L’Italia all’alba di una nuova forma di fascismo fiscale.


Ebbene si, a forza di leggere tutti gli articoli contrari all’uscita dell’euro vi dico che mi avete convinto: non serve uscirne, bisogna rimanerci, diciamo che è il solo futuro possibile per l’Italia. Dunque, al fine di rendere comprensibile a tutti cosa possa comportare questa strategica decisione ho deciso di analizzare ed argomentare le conseguenze sul medio termine: almeno, tutti coloro che “mi hanno convinto” che l’euro sia l’unica possibilità di sopravvivenza per l’Italia sappiano cosa li aspetta (onestamente dovrei dire “hanno cercato di convincermi”…). Per cui, nel 2014, non voglio sentire lamentele, soprattutto dai pro-euro. Ci siamo capiti.

spremi limone

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Ma questi ci fanno o ci sono?


Le previsione per il PIL del paese sono state riviste dall’OCSE in negativo al -1,8. La famosa ripresa che doveva arrivare nel secondo semestre dell’anno non ci sarà. Vogliamo scommettere che -1,8 è una stima ottimistica che sarà almeno pari a -2,5% ?

Vi ricordate le promesse di Monti e dei suoi ministri? La ripresa ci sarà già nel 2013. Falso, ovviamente, come tutto il resto che hanno detto.

Uno studio della CGIL avverte che solo nel 2076 si tornerà ai livelli occupazionali precrisi.

Altro che promesse di togliere l’IMU!

con il gioco delle tre carte, contando di abbindolare quella massa d’italiani le cui nozioni di ciò che avviene intorno a loro si basano sul sentito dire o su qualche titolo, magari la toglieranno pure, aggiungendo o tagliando da qualche altra parte, ma nel frattempo la pressione fiscale aumenterà ancora: si prevedono stangate da 15 miliardi nel prossimo periodo.

Tutto ciò nella rigorosa osservanza di un dogma assolutamente arbitrario e demenziale che è il pareggio di bilancio nonché l’obbligo di non sforare il limite del 3% nel rapporto deficit/pil fissato dai parametri di Maastricht.

Ma essendo un rapporto, è chiaro che alla diminuizione del PIL corrisponde una proporzionale diminuizione della cifra che si potrà spendere. E il PIL come abbiamo visto diminuisce.

Ogni giorno chiudono centinaia di aziende:

Nel 2012 furono 12.442, più di mille al mese, 34 al giorno: in aumento del 2,3% sull’anno precedente e addirittura il 32% in più rispetto all’annus horribilis 2009. Se non bastassero queste cifre, si potrebbe osservare che nel solo quarto trimestre dell’anno il dato (3.596) è il peggiore dal 2008. Sono cifre che continuano a crescere, senza soluzione di continuità. Le 34 istanze di fallimento al giorno del 2012 sono salite a 43 in questi primi mesi del 2013. da http://www.gadlerner.it/2013/04/10/nel-2013-e-gia-record-di-chiusura-delle-aziende

Consumi e redditi calano. I risparmi delle famiglie pure. Il crollo del mercato immobiliare ha bruciato sembra 45 miliardi di euro. Ma basta un niente per mettere in moto una frana che avrebbe effetti a catena assolutamente disastrosi.

E’ estremamente probabile, non ci vuole il fu Mago Otelma per la previsione, che nelle prossime settimane il gettito fiscale avrà per i conti pubblici un effetto assai deludente. Le imprese non hanno soldi per pagare le tasse. Quelle che ancora sopravvivono, nella stragrande maggioranza, se possono pagano fornitori e dipendenti, per continuare a lavorare. Lo Stato, seppure è un creditore assai più vendicativo, non può nell’immediato bloccarti le forniture e oramai si naviga a vista, si cerca di sopravvivere oggi, domani si vedrà.

Le elezioni politiche di febbraio e quelle comunali di maggio hanno mostrato una grande fluidità del corpo elettorale. Se ne è accorto su repubblica Ilvo Diamanti.  Come scrivevo il giorno dopo le elezioni, commentandole, su questo blog: “Sulle navi, quando un carico non è assicurato e può spostarsi repentinamente da una parte o dall’altra tutto insieme, sotto effetto di colpi di mare, si dice che la nave s’ingavona.
In genere, una nave che s’ingavona è persa.

In questo contesto economico, la possibilità che questo governo possa operare in qualsiasi modo per alleviare la situazione è fuori discussione. Il cambio di paradigma macroeconomico dovrebbe essere di tale portata da essere totalmente impossibile dati gli uomini e le parti in causa. La rinegoziazione radicale del trattato di Maastricht come minimo, o l’uscita unilaterale dall’Euro non sono nell’orizzonte possibile di questo governo.

Che scenari si aprono a questo punto?

In ordine sparso:

a) il cambio di paradigma avviene altrove. Tipo che è la Germania ad uscire dall’euro, o si forma un euro a due velocità, o i parametri di Maastrischt vengono allentati e il governo può spendere un po’ di più a deficit. Insomma dei palliativi che consentirebbero di tirare il fiato per qualche mese.

b) la situazione viene lasciata precipitare appositamente, per poi staccare la spina al governo al momento buono, andare ad elezioni e prendersi tutto. E’ chiaro che questo è il gioco che sta facendo Berlusconi, il quale sui suoi giornali prepara anche l’ipotesi “fuori dall’euro”  e spinge per il presidenzialismo.

c) si forma un nuovo soggetto politico che abbia sufficiente autorità e carisma per rendere credibile nel corpo elettorale il cambio di paradigma e spazza via i due partiti di sistema. Sulla democraticità di questo nuovo soggetto non ci metterei la mano sul fuoco.

Nel quarto scenario d) c’è il movimento cinque stelle, il quale secondo me o ha la forza di cambiare nettamente passo sul piano dell’elaborazione di una strategia politica, su quello della propria proposta in macroeconomia, su quello delle competenze al suo interno e delle alleanze all’esterno oppure è destinato ad avere ben poca voce in capitolo e potrà fungere solo da area di parcheggio della protesta a tempo limitato. I voti che lo hanno abbandonato fra febbraio e maggio sono esemplari in tal senso. Si sono riposizionati sull’astensione, possono tornare o spostarsi altrove. Io ovviamente spero in questo salto di qualità. Considero il m5s l’unica speranza per questo paese e l’unico movimento rivoluzionario che esiste in italia e in europa. Ma non ha tempo per crescere e i nemici sono tanti, agguerriti e potenti, anche se stupidi.

Suppongo di deludere qualcuno ma a scenari rivoluzionari non credo. A qualche casino sedato con gas lacrimogeni pure pure. Ma oltre quello non si andrà. La Grecia insegna.  Se gli italiani dovevano fare una rivoluzione dovevano farla quando credevano in qualcosa, oggi che credono solo a quello che vedono nei loro portafogli si prendono le loro bastonate e se le tengono. Parlo di maggioranze ovviamente. Perché di gente onesta e capace di lottare ce n’è, ma sono piccole minoranze, facilmente isolabili, criminalizzabili, decimabili.

Quello che mi domando però è come l’attuale classe dirigente del paese possa non rendersi conto del baratro verso cui sta conducendo se stessa, oltre che il paese. Perché certo, alcuni sono dei cialtroni troppo stupidi per andare oltre le pseudoanalisi sulla crisi e credono che questa sia una specie di piaga d’egitto, impossibile da contrastare;  altri probabilmente sono affetti da sindrome di negazione, vivendo nelle loro bolle di irrealtà; ma qualcuno che è in grado di percepire quello che sta accadendo c’è sicuramente, ancorché faccia finta di niente.

Leggevo l’altro giorno le “rivelazioni” sul libro di Bisignani, quello indagato per la cosiddetta P4. Diceva qualcosa tipo: ma quali poteri forti, oggi i poteri forti sono scardinati, è questo il dramma del momento.

Ho la tentazione di credere che la situazione sia proprio questa. Perché o l’intelligenza che è dietro a tutto questo è veramente diabolica, con un disegno mondiale a lunghissima scadenza e visti i poteri che dovrebbero essere coinvolti mi chiedo perché farla così complicata, oppure è veramente il caos e la stupidità che regnano sovrani.

Ogni attore sembra recitare un copione che viene scritto leggendo i giornali del mattino.

Sempre di ombrelli si tratta


A poco più di ventanni studiavo all’università e facevo un lavoretto dalle 7.30 alle 12,30 cinque giorni alla settimana.  Guadagnavo, a nero, diecimila lire al giorno. Cioè cinquantamila a settimana, ovvero duecento-duecentoventimila lire al mese.

Con quei soldi, a poco più di ventanni, pagavo l’affitto di un appartamento carino in periferia, a 80.000 lire al mese; la benzina della macchina; le poche bollette, ci mangiavo (ma spesso mia madre mi aiutava, in realtà), ci andavo al cinema e in pizzeria. Insomma quasi ero indipendente. Ma il quasi è perché non mi facevo problemi a spendere di più, visto che comunque dai parenti rimediavo sempre qualcosa.

Un operaio bravo, dove lavoravo io, prendeva 500.000 lire al mese. E con quei soldi faceva vivere dignitosamente la famiglia, studiare i figli e metteva anche da parte dei soldi.

Insomma, lavorando part-time  in un lavoro senza alcuna qualifica particolare, all’inizio degli anni 80 avevi queste possibilità.

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Dal fronte greco, una guerra non dichiarata


Arrivo ad Atene all’indomani della partenza del terzetto, che lascia sul campo nuove vittime: altri 15.000 licenziamenti fra i dipendenti statali, che si aggiungono al milione e mezzo di persone già rimaste per strada. La ricetta del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea e della Commissione ha l’amaro sapore dell’austerity: per ogni 5 persone che vanno in pensione (con stipendi medi attorno ai 1000 euro), è possibile assumere solo una persona con una retribuzione di 580 euro al mese.

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Bersani, il vaso di coccio.


Dal 25 febbraio si sente parlare poco di Monti. Dal giorno dopo si è cominciato anche in Europa a dire che forse queste politiche di austerità agli europei non piacevano molto. Che forse andavano riviste.

Prima, le manifestazioni in Spagna, in Portogallo, gli innumerevoli scontri in Grecia, non erano state prese in considerazione.

Improvvisamente questi pazzi italiani che decidono di votare in quasi 9 milioni un comico che non va in televisione rimettono tutto in discussione.

E’ un dato di fatto che da quel momento i fautori dell’austerità hanno di molto abbassato il loro profilo. Non che siano sconfitti, attenzione, hanno solo perso un po’ della loro arroganza. Non che siano meno pericolosi, stanno solo studiando altre strategie.  Quando credevano di avere tutta la situazione in pugno qualcosa gli è sfuggito di mano. Ma sono ben lungi da aver perso la loro partita. Il loro è un ripiegamento tattico, nel frattempo lavorano ai fianchi il nemico che è apparso improvvisamente sulla scena, cercando di indebolirlo.

Sia chiaro: il problema non è Bersani. E nemmeno Berlusconi. Il problema sono loro. I tecnocrati. La casta italiana è quella che servendo da vicino i padroni beneficia di qualsiasi potere. Loro cascano sempre in piedi. Ma non sono loro che dirigono i giochi.

Il ruolo di disturbatori è affidato ai Bersani di turno, che improvvisamente hanno riscoperto le loro radici di sinistra e propongono il loro se non ora quando, che non è niente altro che un tentativo di imbrigliare, dividere, normalizzare, di far entrare il nuovo nella logica del vecchio. Con un duplice obiettivo, che vedremo alla fine.

Ma il M5S è cresciuto, pur con molte contraddizioni e gli inevitabili squilibri di chi cresce troppo in fretta, contenendo l’idea che un sistema altro fosse possibile.  Accettare di far parte in qualsiasi misura del vecchio significa snaturarsi, perdere la propria ragion d’essere.

Sottoposto ad una campagna mediatica ostile senza precedenti come forza e intensità il M5S non può far altro che chiudersi a riccio, affidando al web le sue risposte, che devono essere semplici al limite dello schematico, perché solo così possono essere poco manipolabili.

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Se ci fosse una tempesta, tu preferiresti essere un guscio di noce o avere una pietra al collo?


Intervista di Claudio Messora ad Alberto Bagnai, professore di Politica Economica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara.

Il testo completo della lunga intervista (due ore e mezza) .

Consiglio ASSOLUTAMENTE, a chiunque voglia capire cosa sia accaduto in Italia in questi anni, la situazione economica in cui siamo, le soluzioni per uscirne, di dedicare il tempo che occorre all’ascolto di questa intervista.

Segnalo anche il blog di Bagnai.
E il suo libro:

Il titolo “Se ci fosse una tempesta, tu preferiresti essere un guscio di noce o avere una pietra al collo? ” è preso da una frase verso la fine dell’intervista.

Non riassumo concetti e non salto alle conclusioni. Dico solo ASCOLTATE.

è leggittimo dissentire ma è fuori discussione.


Stavo leggendo questo articolo:

Mentre il resto d’Europa ed Eurozona festeggia il secondo LTRO con una vistosa riduzione degli spread italiani e spagnoli (i primi ben più dei secondi, a conferma del fatto che siamo un paese ad alto beta, ed è inutile strologare sulle misure di politica economica), giunge oggi il dato dell’indice dei direttori acquisti delle imprese manifatturiere greche in febbraio, elaborato dalla società Markit. Premesso che valori dell’indice inferiori a 50 indicano contrazioni, vi diciamo subito che mai ci era capitato di leggere un valore così atroce: 37,7.

Più che una contrazione, il collasso finale di quello che restava della manifattura greca. Crollo record per produzione e nuovi ordini, riduzione del numero di ore lavorate e pesanti perdite di occupazione, penuria di capitale circolante che vincola ferocemente l’attività. Anche se l’attività manifatturiera greca è in contrazione da 30 mesi, l’inizio del 2012 segna il punto di non ritorno nei livelli di attività. Anche gli ordini all’esportazione sono in caduta libera, in caso qualcuno pensasse che è dal canale del commercio estero che deve venire la ripresa greca.

Il fatto è che è il sistema creditizio greco ad essere collassato, ed in casi come questi non è possibile scegliere i sommersi e i salvati: l’intero sistema produttivo di un paese implode, per mancanza di credito, la linfa vitale dell’economia. E le banche greche erano caratterizzate da un rilevante investimento in titoli di stato del proprio paese,  ma questa è solo una constatazione. Queste sono le conseguenze dei credit crunch, quando ci si disinteressa delle condizioni di un sistema creditizio entro un paese in crisi di debito sovrano. Ed è perfettamente inutile favoleggiare di svalutazioni interne ed altre amenità da libro di testo se poi si fallisce nel tentativo di proteggere le parti sane di un sistema economico e produttivo. Tutti vengono spazzati via, senza misericordia.

Ormai la Grecia è un organismo in stato vegetativo permanente, reso tale da manovre indiscriminate, che lo hanno distrutto. E la cosa più “divertente” è che, date le condizioni di depressione economica in atto, i prossimi buchi di bilancio pubblico troveranno gli immancabili scienziati pronti a dire che il paese non ha fatto abbastanza. Neppure nel Trattato di Versailles si è visto qualcosa di simile, in termini di furia cieca e distruttiva. E’ tutto realmente disgustoso.

Purtroppo, era tutto ampiamente previsto. Che le misure imposte alla Grecia non servissero a rimettere realmente in sesto il paese ma solo a salvaguardare gli interessi dei grandi investitori internazionali era un dato sotto gli occhi di tutti.

E’ stato come se, per “aiutare” una nave pericolosamente inclinata, anziché turare la falla, si aggiungesse zavorra sul fianco opposto, man mano che si traevano in salvo i pochi che interessava salvare, dopodiché si lascia andare la nave, ora ancora più pesante per la zavorra aggiunta, al suo destino.

L’articolo prosegue con:

Come italiani, possiamo solo pregare il nostro dio (per chi ne ha uno) di non avere oltrepassato la linea che ci avrebbe portato verso la Grecia. Per ora. Nessuno si illuda di poter affermare: “qui non potrebbe mai accadere”. Viviamo in un continente di cui la follia si è nuovamente impossessata.

Ma io francamente non credo che le preghiere al nostro dio (per chi ne ha uno) siano servite. Quello a cui stiamo assistendo, per restare nella metafora della barca, è che si sta tappando la falla con gli indumenti dei passeggeri, i quali stanno restando nudi, e soffrendo le intemperie, man mano stanno smettendo di pompare fuori l’acqua.

Il dato sulla recessione del 2011 è solo l’inizio. Non c’è nemmeno bisogno di avere sotto mano i dati statistici per rendersi conto che la situazione economica del paese sta peggiorando di settimana in settimana.

Intendo del “paese reale”. Intendo delle persone, delle famiglie, delle imprese.

Quello che il governo Monti sta facendo è rastrellare risorse per tappare la falla. Ma la rotta su cui la nave viene tenuta è la stessa pericolosa che ci aveva condotto sugli scogli. Qualche migliaio di Schettino sono pronti a scendere. Hanno già il loro posto tranquillo in un altrove fatto da pingui conti in banca, beni immobili e mobili. Gli altri sono lì a far a pugni per salire sulle scialuppe, che saranno solo per pochi.

 

Purtroppo non c’è nessuno, nella cabina di comando, che possa cambiare la rotta e condurre la nave in acque più tranquille. Il presidente della repubblica, una figura da sempre considerata (spesso non molto ” a ragione “) dagli italiani come una sorta di buon padre di famiglia, la cui voce era di buon senso e di giustizia, si sta rivelando progressivamente nella persona di Napolitano il rappresentante principale di un progetto di superamento della democrazia.

Le consorterie che siedono in parlamento e occupano con i loro uomini gli organismi direttivi del paese, dai ministeri alle partecipate, dalle direzioni generali ai comuni, sono – tranne rarissime eccezioni perlopiù molto radicate nelle realtà locali – del tutto partecipi a questo progetto, per obbligo e convenienza.

Sembra veramente che la follia si sia impossessata oltre che del continente, anche di questo paese. La “casta” dirigente è troppo compromessa e i suoi interessi troppo strettamente intrecciati perché qualcuno ne esca fuori, ponendosi come reale alternativa.

Leggo da molte parti sgomento per l’incapacità degli italiani di ribellarsi. Ma non è del tutto vero. I movimenti delle settimane passate sono stati un indicatore importante. Il movimento NoTav è un indicatore importante. La gente della Valsusa è italiana.

E’ che ci manca purtroppo la possibilità di aggregarsi attorno ad un progetto, un’idea, che abbia abbastanza forza e carisma da superare le inevitabili divisioni dei distinguo e delle seghe mentali.

Oggi ha possibilità di far udire la propria voce solo chi canta nel coro. Qualunque voce dissonante – e ce ne sono – non ha né megafoni né echi. E nessuno che gli risponda. Sembra di parlare nel vuoto cosmico.

L’economista Paola Savona, ex ministro, uomo con credenziali politiche ed economiche inoppugnabili, che alcuni mesi fa parlava di “uscire dall’euro”… ad esempio. La sua voce non ha trovato nessuna sponda. Niente. Conta più o meno quanto la mia, uno sconosciuto blogger.

Quelle dei trecento e passa tecnici e scienziati che hanno scritto ognuno per le sue competenze, sull’inutilità della TAV, idem. restano voci orfane. In sordina. Da relegare nel baillamme del vociare confuso della rete in  cui tutto e niente è vero.

Il concetto di democrazia che ci rappresenta è ormai quello che emerge dalla posizione del governo (del presidente – dei politici – dei ministri – dei tecnici – dei media… ecc ecc) sulla questione TAV:

è leggittimo dissentire ma l’opera è fuori discussione.

E allora che dissento a fare?

Tu pensala come ti pare, basta che non dai fastidio però e mi lasci lavorare. Se dai fastidio ti metto in galera.

Le forze dell’ordine sono agli ordini del ministero dell’interno. Il ministro dell’interno è nominato dal parlamento. (questo no, ma è un caso, non facciamo sofismi; diciamo che questo è lì con il benestare del parlamento). Il parlamento è nominato dagli italiani con le elezioni.

Le forza dell’ordine si muovono quindi come espressione della volontà degli italiani. Anche contro gli italiani, è chiaro. Se sono una minoranza.

Ma siamo così convinti, siamo così certi, che su argomenti quali la TAV, se gli italiani fossero imparzialmente informati, metterebbero in mano manganelli e lacrimogeni alle forze dell’ordine contro altri italiani?

Io credo che per ora abbiamo appena iniziato a sentire sulla pelle gli effetti delle manovre economiche degli ultimi mesi.  E non credo che daranno modo al dissenso di esprimersi. Non avrà voce nei media. Non avrà voce in parlamento.

Si va verso una società in cui puoi pensare e dire quello che vuoi purchè silenziosamente, senza apparire. Se la tua voce è ai margini, che ci resti. Se vieni a trovarti nell’area dell’illegalità, non solo perché protesti ad alta voce, ma anche perchè non paghi i debiti con lo stato, verrai spinto violentemente ancora più ai margini. In quella che diventerà una terra di nessuno dove quelli che sembravano essere i diritti acquisiti nelle società civili moderne: scuola, sanità, giustizia sociale, casa, lavoro… te li potrai scordare.

Una delle prossime liberalizzazioni


E’ inevitabile, per due motivi, che l’articolo seguente rappresenti per noi italiani uno scenario profetico.

Il primo motivo è che quello che è in USA sarà poi, in genere dopo una ventina d’anni, da noi.

Il secondo è che i seguaci delle liberalizzazioni sono ormai al governo. Hanno carta bianca da quasi tutti gli schieramenti politici, per salvare l’italia. Hanno già iniziato il loro mandato e sono appoggiati, anzi spronati, dal presidente della repubblica, per il quale bisogna rimuovere ogni ostacolo agli investitori stranieri (discorso di questi giorni riferendosi alle norme che tutelano i lavoratori).

E’ quindi inevitabile che, a poco a poco e con qualche strappo, vengano introdotte le norme che trasformeranno il servizio sanitario sull’orlo del collasso (ognuno purtroppo ha le sue esperienze personali, che lo hanno coinvolto direttamente oppure da più o meno vicino… inutile portare esempi: mi limito ad un articolo di oggi, in tema)  in qualcosa di molto peggio.

I media, come al solito, riusciranno a propalare la versione che la riforma sanitaria è per migliorare le cose. Che affidando ai privati avremo servizi più efficenti e meno costosi. Ci propineranno la solita favola del libero mercato autoregolantesi nel quale tutti i cittadini si troveranno al meglio.

La stessa cosa che ci hanno detto rispetto ai taxi e ai benzinai ultimamente. E precedentemente per un bel po’ di altri servizi, che non hanno mai smesso di aumentare di prezzo e non sono migliorati per efficenza.

Per dire:  la normativa che ha liberalizzato in materia di locazione abitative (art.1 431/98), varata negli anni ’90, ha provocato un aumento vertiginoso dei canoni di affitto. Io me la ricordo la campagna trionfalistica per cui abolendo quello che si chiamava Equo Canone sarebbe stato molto più facile trovare una casa in affitto e il mercato si sarebbe regolato da solo, in forza della libera concorrenza. Di fatto, da quel momento in poi, gli affitti sono diventati più alti della rata di un mututo.

E le assicurazioni? C’è bisogno di riportare dei dati per ricordare quanto sono aumentate le tariffe assicurative dalla liberalizzazione?   E le autostrade?

Il processo di liberalizzazioni-privatizzazioni iniziò in Italia nel 1992. La motivazione ufficiale che portò a questa fase di stravolgimento degli assetti proprietari dell’impresa pubblica nazionale fu quella dell’elevato debito pubblico che andava ridotto. A ciò si aggiungeva e si legava, la questione di una maggiore “libertà” del mercato, con cui la preminente presenza pubblica in settori strategici e non, confliggeva.
La normativa di liberalizzazione in materia di commercio emanata durante gli anni ’90, ed in particolare l’eliminazione dei vincoli di distanza per l’apertura di attività commerciali, ha di fatto rappresentato la porta d’ingresso a poche grandi catene commerciali. Secondo il rapporto 2006 Unioncamere, nel triennio precedente, il fatturato del commercio per le piccole attività ha subito effetti negativi, mentre quello della grande distribuzione è stato positivo.
….
La propaganda demagogica per far accettare alla popolazione la nuova normativa di liberalizzazione era quella per cui tutti dovevano avere il diritto di trovare sotto casa il negoziante di scarpe piuttosto che di giocattoli. La normativa parlava di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio”. Come tutti sappiamo, invece, i prodotti hanno finito per concentrarsi in centri commerciali che hanno sostanzialmente preso il monopolio del mercato.

La teoria, che non ha trovato riscontro con la realtà è che, aumentando l’offerta, i prezzi inevitabilmente sono destinati a scendere. In teoria dovrebbe funzionare così, ma nella realtà dei fatti, vivendo in un mondo speculativo e senza regole, in cui non esiste la concorrenza pura, gli operatori più forti “mangiano” quelli più deboli. L’effetto a medio termine consiste, di fatto, in fenomeni di acquisizione da parte degli operatori più forti di quelli più piccoli, venendosi a creare oligopoli (e monopoli nei casi peggiori), che non fanno altro che diminuire la concorrenza e generare un incremento inevitabile dei prezzi. (da informare per resistere)

Lo stesso meccanismo lo vedremo, come ho scritto più volte, nei taxi o nei benzinai. A meno che non siano riusciti a contrattare degli annacquamenti alle manovre del governo.

Nel volgere di qualche anno i tassisti e i benzinai, intesi come imprese individuali, proprietari della propria attività e dei mezzi di produzione (l’auto e le pompe) scompariranno. Entreranno grossi gruppi con flotte auto e centinaia di punti vendita. Metteranno a fare il lavoro degli stipendiati. Che faranno turni massacranti e dormiranno in macchina (i tassisti). I prezzi per i cittadini non diminuiranno affatto. Anzi, aumentaranno e anche parecchio, perché i gruppi faranno cartello e in nome del libero mercato aumenteranno quanto gli è possibile.

Avete visto, i militari spalatori a pagamento, in questo periodo di emergenza neve? Beh non dite che non lo sapevate. Questo è quello che ci aspetta in tutti i settori.

Riporto questo articolo che partendo da un’esperienza personale, descrive il funzionamento della sanità negli USA.  Questo è il futuro prossimo.

 

Quando recentemente mi sono recato all’ospedale Alta Bates per un intervento chirurgico, ho scoperto che le procedure legali hanno la precedenza su quelle mediche. Ho dovuto firmare dichiarazioni intimidatorie su: assistenza finanziaria, assicurazione, responsabilità del paziente, consenso alla cura, uso di tecnologie elettroniche e simili.

Uno di questi documenti mi vincolava così: “Il medico dell’ospedale è con questo autorizzato, a sua discrezione, a disporre di ogni membro, organo o altro tessuto rimosso dalla sua persona durante la procedura.” Ogni membro? Ogni organo?

Il giorno successivo sono ritornato per l’operazione. Al suono della musica di Frank Sinatra il chirurgo ha cominciato a sezionare diversi strati del mio addome allo scopo di trattenere i miei intestini con una rete permanente. Successivamente ho trascorso due ore nella sala post-operatoria. “Mi sento come se avessi partecipato ad un combattimento con i coltelli”, dissi a una infermiera, che mi spiegò: “Si chiama chirurgia”.

Quindi, ancora imbottito di anestetici e medicamenti, sono stato portato fuori in strada. In strada? Si, poche ore dopo l’intervento mi hanno mandato a casa. Nei paesi che hanno un servizio sanitario pubblico (mi sono detto), ci sarebbe stato in attesa un mezzo dotato di personale specializzato per aiutare il paziente a raggiungere il proprio domicilio.

Niente di tutto questo nell’America del libero mercato. L’accordo pre-operatorio specifica in neretto che si deve avere “un conoscente adulto e responsabile” (in contrapposizione a un estraneo adolescente e irresponsabile) incaricato di riaccompagnarvi a casa con un veicolo privato. Continuavo a pensare, cosa accade a quegli sfortunati che non hanno nessuno per impacchettarli via? Deperiscono all’infinito per le vie d’accesso all’ospedale finché il cattivo tempo non li fa fuori?

Non è consentito chiamare un taxi. Se un taxi dovesse causare qualche danno, si potrebbe ritenere l’ospedale legalmente responsabile. Ripeto, è una faccenda di responsabilità e di avvocati, non di salute e dottori.

Uno dei due amici che mi ha condotto fino a casa se n’è poi andato in farmacia per comprare i potenti antibiotici che dovevo prendere ogni quattro ore per due giorni. A me non piace come gli antibiotici distruggano i “batteri buoni” che il nostro corpo produce e come contribuiscano a creare pericolosi ceppi di batteri super-resistenti. Continuavo a pensare a una scoperta recente: fare eccessivo affidamento sui farmaci uccide più americani di tutte le droghe messe insieme.

E allora, perché devo prendere gli antibiotici? Perché, come tutti continuavano a dirmi, gli ospedali sono luoghi davvero pericolosi, infettati da stafilococchi e super-batteri. È una questione di autoprotezione.

Due giorni dopo l’intervento, ho notato un’area di colore rosso scuro nel basso ventre che segnalava un’emorragia interna. Teoricamente, avrei dovuto ricevere una telefonata di controllo da parte di un infermiere che si accertasse del mio decorso. Ma la telefonata non sarebbe mai arrivata, perché lo staff stava preparando uno sciopero. “Non abbiamo alcun contratto”, mi aveva detto uno di loro mentre mi trovavo nella sala post-operatoria. Così ora le infermiere sono in sciopero, e io da solo a fare congetture sulla mia emorragia interna. Che spasso.

Fortunatamente, non è andata così. Una infermiera mi ha chiamato nonostante lo sciopero. Sì, mi ha detto, si è trattato di un’emorragia interna, ma bisognava aspettarselo. Il mio chirurgo ha richiamato quello stesso giorno per confermarmelo. La morte non stava ancora bussando alla porta.

Alcuni giorni più tardi, si è verificato un esteso sciopero degli infermieri da una costa all’altra. Tra l’altro, gli infermieri lamentavano “una mancanza di rispetto da parte della cultura ospedaliera corporativa che richiede sacrifici ai pazienti e a quelli che si prendono cura di loro, ma che paga i dirigenti milioni di dollari” (New York Times, 16 Dicembre 2011). Era citato anche uno spietato negoziatore dell’amministrazione: “I soldi li abbiamo. Quello che proprio ci manca è la volontà di darveli.” (ibid.)

Come per gli altri medici, sia il chirurgo che il mio medico di base (GP, General Practitioner) rappresentano le vittime e non i perpetratori dell’attuale sistema corporativo sanitario. Il mio GP mi ha spiegato che farsi pagare dalle compagnie assicurative, per i servizi ipoteticamente coperti, è una battaglia senza fine. Sentendosi sempre più come un addetto al recupero crediti piuttosto che un medico, il GP ha capito che era meglio non prendere più parte alle infinite discussioni telefoniche con le compagnie assicurative.

In America ci sono 1.500 compagnie assicurative sanitarie, tutte freneticamente consacrate a massimizzare i profitti, aumentando i premi e bloccando i pagamenti. L’industria sanitaria è nel suo complesso l’affare più grosso e più redditizio della nazione, per un ammontare di circa un trilione di dollari.

Insieme alle smisurate compagnie assicurative e farmaceutiche, coloro che ne traggono il più elevato vantaggio sono le Health Maintenance Organizations (HMOs, Organizzazioni per la Salvaguardia della Salute Pubblica, ndt] rinomate per pretendere pagamenti esorbitanti a fronte di medici sottopagati e obbligati a trascorrere sempre meno tempo con ogni paziente, e qualche volta persino a negare le cure necessarie.

Io non ho un’assicurazione privata. E la mia Medicare [Assistenza Statale Medica per soggetti di età superiore ai 65 anni, ndt] almeno finora funziona. Come molti altri dottori, il mio GP non accetta più Medicare. Da diversi anni ormai, i pagamenti di Medicare ai medici generici sono rimasti relativamente invariati, mentre i costi della gestione amministrativa (staff, spazi, assicurazione) sono aumentati progressivamente. Così, i pazienti del mio GP ora devono pagare per intero ogni visita, una cosa non sempre semplice da realizzare.

Il nostro sistema sanitario riflette le nostre classi sociali. Alla base della piramide ci sono i poverissimi. Molti di loro soffrono per lunghe ore nelle sale del pronto soccorso per poi essere semplicemente allontanati con una prescrizione inutile o dannosa. Nessuna meraviglia se “tra le nazioni industrializzate, gli Stati Uniti registrano il più alto numero di morti evitabili tra i pazienti in cura“ (Healthcare-NOW!, 1° dicembre 2011).

Troppo spesso i più poveri non ricevono cura alcuna. Semplicemente muoiono di una qualche malattia per la quale non possono permettersi una terapia. Un mio conoscente mi ha raccontato di come sua madre sia morta di AIDS perché non poteva permettersi i trattamenti che avrebbero potuto mantenerla in vita.

Una volta, a Houston, ho fatto conversazione con l’autista di una limousine, un giovane afroamericano, che mi spiegava di come entrambi i suoi genitori fossero morti di tumore senza mai avere ricevuto alcuna cura. “Sono semplicemente morti”, mi disse con un dolore nella voce che riesco ancora a ricordare.

Nella piramide sociale, proprio al di sopra della classe dei poveri, si trova l’assediata classe media che assiste all’estinguersi della copertura sanitaria mentre paga ingenti somme alle compagnie assicurative orientate al profitto. Io ho potuto effettuare l’intervento chirurgico all’Alta Bates soltanto perché sono abbastanza vecchio per avere la Medicare e ho a disposizione un reddito sufficiente per contribuire al cofinanziamento.

Per la mia operazione ambulatoriale, l’ospedale ha addebitato a Medicare 19.466 dollari. Di questi, Medicare ha pagato 2.527 dollari, mentre a me è stato presentato un conto di 644 dollari. Poi l’ospedale ammortizzerà il disavanzo risparmiando notevoli somme sulle tasse da versare (equivalenti a un tributo indiretto da parte di tutti i contribuenti). Se non avessi avuto la copertura Medicare, avrei dovuto versare l’intera somma di 19.466 dollari.

Sono stato informato dall’ospedale che la spesa di 19.466 dollari copre solo i costi dell’ospedale per l’attrezzatura, i tecnici, le forniture e la sala. Così, oltre ai 644 dollari, dovrò pagare per ogni medico, assistente e anestesista che ha fornito servizi addizionali. Sto aspettando l’altra tegola sulla testa.

Quanto guadagna il mio chirurgo? Non molto, tra i 400 e i 500 dollari in tutto, incluse le visite prima e dopo l’intervento e l’operazione stessa, un lavoro di estrema precisione che richiede competenze del più alto livello. Anche lui deve sostenere l’onere di un’assicurazione, di un ufficio, di un assistente e di un crescente carico burocratico.

Il mio chirurgo mi sottolineò: “Se domanda alle persone quanto prendo per un’operazione come la sua, le risponderanno dai 4.000 ai 5.000 dollari, sbagliandosi in eccesso solo di uno zero.” Mi fece poi notare che in un recente discorso il Presidente Obama aveva criticato un chirurgo per avere guadagnato 30.000 dollari nella sostituzione di una rotula. “Al chirurgo spetta una frazione minima di quella somma”, mi spiegò il dottore.

A peggiorare le cose, la notizia che circola su un taglio del 27% ai rimborsi dell’assistenza Medicare per i medici generici. Se questo accadrà, sarà sempre più difficile trovare un chirurgo che accetti Medicare. E ancora peggio, le compagnie private di assicurazione parteciperanno alla spremitura dei medici per ottenere ulteriori profitti.

Ho potuto far fronte al mio pagamento (644 dollari), non soltanto perché la mia operazione è coperta in maniera consistente da Medicare, ma perché è stata eseguita in day hospital. Non so come me la sarei cavata se avessi dovuto sottopormi a un trattamento prolungato ed estremamente costoso.

E tanti saluti alla vita della classe media. All’estremo più alto della piramide si colloca l’1% di quelli che non devono preoccuparsi di nulla di tutto ciò, i super ricchi che hanno denaro abbastanza per qualunque tipo di trattamento all’avanguardia nelle case di cura più raffinate del mondo con suite di lusso e menu ricercati.

Tra i privilegiati del settore sanitario ci sono i membri del Congresso e il presidente degli Stati Uniti. Non pagano nulla. Sono curati con trattamenti del più alto livello. Gradiscono, come dire, il sistema sanitario pubblico. Nessun legislatore conservatore è rimasto fedele ai propri principi di libero mercato, rifiutandosi di accettare questa cura medica finanziata col denaro pubblico.

John Mackey, Amministratore Delegato di Whole Foods, ha allegramente annunciato che le spesa sanitaria non è tra i diritti umani; dovrebbe essere “regolata dal mercato proprio come per il cibo e l’alloggio”. Nessuno ha un’opinione di John Mackey più alta della mia, ritenendolo una sanguisuga antisindacale mossa dall’avidità. Nonostante ciò, gli accorderò il merito per avere ammesso candidamente la sua dedizione maniacale al profitto disumanizzato.

Il sistema sanitario degli Stati Uniti costa molte volte di più rispetto a quanto si spenda per i sistemi di assistenza pubblica, ma è tanto più scadente in termini di qualità della cura e trattamento. Che è poi il modo in cui intendeva essere. L’obbiettivo di ogni servizio a libero mercato – che si tratti di forniture, alloggio, trasporti, educazione o sanità – non è quello di massimizzare la prestazione, ma di massimizzare i profitti, spesso a discapito delle prestazioni.

Se i profitti sono alti, allora il sistema funziona bene, per l’1%. Ma per il restante 99%, la brama di profitto è essa stessa il cuore del problema.

Di Michael Parenti, tratto dalla traduzione di comedonchisciotte

Il gioco delle tre carte


In Italia quando si usa il termine casta ci si riferisce ai politici.

Io lo riferirei invece ad una zona della società ben più estesa, formata sì dai politici che siedono in parlamento, in regione, nelle province e in buona parte dei comuni o anche nei municipi delle grosse città, ma anche da dirigenti di uffici ed enti pubblici, manager di stato e privati, banchieri, finanzieri, grossi imprenditori, magistrati, alte cariche dello stato, editori, giornalisti, militari, sindacalisti, vips di varia estrazione culturale….  in una parola: la classe dirigente di questo paese.

Se ci fate caso, ogni giorno emergono prove di questo intreccio inestricabile di interessi. Cito a memoria solo nell’ultimo periodo: la case della SIAE in zone di Roma di pregio, con valori di 500.000 euro vendute a 60.000 a questo o quel dirigente, amico di amici, caparre di 500 euro, con mutui quarantennali concessi a ottuagenuari; o affitti non pagati per anni… ; il vicepresidente di equitalia (Mastrapasqua, con stipendio lordo intorno aui 450.000 euro) che è anche dirigente INPS e di altre innumerevoli cariche pubbliche e private; il palazzo comprato da un senatore Pdl e rivenduto all’INPDAP nel giro di alcune ore con guadagno (mi pare) di 16 milioni di euro; il caso del tesoriere della margherita che se n’è fregati 13, di milioni di euro.

Le notizie girano spesso attorno alla gestione di fondi pubblici. Spesso si tratta di enti previdenziali. E poi di che ci si meraviglia se la prima cosa su cui ha messo mano questo governo è stata la riforma delle pensioni?

Le notizie emergono ogni giorno e di questo ci si dovrebbe rallegrare, nel senso che ovviamente sarebbe meglio se questi fatti non accadessero, ma se accadono, il fatto che si sappia è indice di una volontà di fare pulizia. O no? O forse quello che emerge è solo la schiuma. Forse è solo il risultato dei reciproci sputtanamenti di una casta che è compatta nel difendere i propri interessi ma fino ad un certo punto, dal momento in cui è divisa in sottocaste che si combattono fra loro per affermarsi a scapito delle altre.

Sono sempre più convinto che la situazione sia insanabile.

La casta possiede, perché è essa stessa, i mezzi d’informazione, la magistratura, le polizie, i partiti, i sindacati. Sono tutti quelli che hanno accumulato potere e privilegi negli ultimi decenni, spesso tramandati in famiglia, e non intendono mollarli. Anzi, in questa fase in cui sembra che tutto stia arrivando alla fine, diventano ancora più arroganti e sfacciati, per arraffare il più possibile quello che è rimasto.

E questo meccanismo di acchiappa acchiappa vale a tutti i livelli.

Questa casta, quanti saranno, il 3-5% del paese? possiedono già gran parte delle ricchezze, ma sanno che ancora è possibile spremere. Dicono che le famiglie italiane sono poco indebitate, che hanno un grande risparmio. Hanno case, terra, risorse. La casta vuole metterci le mani sopra.ù

Guardate quanto parlano di tasse, questo periodo. Martellano un giorno sì e l’altro pure contro l’evasione.

Certo che l’evasione esiste. Ma esiste anche una pressione fiscale che è insostenibile per le piccole imprese. La realtà è che o evadi parte delle tasse o chiudi.

Se rivolgessero questo sempre più potente meccanismo di esazione che è equitalia agenzia delle entrate e quant’altro quantomeno ANCHE, verso la macchina dello stato, verso tutti coloro che in un modo o nell’altro amministrano fondi pubblici, forse non ci sarebbe bisogno di una pressione fiscale così alta. E forse pagare la pletora di tasse e balzelli e imposizioni varie non sarebbe così impossibile, per le imprese.

Ma la direzione in cui si muove la casta, per mano dei politici, è esattamente opposta. Il problema è trasferire questa ricchezza residua dal 90% del paese al 10% di esso. Quindi:

– Spremere risorse il più possibile attraverso le esazioni fiscali.

– Redistribuire queste risorse in opere più o meno utili in modo che tutta la catena di comando e controllo del paese ne tragga beneficio.

Servono soldi per fare la TAV, li tira fuori lo stato, che li prende dai cittadini tutti. Ci guadagneranno i cittadini tutti, la collettività? Nemmeno per sogno. E’ un’opera che è dimostrato è sostanzialmente inutile. Alcuni cittadini, quelli che vivono dove l’opera sarà realizzata, ci rimetteranno in termini di qualità della vita e durata della stessa. Altri cittadini, si arricchiranno. Questi ultimi saranno pochi, pochissimi, in confronto alla maggior parte del paese. Saranno funzionari e dirigenti, grosse imprese, banche, politici, sindacalisti gialli. Chi più chi meno a spartirsi la torta.

E così purtroppo per ogni altra operazione che mettono in piedi.

C’è sempre un tornaconto da qualche parte per qualcuno. Non fanno niente che non sia utile a qualcuno di loro, in modo che porti denaro, che sarà ripagato con favori che porteranno altro denaro.

Come scrivevo alcuni giorni fa sulle liberalizzazioni, relativamente al casino sui tassisti: “Si parlerà solo di questo. Nel frattempo faranno qualche giochetto ben più importante su Energia, Acqua e chissà che altro.”

Un esempio?

dal blog di Debora Billi:

Mentre eravamo tutti intenti a preoccuparci di tassisti, crociere e forconi, guarda guarda cosa ti infilano nel decreto “liberalizzazioni” i nostri amici seduti al governo. Una ventina di righe all’articolo 44 (Update: dopo l’approvazione l’articolo è ora il #43), mica niente di che, che ancora nessuno ha letto e di cui nessun giornale ha fatto ancora parola.

Il provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed in sintesi realizza un sogno da tempo coltivato: quello di affidare le carceri ai privati. Si sa, le carceri son piene, mica vorremo un indulto al giorno con tutti i delinquenti che ci sono oggidì.

Leggetelo, lo trovate qui.

Non solo si permette ai privati costruire le carceri, ma si scrive nero su bianco che

al fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia.

Questo significa che la gestione carceraria, escluse le guardie, è affidata a privati imprenditori. Riuscite ad immaginare cosa significa ciò in Italia, con infiltrazioni mafiose a tutti i livelli ed in special modo nell’edilizia? Che le carceri saranno gestite dai delinquenti. Quelli di serie A, naturalmente, perché quelli di serie B saranno il “prodotto”, ovvero coloro su cui si farà business. Un tot a carcerato. E il carcere, naturalmente, dovrà essere sempre pieno altrimenti non conviene: non buttate più cartacce per terra, mi raccomando.

C’è dell’altro: Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento.

In soldoni, è fatto obbligo di far partecipare le banche alla spartizione della torta. Torta di denaro pubblico, perché è sempre lo Stato che paga. A meno che non si voglia far lavorare a gratis i detenuti, in concorrenza con le aziende, e con il compenso intascato dall'”imprenditore carcerario”. Funziona così, in USA. Siamo fiduciosi che, nel decreto “privatizzazioni”, si privatizzerà anche il lavoro schiavo dei carcerati.

Io credo che un provvedimento del genere avrebbe meritato un dibattito pubblico in un “Paese normale”. Che una simile cessione di democrazia, di controllo e di libertà da parte dello Stato dovrebbe essere ben conosciuta dai cittadini e dall’opinione pubblica, e non infilata di soppiatto tra gli articoli mentre il gregge è distratto a pensare ai taxi.

Poco da aggiungere, al commento di Debora Billi sull’argomento carceri.

Attendiamo con fiducia altre chicche di questo genere inserite nel decreto liberalizzazioni, dietro al fumo delle proteste, direi provocare ad arte, dei tassisti.

Come dicevo: penso che la situazione sia troppo compromessa per poter migliorare. Se, per assurdo, venisse sostituita in immaginarie elezioni democratiche l’intera classe politica, non potrebbe essere sostituita la classe dirigente di questo paese. La casta non è amovibile. E’ incistata e ramificata al punto da non poter essere estirpata, probabilmente nemmeno da una  rivoluzione.  Ne resterebbe una parte e si riprodurrebbe.

A noi che ne siamo fuori non resta che chiaccherare, ché tanto fastidio non diamo.

La protesta cresce


Sono strani giorni questi.

Ci sono rivolte, qui e là. Però bisogna andarsi a cercare le notizie, perchè i media mainstream non ne parlano. Questa mattina per trovare delle notizie sullo sciopero in sicilia ho dovuto scorrere la homepage di Repubblica fino ad oltre metà.

In basso, fra gli strascichi delle notizie di cronaca di qualche giorno fa anche sul Corriere della Sera.  Idem per “La Stampa”.  Su “IL Mattino” di Napoli, niente.  “La Nuova Sardegna” nemmeno.

Ho capito che i giornali di queste cose non parlano. Se sono costretti a parlarne mettono in risalto gli aspetti che tendono a provocare un impatto negativo sul loro pubblico.

Così la Repubblica, sulla questione taxi:

Oltre la foto dello striscione, che viene poi ripetuta (cosa che avviene raramente) nell’articolo all’interno, guardate le parole usate: “blocco” “rissa” “danneggiate”.

Per il lettore di Repubblica, mediamente progressista e di sinistra, quella foto fa identificare in modo automatico la protesta dei tassisti come fascista. Aldilà delle loro ragioni, che a quel punto sono ininfluenti, essi sono una controparte sociale.

Un sottoprodotto di questa politica è peraltro proprio quello di spingere queste istanze sociali dalla parte opposta. E’ chiaro: anche se originariamente c’erano alla base della protesta solo problematiche economiche e non politiche, a sentirti dare del fascista e sentire che a quel punto ti ascoltano da destra (altro paradosso: se la sinistra ti da addosso allora ti ascolta la destra, e viceversa, a prescindere dai tuoi argomenti, solo per strumentalizzare)  … magari alle prossime elezioni il voto lo dai a destra.

Me la ricordo bene, questa cosa, anni fa a Roma, nelle proteste contro le vendite delle case degli enti pubblici che arricchirono Tronchetti Provera (regalo del governo D’Alema): l’unico ente che ascoltava la gente era la regione lazio di Storace. Poi Alemanno diventà sindaco di Roma. Chissà perchè?

Tornando all’oggetto del post: per la Sicilia invece, le parole chiave sono: “disagi” “incidenti” “accoltellato” “blocco”.

Abbiamo un blocco politico, quello che faceva nominalmente opposizione al precedente governo che fattesi togliere le castagne dal fuoco (leggi cacciare Berlusconi) da Merkel e BCE è scomparso all’ombra al governo tecnico salvaitalia, a giochicchiare su nomine e equilibri interni mentre la corazzata mediatica che lo supportava tiene sotto controllo la situazione sociale, indirizzando il gregge dell’opinione pubblica a formarsi idee convenienti.

La situazione in Sicilia è pesante.  Il Giornale di Sicilia non può nasconderlo e deve anche usare una certa equità.

Quelli che Repubblica chiama “blocchi” il GdS li chiama “presidi”.  “L’autista accoltellato al blocco stradale” di Repubblica, diventa “Lentini manifestante accoltellato”.

Sono modi diversi di dare le notizie. Come per i taxi, o le proteste antiequitalia. Per il blocco dei media mainstream se proprio se ne deve parlare si cercano gli elementi per dimostrare che la protesta è settaria, corporativa, fascista. (Nel mentre la sinistra fighetta “cerca faruk” in cervellotiche campagne autopromozionali distanti dal paese reale almeno quanto dal buon senso.)

In questo modo si può prendere le distanze da essa agevolmente e restare in pace con la propria coscienza di democratici. La riottosità mentale che si cela nel ragionamento “i sacrifici devono farli tutti, chi protesta sono quelli che non vogliono perdere i propri privilegi” è evidente. Chi lo fa sono proprio quelli cui i sacrifici pesano meno. Quelli cui le manovre economiche e la recessione non sta togliendo l’indispensabile, ma, forse, solo intaccando minimamente il superfluo.

Tutti quelli, al contrario, che sentendo il terreno franare sotto i piedi si agitano e protestano diventano dei facinorosi, dei violenti, nella migliore delle ipotesi strumentalizzati.

Le categorie che stanno tirando le fila della protesta sono i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori. I tassisti, gli autotrasportatori, gli allevatori, gli agricoltori, i pescatori. Non è la classe operaia.

Il motivo è semplice: oggi, paradossalmente, essere operaio è un privilegio. Con la massa di disoccupati e precari che preme, mantenere il posto di lavoro è già un miracolo. Figuriamoci lottare per migliorarne le condizioni.

E una volta licenziati, laddove le aziende chiudono, si diventa altro.

Le partite iva sono l’ultima spiaggia di chi cerca d’inventarsi in una nuova attività per sbarcare il lunario. Il più delle volte questo significa vivacchiare, arrabbattarsi. Non conosco nessuno che a fare il tassista si sia arricchito. Idem per gli autotrasportatori. Anzi sono lavori pesanti, e se devi guadagnare perché ti servono soldi, diventa un lavoro massacrante, che puoi fare per un periodo breve della vita, qualche anno al massimo.

E così molti oggi sono in queste condizioni. Lavori precari dove capitano, quando capitano. Spesso molto duri. Ci si arrangia evadendo le tasse, davvero pesanti e troppe, non per farsi la barca o la macchina di lusso, ma per l’indispensabile.

E’ vero, per molti l’indispensabile è anche il gadget tecnologico. Il telefonino ultima generazione. L’oggetto che gratifica di una vita di merda. Che fa sembrare più dolce da mandare giù la pillola-rospo. Ma la sostanza non cambia.

Si è indotti a comprare l’aifon o a idolatrare un jobs, a diversi livelli di cultura, così come si è indotti a pensare che queste sono rivolte fasciste, che gli altri sono i privilegiati, che la colpa di tutto sia sempre altrove.

Oggi sono tutti lì ad accapigliarsi sul naufragio della Costa. Un popolo di marinai e croceristi. Anche chi ha portato al massimo il pattino discute sulle rotte e sui doveri dei comandanti. Si immedesimano nel comandante della guardia costiera e affogherebbero di sputi quello della Concordia.

Con quanta maledetta superficialità si emettono giudizi. La stessa superficialità con cui si vive.

Siamo briciole, scrivevo qualche giorno fa. Aggiungo, siamo briciole sul pavimento. I media tirano secchiate d’acqua e ci buttano da una parte all’altra. Sulla superficie di quel pavimento.

Bisogna aggregarsi e resistere a queste secchiate d’acqua. Cercare le informazioni e diffonderle è essenziale come primo passo.

Riporto il comunicato del movimento siciliano “forza d’urto“.

Non mi sembra un movimento strumentalizzato e/o fascista.

Per contro, a titolo di esempio, non sarà nemmeno una delle situazioni più eclatanti, riporto una interrogazione parlamentare di Italia dei Valori, su Mastrapasqua, presidente dell’Inps nonche di altre 23 poltrone varie sparse qui e là e che solo per la vicepresidenza di Equitalia incassa ogni anno 465.000 euro.  Sui media, di questo non c’è traccia.  Dal Blog del sen Elio Lannutti

La realtà è che esiste una casta dominante in questo paese. Fatta da politici, boiardi di stato, banchieri, manager privati, industrialotti, giornalisti, editori, finanzieri. Questa casta per certi versi intercambiabile possiede partiti e media, gestisce aziende pubbliche e private, comanda le forze dell’ordine, controlla in buona parte i sindacati, orienta gran parte dell’opinione pubblica.

Poi esiste il paese reale, in buona parte preso a farsi i cazzi propri, in una perenne lotta a gomitate per stare meglio del vicino o del collega. Paese reale che non è migliore moralmente della casta che lo governa. Ma che quando, un settore dopo l’altro, sente l’acqua arrivare alla gola, protesta.

Il terrore della casta è che questa protesta si saldi, si estenda e che divenga sovversiva. E quanto più essa si estende tanto più può diventare oggettivamente sovversiva, nel senso letterale di sovvertire lo stato di cose esistente. Rovesciarlo. Perché sempre più difficile da tenere sotto controllo, isolare e circoscrivere.

E non c’è bisogno che siano movimenti organizzati che si muovano all’unisono. Bastano le istanze locali e la frequenza con cui si sta arrivando alla protesta, per far sì che i focolai aumentino su tutto il territorio nazionale, rendendo sempre più difficile il controllo militare della questione.