta, ovviamente, con l’elogio acritico degli afflussi di capitali esteri fatto dai nostri governanti e dai rappresentanti delle organizzazioni di categoria come Confindustria. Soggetti che spesso sono contigui, quando non espressione diretta, di quelle centrali finanziarie internazionali che dallo shopping hanno tutto da guadagnare (come consulenti, come gestori), e che quindi sono in ovvio conflitto di interessi.
L’euro cadrà. Le affermazioni di Mario Draghi, secondo cui chi prende in considerazione questa ipotesi sottostima il capitale politico impegnato nel progetto europeo, sono futili. Un capitale politico ben più rilevante era stato investito nell’Impero sovietico. Ma quando le leggi dell’economia ne hanno decretato la fine, gli sforzi per prolungarne la sopravvivenza si sono tradotti solo in un aggravio di inutili sofferenze per popolazioni incolpevoli. Questo è lo stadio al quale siamo giunti. Ringraziamo Antonio per questo testo che ci mette di fronte alla realtà, e ci consente di gestirla delineando gli scenari possibili. Certo, la materia è problematica, è e sarà oggetto di discussione. Ma nessuno potrà togliere ad Antonio, indipendentemente dal merito specifico delle sue proposte, il merito ben più importante di aver contribuito ad aprire un dibattito concreto, la cui assenza ha rappresentato una grave lesione della democrazia nel nostro paese.
È atteggiamento adulto riconoscere gli errori, e l’euro è stato un errore. Il perseverare, unica risposta che i nostri governanti e la cosiddetta “Europa” ci forniscono, è atteggiamento puerile e suicida. Possa il buon senso prevalere prima che la scure della storia si abbatta su una costruzione resa antistorica, prima che antieconomica, dalla sua matrice ideologica iniqua e sconfessata dai fatti, e prima che il nostro paese, depauperato dall’azione poco lungimirante dei suoi governanti, perda le energie necessarie per reagire con vitalità alle sfide che i mutati scenari gli porranno.

Non usciremo mai dalla crisi – se restiamo nell’euro – e andrà sempre peggio.


Una cosa che mi piaceva, fra quelle ripetute spesso da Beppe Grillo, era il concetto che non è una questione di destra o di sinistra. Se un’idea è buona è buona, oppure è cattiva.

C’è sicuramente un’idea buona in circolazione: quella di uscire dall’euro. Non è né di destra né di sinistra. E’ solo una buona idea.

Luttwak è un conservatore americano, Alberto Bagnai è sostanzialmente di sinistra.
Di seguito un’intervista al primo e un articolo del secondo.

Non c’è nessuna possibilità di uscire da questa crisi, ma anzi la situazione andrà precipitando, se non si comincia a pensare in questi termini.

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Intervista a Edward Luttwak de “Il Giornale”.

«Di euro si muore». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie» nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa.

L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo forse di serie B? E così l’Italia commise un grande errore».

Luttwak come Cassandra?

«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà».

Una moneta non è una guerra?

«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse».

L’Italia è in un vicolo cieco?

«No. Può scegliere».

Cosa?

«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato. Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 3-4 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta».

Sembra facile.

«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male».

Tipo?

«Le banche falliranno».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi».

L’alternativa?

«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre».

Apocalittico.

«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili. Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.

«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro».

O noi o loro?

«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario. Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina».

Può esserci euro senza Italia?

«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso».

Siamo diventati così periferici?

«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo».

Cioè?

«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito. Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima».

Non le piace l’Europa, confessi.

«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri».

 

 

 

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Articolo de “Il Fatto Quotidiano” Alberto Bagnai

Il 15 giugno prossimo verrà presentato a Parigi il “Manifesto di Solidarietà Europea”, una proposta di segmentazione controllata dell’Eurozona a partire dall’uscita dei paesi più competitivi, come strategia per evitare il collasso economico e politico dell’Ue.

La proposta non è originale: già nell’ottobre 2010 il premio Nobel Joseph Stiglitz aveva dichiarato al Sunday Telegraph che se la Germania non avesse abbandonato l’euro, si rischiava che i governi dell’Eurozona scegliessero la strada dell’austerità, trascinando il continente in una nuova recessione.

Così è stato. L’idea di Stiglitz è stata approfondita e fatta propria da un gruppo di economisti europei con percorsi accademici e politici disparati: dai conservatori Hans-Olaf Henkel (ex-presidente della Confindustria tedesca) e Stefan Kawalec (già sostenitore di Solidarnosc ed ex-viceministro delle Finanze in Polonia), ai progressisti Jacques Sapir (economista legato al Front de Gauche francese) e Juan Francisco Martin Seco (membro del comitato scientifico di Attac in Spagna). Anche in Italia l’adesione è stata trasversale: da Claudio Borghi Aquilini (editorialista del Giornale, già manager di Deutsche Bank Italia), al sottoscritto.

La scelta della Germania

Si realizza così quanto scrivevo il 29 novembre 2011 nel mio blog, sostenendo che “l’unica soluzione razionale per la Germania è propugnare un’uscita selettiva o generalizzata”. Il partito euroscettico tedesco (Alternative für Deutschland) era ancora di là da venire, ma che si sarebbe andati a parare lì era chiaro per due motivi.

Il primo è che la crisi europea trae origine dalle rigidità proprie alla moneta unica. L’euro ha falsato il mercato (portando all’accumulo di ingenti crediti/debiti esteri), e ingessato le economie (impedendo alle più deboli di reagire con una fisiologica svalutazione allo choc determinato dalla crisi americana). Il ripristino di un rapporto di cambio meno artificiale fra Nord e Sud è quindi uno snodo necessario, anche se certo non sufficiente, nel percorso di soluzione della crisi.

Il fascino del marco

Il secondo motivo, politico, è che l’equilibrio dell’Eurozona si regge su due menzogne: quella dei politici del Sud (“l’euro vi proteggerà”), e quella dei politici del Nord (“la crisi è colpa dei Pigs”). Che l’euro non ci abbia protetto è chiaro. Lo è anche il fatto che dell’origine e dell’aggravarsi della crisi è corresponsabile l’attuale leadership tedesca.

Ma mentre i nostri politici non possono ora venirci a dire che l’euro è stato un errore, ai politici del Nord è più facile scaricare sui paesi del Sud la colpa e propugnare come soluzione l’abbandono dell’euro. Lo sganciamento dall’Eurozona, vissuto al Sud come una sconfitta, al Nord sarebbe visto come il riappropriarsi di un simbolo vincente di identità nazionale (il marco).

L’obiezione secondo la quale avendo la Germania beneficiato dall’euro, non vorrà abbandonarlo, è inconsistente.

Certo, l’euro, impedendo alla Germania di rivalutare, le ha attribuito un’i ndebita competitività di prezzo: lo ricorda perfino il Fondo monetario internazionale (Fmi). Ma in economia non ci sono pasti gratis: nel momento stesso in cui l’euro rendeva convenienti per il Sud i beni del Nord, esso poneva le basi per il crollo finanziario del Sud, che ora è in caduta libera e non può più sostenere con la propria domanda l’economia tedesca.

La conseguenza è una forte sofferenza di quest’ultima, le cui prospettive di crescita per il 2013 sono state recentemente dimezzate dal Fmi. La rinuncia al vantaggio in termini di prezzo sarebbe quindi per la Germania una manifestazione di solidarietà (consentirebbe il rilancio delle economie del Sud), ma soprattutto di razionalità.

L’uscita sarebbe anche meno costosa dell’unione fiscale: il “costo del federalismo” – ovvero l’ammontare dei trasferimenti da Nord a Sud necessari per ripristinare una situazione equilibrata senza ricorrere alla leva del cambio – è stato stimato da Jacques Sapir in quasi il 10 per cento del Pil per un paese come la Germania. Trasferimenti di questa entità sono politicamente improponibili.

Se una segmentazione dell’euro è necessaria, è più razionale realizzarla lasciando che nella transizione le economie più deboli godano della relativa stabilità della moneta unica: fra euforia da “nuovo marco” e panico da “liretta” è piuttosto evidente cosa convenga scegliere. Non si tratta però di una proposta di euro a due velocità. Il Manifesto considera la possibilità di ulteriori segmentazioni, fino a un eventuale ritorno alle valute nazionali.

Un percorso non facile, ma necessario, e comunque più gestibile se realizzato in modo ordinato, con il progressivo distacco dei paesi più competitivi.