Cose così


Qualche anno fa, in azienda, chiamiamo una ditta per lo smaltimento di una tettoia in eternit. La ditta comunica alla Asl il giorno che intende effettuare il lavoro e la Asl manda la polizia municipale a controllare.

Quando arrivano, trovano gli operai della ditta che stanno lavorando su un trabattello (struttura di ponteggio mobile) con i piedi a circa 150 cm da terra (erano all’altezza del mio petto). Fermano tutto. Gli fanno un verbale salatissimo perchè non avevano indossati i dispositivi di protezione individuale per i lavori in altezza.

Quindi vedono lì accanto la cisterna di plastica in cui stiviamo l’olio esausto. In attesa dello smaltimento. Per chi non lo sapesse, lo smaltimento di olio esausto è gratuito. Cioè viene pagato all’origine, quando acquisti olio motore nuovo, con una tassa che viene girata al consorzio smaltimento olii esausti. E credo che questo sia un ottimo sistema peraltro.

Noi non dobbiamo far altro che chiamare la ditta che lo smaltisce e quella viene con un’autocisterna e se lo porta via. Insomma noi non abbiamo alcun interesse a buttarlo nella rete fognaria o nei campi, tanto per dire. Aldilà della nostra coscienza ecologica.

La legge dice che deve esistere un registro di carico e scarico dell’olio esausto. Ovviamente ce lo abbiamo. Solo che, perché ci sono sempre cento cose da fare, quello che avviene normalmente è che si butta l’olio nella tanicona, quando questa è quasi piena si chiama l’autocisterna, quella aspira l’olio e alla pompa è collegato un contatore. Alla fine ci dice: 500 kg. o 400 kg. Noi carichiamo la cifra e la scarichiamo. Invece di caricarla giorno per giorno man mano che viene raccolto.

Quindi il registro non era aggiornato. Quindi 6500 euro di multa.

Parlando con i vigili ci fanno capire che ci va anche bene, perché potrebbero anche fare una multa per quello spazzolone attaccato al tubo dell’acqua.

Ma perchè, chiedo, non posso dare una sciacquata a una macchina? vedete benissimo che questo non è mica un autolavaggio. E solo per togliere la polvere, a volte.

No. Non lo potete fare. Ci vuole l’autorizzazione allo scarico. La vasca di decantazione. Questo e quell’altro.

Ma scusate.. allora la gente che lava la macchina alla fontanella?

No, non lo possono fare. va beh il privato non lo controlla nessuno, ma un’azienda…

Chiaramente la multa di 6500 euro diventa di 2500 se paghiamo entro 60 gg. Il ricorso non serve a niente. I funzionari sono tutti comprensivi, riconoscono la buona fede, ma tant’è: Dura lex sed lex.

Bene. Anzi male.

Racconto questa cosa perché ultimamente c’è un proliferare di lavaggi a mano. Tutti gestiti da extracomunitari. Nella zona in cui abito ce ne sono quattro in meno di un chilometro. Una porta di negozio: venti/venticinque metri quadrati. Lavano le macchine in mezzo alla strada, sui marciapiedi, l’acqua, col sapone e i grassi, gli olii sciolti, vanno nelle fognature.

Io non ho niente contro questi poveracci che con questo freddo stanno tutto il giorno nell’umidità per guadagnare pochi euro.

Ma non mi spiego come sia possibile che per le leggi che ci sono in italia, per il tipo di tassazione e controlli cui è sottoposta un’azienda, questo tipo di attività possa esistere.

Qualcosa non mi quadra.

E non quadra a nessuno che abbia mai avuto a che fare con l’idea di aprire una qualsiasi attività.

E’ lo stesso discorso che si è fatto in questi giorni sulle attività di lavorazioni gestite da cinesi. Nessuno è in grado di capirci nulla. Fanno esattamente come vogliono, se c’è un controllo di qualsiasi tipo è tutto così totalmente illegale che chi controlla non riesce nemmeno a parlare con qualcuno.

In questo modo è chiaro che chi imposta la questione su temi sostanzialmente razzisti e xenofobi troverà facile presa, aldilà del politically correct di facciata dei maestrini lontani anni luce dalla realtà sociale.

Purtroppo, nelle piccole cose di vita quotidiana, ognuno potrebbe raccontare facilmente decine di episodi in cui non c’è né giustizia né logica. Viviamo sempre di più in una specie di giungla in cui ogni tanto arriva il fulmine dall’alto di una giustizia persecutoria e sperequativa, generatrice casuale di disuguaglianza.

Oggi leggevo di una retata a Piazza Navona contro… i pittori.

Cioè, i pittori a piazza navona stanno lì, con le loro matite e/o pennelli, o le bombolette. Qualche opera già fatta. Ti fanno il ritratto o ti disegnano sotto gli occhi il colosseo.

Hanno sequestrato più di 1000 tele e fatto multe per occupazione di suolo pubblico e mancate autorizzazioni alla vendita.

Io non credo che a piazza navona ci siano dei ricchi evasori. Penso che ci sia gente che fatica a vivere.

Che dobbiamo fare?

 

 

 

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Confessioni di un guerriero di droni


Lui, a dir la verità, era un esperimento. Uno dei primi ad essere stati reclutati per un nuovo tipo di guerra in cui uomini e macchine si fondono. Ha volato in diverse missioni, senza mai lasciare la sua postazione informatica. Ha dato la caccia a pericolosi terroristi, ha salvato vite umane, ma sempre da lontano. Ha pedinato e ucciso un numero incredibile di persone, ma non sempre sapeva a cosa o a chi stesse mirando. Vi presentiamo la macchina da guerra Americana del 21° secolo. Che è ancora, incredibilmente e terribilmente umana.



Nella foto: L’ aviere scelto Brandon Bryant

Dal buio di un box nel deserto del Nevada, guardava tre uomini che procedevano per una strada sterrata in Afganistan. Il box veniva tenuto al freddo – precisamente 68 gradi F°, – e l’unica luce all’interno proveniva dai monitor dei computer.

L’aria era irrespirabile, impregnata di sudore umano stantio e di fumo di sigarette. Sulla sua console c’era un’immagine di un paesaggio invernale della provincia afgana orientale del Kunar – una tavolozza di marroni e di grigi, campi di paglia secca, foreste scure che salivano su per i pendii dell’Hindu Kush. Zoommò sui tre sospetti, ognuno di loro era vestito con i tradizionali shalwar kameez, lunghe camicie e pantaloni larghi. Non sapeva altro di loro: i loro nomi, i loro pensieri o i mille e mille altri dettagli della loro vita.

Gli era stato detto che trasportavano fucili sulle loro spalle, ma per quanto lui ne sapesse, potevano essere dei semplici pastori. Tuttavia, la direttiva dall’alto, quella misteriosa catena gerarchica che finiva dritta nella sua cuffia, era chiara: confermato, sono armi. Quindi lui passò dallo spettro visivo – dai grigi e dai marroni della normale “Tv” – al forte contrasto degli infrarossi: e le impronte di “calore” dei tre uomini che avanzavano apparivano come dei fantasmi bianchi contro il nero del terreno sotto di loro. Un osservatore della sicurezza dietro di lui si raccomandò che l’attivazione dell’arma avvenisse secondo il manuale. Una lunghissima checklist, il bersaglio del laser centrato sui due uomini che camminavano davanti. Un conto alla rovescia – tre…due…uno…e poi la semplice frase “missile fuori”. Da 7,500 miglia di distanza, si liberò dal suo guscio un missile Hellfire e in pochi secondi raggiunse una velocità supersonica.

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Il 9 ottobre 1967 -storie


Veniva ucciso Ernesto “Che” Guevara. Il racconto della morte è possibile leggerlo qui.
L’assassinio a sangue freddo fu materialmente compiuto dal tenente Mario Teran, agli ordini del colonnello Roberto Quintanilla.
Roberto “Toto” Quintanilla come colonnello dei servizi segreti boliviani due anni dopo fu responsabile della tortura e dell’uccisione di Inti Peredo.
Che aveva preso il posto del Che come capo dell’Esercito di Liberazione Boliviano.

Uno spunto


Un italiano va in Svizzera a morire di suicidio assistito e sceglie di portarsi dietro un testimone che poi racconti, in parole e immagini, quello che ha visto. Questa è la cronaca delle sue ultime ore di vita. Una storia vera che, dietro sua precisa richiesta, evita di mostrarne il volto e di divulgarne il nome. Ma che ha molti punti in comune con la vicenda, in questi giorni al centro delle cronache, del magistrato calabrese morto nella stessa città, davanti allo stesso medico, tre mesi fa.

Entra in uno dei tanti bar di fronte alla Stazione Centrale, a Milano. Il suo treno parte fra mezz’ora, ha tempo per un espresso. Lo ordina lungo e non lo zucchera. Lo beve in tre sorsi, lascia una moneta di fianco al piattino, saluta ed esce. Prima di seguirlo faccio in tempo a notare il colore e la forma della schiuma che si è rappresa sulle pareti interne della tazzina, ed è un’immagine che non scorderò più, perché l’uomo che ha appena bevuto da quella tazzina cesserà di vivere fra esattamente ventidue ore.

Io lo so, lo sa anche lui, ed è per questo che, passando davanti al bar, mi ha detto: «Sergio, andiamo a prendere un ultimo caffè come si deve, ché in Svizzera li fanno ‘na chiavica».

Sergio Ramazzotti per “Vanity Fair“, in edicola domani

Quarantotto ore prima, ha telefonato da un paesino del Sud e preso il suo appuntamento con la morte a Basilea, per le otto e trenta del mattino di un giorno di primavera. La sentenza, mi dice, in realtà gli è stata comunicata da tempo, con la diagnosi di una malattia neurodegenerativa devastante, che nel giro di qualche anno lo ridurrà a un vegetale e infine lo ucciderà.

Nel 2010 è andato la prima volta in Svizzera per avviare la pratica di suicidio, illegale in Italia, e ha scoperto che anche lì darsi la morte non è semplice: serve il nulla osta di due medici diversi, che la deontologia obbliga a cercare di dissuaderti. Nei due anni successivi, è stato respinto tre volte.

Intanto la malattia ha continuato il suo corso, e da tempo lui teme di superare quello che gli assistenti al suicidio definiscono il «punto di non ritorno», oltre il quale il tuo degrado psicofisico non ti consente più di aprire la valvola della flebo con la sostanza letale (la legge vieta che sia il medico a farlo al tuo posto, si tratterebbe di eutanasia). È il paradosso del suicidio assistito: devi avere ancora vita a sufficienza perché ti sia concesso di togliertela.

Ma è un uomo tenace, uno che si è fatto strada dal nulla, ha preso due lauree e al culmine della carriera è arrivato a disporre dei destini di centinaia di suoi simili: all’inizio di quest’anno è tornato alla carica, si è sottoposto a nuove visite, si è fatto preparare l’ennesima perizia, l’ha spedita in Svizzera, ha ricevuto un sms. Me lo mostra sul display del suo cellulare. Mittente: Erika Preisig, +41.79 eccetera. Il testo è in italiano: «Puo venire morire giovedi proximo».

 

Preisig è un medico e un’assistente al suicidio. Tre giorni la settimana è impegnata in ambulatorio a Basilea, quindi a chi vuole morire dà appuntamento il lunedì o il giovedì, i suoi giorni liberi. Lui la conosce bene: da tre anni le scrive lettere che esordiscono tutte con la stessa frase: «Dolce sorella mia».

Quando ha riattaccato, dopo averla chiamata per accordarsi sul luogo e sull’ora in cui lascerà questo mondo, erano da poco passate le undici di mattino di un venerdì: sapeva di avere, al netto degli imprevisti, centoquarantuno ore e trenta minuti di vita.

Quando lo vedo, il lunedì mattina, gliene sono rimaste poco più di sessantotto: arriva in macchina nella via dove mi ha chiesto di aspettarlo, lontano dal centro per non rischiare di incontrare i conoscenti, la moglie, i figli a cui ha raccontato che sarà a Napoli per l’ennesimo consulto con uno specialista. «Se sapessero cosa sto andando a fare mi incatenerebbero a casa», dice con un sorriso amaro.


Litighiamo subito, perché vorrebbe che guidassi la macchina fino a Napoli, ma io mi oppongo, non voglio avere una parte attiva nel suo viaggio verso Basilea. «Solo fino a Napoli e poi prendiamo il Frecciarossa, che ti costa?», insiste. Rispondo che può costarmi ¬l’anima, oltre a qualche anno di galera. «Sergio, quanto sei stronzo, nemmeno a un uomo che sta per morire puoi fare un favore», dice, ma ci aggiunge una carezza sulla guancia. «Ma sì, hai ragione, lo stronzo sono io: monta e jammucinne, va’».

Guida con una lentezza esasperante, doversi concentrare sulla strada lo stanca parecchio. Sono duecento chilometri fino a Napoli, milletrecento fino a Basilea, sessantasette ore e tre quarti di vita.

Mi ha voluto accanto a sé perché rimanesse una testimonianza della sua scelta, delle ragioni che l’hanno spinto a compierla, di come sia costretto – trascrivo le sue parole – a «umiliarsi un uomo, viaggiando lontano da casa come una specie di clandestino, per poter esercitare fino alle estreme conseguenze il proprio sacrosanto diritto al libero arbitrio, che nel nostro Paese ci viene negato». E sono qui, un perfetto estraneo nell’abitacolo della macchina dove dovrebbero essere i suoi familiari, a chiedermi se sia stato lui ad abbandonarli o se invece, come sostiene, non sia il contrario.


«I familiari non capiscono le tue sofferenze», dice in tono rabbioso, «non capiscono che quando sei condannato la vita può diventare un peso insopportabile, che ogni volta che vedi sorgere il sole e sai che ti aspetta un altro giorno da vivere è come se ti caricassero sulle spalle un altro macigno e ti spingessero a camminare a frustate. No, non lo capiscono, o forse non vogliono. Tutto quello che vogliono è che tu continui a esistere, per la loro consolazione, per il loro puro egoismo, per rimandare il più possibile il momento in cui dovranno avere a che fare con la tua morte. Però poi cercano di evitarti, trovano ogni scusa per lasciarti da solo, perché la tua malattia li mette a disagio».

Nei suoi occhi c’è un’amarezza infinita, e un risentimento che in parte è rivolto a me, perché crede che anch’io sia di quelli che non capiscono. Lo crede da quando ci siamo fermati in un bar lungo la strada per comprare dei panini che abbiamo mangiato in macchina, mentre continuava a guidare. Erano panini appetitosi, di pane casereccio e prosciutto e formaggio locale. Mangiava con gusto, e ho osservato che non sembrava uno pronto a morire, e la cosa l’ha mandato su tutte le furie. «E secondo te che cazzo dovrei fare, digiunare, così crepo con la fame?», ha urlato.


«Pensi che mi faccia piacere andarmene, eh? Pensi che non preferirei continuare a godermi la vita? Il fatto è che quando sei nelle mie condizioni un momento per andartene lo devi scegliere, e deve essere prima di rincoglionirti del tutto, prima di non essere più capace di aprire quella cazzo di valvola, capito? Prima, quando ancora hai appetito e voglia di berti un vino fresco e farti una scopata, perché dopo è troppo tardi. Quindi non rompermi mai più i coglioni con questa storia».

Così è calato il silenzio, che mi è parso durare un’eternità ed era intollerabile perché ormai le ore erano sessantaquattro scarse, fino a quando non mi ha appoggiato una mano sulla spalla e, come se fra noi non fosse successo nulla, ha detto: «Sergio, che hai, perché non parli più?». Con il Vesuvio all’orizzonte, ha avuto la tremenda prontezza di citare l’adagio vedi Napoli e poi muori, e ha aggiunto: «Non posso biasimarli, sai».


«Chi non puoi biasimare?», ho chiesto. «I miei. Quelli come loro. Tutti quelli che mi vorrebbero vivo. Non possiamo sopportare la vista di una persona se sappiamo con precisione l’ora in cui morirà. Riusciamo ad affrontare la morte solo quando ci coglie alla sprovvista. È uno dei pochi casi in cui la certezza spaventa più dell’ignoto. Tu, per esempio, la sopporti la mia presenza?». Rispondo di sì. Entrambi sappiamo che sto mentendo.

Sul frecciarossa per Roma, e su quello che il giorno dopo ci porta a Milano, parla in continuazione, come se avesse orrore del silenzio, come se una vita senza conversazione fosse una vita sprecata. Discute in modo brillante di tutto, di filosofia, di musica, di storia e di fisica delle particelle subatomiche. L’unico argomento che liquida in due frasi lapidarie è la fede: «Una gran fregatura», dice, lui che è cresciuto in una famiglia rigidamente cattolica.


«Non posso più accettare l’idea di un Dio che permetta tanta sofferenza».
A Roma, dove abbiamo fatto una sosta perché non se la sentiva di proseguire, ha voluto entrare in Santa Maria Maggiore. Si è messo a sedere sul plinto di una colonna ed è stato per un po’ con lo sguardo fisso verso l’abside. Ho pensato che stesse pregando, ma quando mi sono avvicinato ha detto: «Andiamocene a mangiare qualcosa, che è meglio».
Tace solo quando l’emicrania prende il sopravvento, e allora chiede a me di parlare. «Raccontami delle storie», dice. «Di che genere?», rispondo.

«Del genere che non annoia: ‘sto viaggio è lungo assai», e mi sorprendo a rivelargli cose inconfessabili che non ho mai raccontato a nessuno. Alcune lo fanno ridere, e penso che un uomo non ride mentre va incontro alla propria morte. O forse è solo una convenzione a cui siamo stati educati. A tratti mi perdo nei pensieri, in silenzio fisso la campagna che scorre troppo veloce oltre il finestrino, faccio il calcolo delle ore che restano. Allora lui mi scuote una spalla e mi dice: «Fatti coraggio, non è niente».


È ossessionato dalla possibilità che la famiglia intuisca le sue intenzioni e metta la polizia sulle sue tracce. Ha tolto la batteria dal cellulare, nelle stazioni si guarda in giro alla ricerca delle telecamere, paga tutto in contanti.

In albergo a Milano, mentre estrae dalla borsa a tracolla sei banconote da cinquanta nuove di zecca per pagare la camera, l’uomo alla reception guarda con sospetto e fastidio i suoi capelli sporchi, l’impermeabile sgualcito, il volto deformato dalla stanchezza del viaggio, la camminata sofferente sostenuta dalla stampella – tutte cose che stonano con l’arredamento di design – e l’unico bagaglio, troppo piccolo anche per una sola notte.

È la stessa cosa che mi chiedo anch’io dall’altro ieri: che cosa mette in valigia un uomo che va a morire? Che cosa c’è nelle sue tasche, e perché mi incuriosisce più di quello che c’è nella sua testa?

Lo scopro quando lo accompagno in camera e lui svuota il contenuto della borsa per disporre tutto con ordine maniacale sulla scrivania. C’è poco più di niente. Due grosse buste indirizzate ai familiari. Una cartelletta azzurra gonfia di perizie mediche. Un portafoglio con i contanti. Le chiavi della macchina che spedirà alla famiglia con lo scontrino di un parcheggio di Napoli. Un sacchetto di plastica con un’arancia e una confezione di biscotti.


Niente biancheria, niente vestiti di ricambio, nessun accessorio da bagno: per contenerli ci vorrebbe almeno una borsa quarantotto ore, e a lui non ne restano che trentacinque.

Sul treno per Zurigo, dopo l’ultimo caffè davanti alla Centrale, non parla più. Da quando abbiamo passato il confine e le guardie di frontiera svizzere e i finanzieri italiani sono scesi, fissa il cielo oltre le vette, come se stesse studiando la rotta. «Leggi un po’», mi dice, «fa’ qualcosa per distrarti, lasciami guardare queste belle montagne».

Penso, sul momento, che sia il suo modo di prepararsi ad abbandonare la terra, di recidere uno a uno i fili che lo legano al mondo, a cominciare dalla conversazione e dal rapporto con gli altri esseri viventi. Scoprirò, poi, che non è così: lui è semplicemente angosciato dalla prospettiva di non riuscire a superare l’ultimo ostacolo che lo separa dalla morte, il consulto con il medico di Zurigo che dovrà firmare il secondo nulla osta, il giorno precedente il suicidio.

Arriviamo all’ambulatorio verso le cinque del pomeriggio, in ritardo di mezz’ora. Teme di non trovare più il dottore, che invece è lì ad aspettarlo e lo accoglie con una stretta di mano, parlando in un italiano dal forte accento tedesco. Il colloquio dura tre quarti d’ora. Il medico è un uomo tarchiato con una folta barba candida, indossa una camicia da montagna che – penso in modo del tutto incongruente – mi ricorda il nonno di Heidi, fa domande a raffica.


Quando finalmente dice: «Per me tutto a posto, può morire tomani», lui – un uomo che per tutta la vita ha guidato le sorti di altri uomini – cade in ginocchio, gli afferra la mano, la bacia, dice: «Grazie, dottore, che Dio la benedica».

Ora è sollevato, quasi allegro. Ha ripreso a parlare e alla stazione di Zurigo, mentre aspettiamo il treno per Basilea, vuole comprare un sandwich con würstel di vitello. Lo mangiamo in piedi sulla banchina: sarà la sua ultima cena.

Alla reception dell’albergo di Basilea il personale è più cortese che a Milano. Quando ha prenotato, lui ha pagato anche per la notte precedente, e la donna in tailleur nero gli dice che potrà farsi rimborsare i soldi dalla sua agenzia di viaggio. Le risponde con un mezzo sorriso: «Signorina, non ha importanza».

La dottoressa Preisig lo raggiunge nella sua stanza un’ora dopo. Si abbracciano con un’intensità struggente. Preisig gli fa firmare gli incartamenti, all’improvviso lui è agitato, insofferente: «Erika, non possiamo farlo stasera?». Lei, paziente, spiega che è impossibile: la morte ha bisogno dell’apparato burocratico, che la notte non lavora. «E se stanotte dovesse succederti qualcosa? Se domattina tu non potessi venire?».


Fanno quasi tutti così, mi spiegherà poi la dottoressa: giunti a questo punto non hanno paura della morte, ma di non poter morire. Le chiede di accompagnarlo a fare una passeggiata: «Voglio vedere il centro storico, non ci sono mai stato».

Camminano sottobraccio, lentamente, nei vicoli deserti. Fa freddo, e lui non ha altri vestiti che quelli con cui è uscito di casa tre giorni prima, vestiti da primavera del Sud, adatti a un luogo soleggiato, immensamente lontano. Dopo un po’ è stanco, vuole tornare in albergo. Quando Preisig sale in macchina, le dice: «Stai attenta, guida piano». L’ultima cosa che fa prima di ritirarsi in camera è chiedere alla ragazza in tailleur di prenotargli un taxi per il mattino: «Mi raccomando, alle otto e venti precise: ho un appuntamento importante».

Il monolocale al piano terra dove Preisig accompagna al suicidio è in un quartiere residenziale poco lontano dal centro. Un secolo fa ospitava una sinagoga. Lei lo ha fatto ristrutturare cercando di renderlo il più accogliente possibile, ma il risultato è che sembra la stanza di un residence per ex mariti cacciati di casa: c’è un letto singolo, una poltrona, un angolo cottura a vista, un assortimento di cd, un tavolino da salotto con un vassoio di cioccolatini, nessuna finestra, la gelida presenza dello stelo di alluminio per appendere la flebo.

Arriviamo qualche minuto prima delle otto e trenta. Entra, saluta, dà un’occhiata rapida alla stanza, guarda l’orologio, chiede se è tutto a posto con un tono distaccato, quasi militare. Anche Erika cerca di sembrare fredda e padrona di sé («È quello che le persone si aspettano, a questo punto»), ma è evidente che le costa fatica. Lui estrae dalla borsa le lettere per i familiari, chiede che vengano spedite dopo la sua morte insieme all’urna con le ceneri, si sfila le scarpe, si siede sulla poltrona. «Erika, angelo mio», dice, stavolta con dolcezza, «vieni, non perdiamo tempo».


Alle otto e quarantacinque, Preisig gli infila l’ago nella vena, e mette in comunicazione il suo corpo con la sacca di soluzione fisiologica nella quale ha già disciolto una dose letale di Pentobarbital di sodio. Da adesso, la sola cosa che lo separa dalla morte è un pezzetto di plastica arancione del valore di pochi centesimi, la valvola che dovrà aprire. Erika gliela porge, lui la prende delicatamente, come se fosse una farfalla viva. Nei suoi occhi c’è una gratitudine incalcolabile.

«Funzionerà, vero? Non soffrirò?», dice. «No, non soffrirai. Dormirai un sonno profondo». «Grazie, angelo mio, che Dio te ne renda merito». Poi ha un ripensamento. «Sergio», dice, «portami la borsa». Gliela metto in grembo, rovista tra le carte e l’arancia ancora intatta e ne estrae un piccolo crocifisso. Lo stringe nell’altra mano, mi guarda e scrolla le spalle come per dirmi: che ci vuoi fare?

Poi tutto accade velocemente. Ruedi, il fratello di Erika, accende la telecamera: il video servirà a dimostrare che in questa stanza un uomo si è tolto la vita di sua volontà. La polizia lo dovrà visionare, ma verrà chiamata solo a decesso avvenuto: per paradosso, se fosse presente dovrebbe impedire il suicidio.

Erika rivolge le tre domande di rito: nome, data di nascita, sei cosciente di quello che accadrà quando aprirai la valvola. Alla terza, la risposta è: «Finalmente sarò libero». Tocca a lui aprire la valvola, alle nove e sei minuti. Nello stesso momento comincia a recitare l’Ave Maria. Erika, in ginocchio, gli accarezza la mano e sussurra il suo nome come un mantra. Quando si arriva a «prega per noi peccatori», la voce è un nastro al rallentatore. Non pronuncerà mai l’amen finale. Il suo cuore si ferma alle nove e dieci.


Mentre aspettiamo la polizia, che arriverà tra poco insieme al procuratore capo e al medico legale, guardo il corpo di quest’uomo che ho conosciuto in modo così superficiale eppure così intimo, un uomo forte e disperato, che alcuni chiamerebbero un eroe e altri un codardo. Sul suo volto vedo la pace. Mentre il personale dei servizi funebri lo porta via, mi sembra di sentire la sua voce che mi dice: «Sergio, non rompermi i coglioni».

fra i pigliainculo e i quaquaraqua.


La calata dei 5stelle in tv mi ha fatto accendere quell’inutile elettrodomestico. Curiosità.
L’aggressività di quel tale formigli ieri sera in una trasmissione su la7 – che nemmeno un pubblico ministero con un delinquente – era la migliore risposta alla sua stessa domanda: “pensa che i giornalisti italiani siano collusi? pensa che io sia colluso?”
Si. Perché hai un editore che ti paga, e molto bene, anche se la rete in cui trasmetti perde milioni di euro. E nelle regole del libero mercato tanto amate da chi ci governa da decenni ormai, ciò non dovrebbe esistere, a meno che l’esigenza non risponda ad uno scopo “altro” cui il profitto può essere, entro certi limiti, sacrificabile.

E lo scopo è quello, per una parte politica-finanziaria, di avere una propria voce nei media. Se lavori per una parte politica-finanziaria, sarai condizionato dalle convenienze di questa parte. Chi più, chi meno, per convinzione o per accondiscendenza. Perché ogni “parte” opererà una selezione all’origine in primo luogo, scegliendo i professionisti più adatti alla propria linea editoriale. E questi, “tenendo famiglia” si adatteranno naturalmente ancora di più.

Il risultato è l’informazione che abbiamo, che rispecchia le opinioni e le concezioni del mondo della classe dirigente, le divisioni e le contrapposizioni di questa, ma sempre nell’ambito consociativo… ché in fondo tutti “tengono famiglia”.
Generazioni di giornalisti addestrati all’obbedienza, in cui le naturali capacità ad uniformarsi al pensiero dominante sono state incoraggiate e premiate.

Viceversa chi non si adatta, chi ha mantenuto una propria autonoma visione del mondo e della professione, viene emarginato, spinto fuori dal circuito dei soldi veri.

Per cui sì, sei colluso, c’era da dirgli. Per stare qui lo sei senza dubbio. Fai parte del sistema che governa il paese e lo ha portato nella catastrofe. Ci vivi con questo teatrino, ci mangi bene, e tieni gli occhi chiusi su dove e come si cucinano i piatti della tua mensa.

E la rabbia che dimostrava ieri sera, quell’aggressività inquisitoria, verso il senatore del m5s, non era per capire, ma per accusare, per colpire, per far male.

Debole con i forti e forte con i deboli.

Perché non mi risulta che con altri ospiti quel conduttore che si appuntava medaglie antiberlusconiane sia mai stato così aggressivo, che anzi in genere sti fighetti sinistroidi preferiscono indulgere alla battuta fine, allo charme, al noblesse oblige con le parti avverse, con quella cavalleria per cui dopo si va a mangiare tutti insieme, si scherza e si ride e in fondo siamo amici, attori che recitano delle parti. E tanto più quando di fronte hanno dei potenti.

E invece ieri sera aveva, finalmente, davanti qualcuno senza santi in paradiso, da massacrare con gusto e a piacimento.

Morra si è difeso bene, incalzato, interrotto, senza nemmeno un bicchiere d’acqua, mantenendo la calma.

L’altro, se avesse potuto sbranarlo, se avesse potuto distruggerlo, fargli saltare i nervi… ah quale soddisfazione. Ci ha provato in tutti i modi.

Bello eh, formigli, poter aggredire qualcuno nel tuo ambiente, conducendo la discussione come vuoi, sapendo di poter comunque avere l’ultima parola e soprattutto sapendo che il giorno dopo non riceverai nessuna telefonata da chi ti paga per dirti che hai esagerato.

Anzi. Potrai vantarti. Gliel’ho fatta vedere io.

 

Io, quello che ho visto ieri sera, molto chiaramente, è stata tanta povertà umana…

« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”  (Sciascia – Il giorno della Civetta)

ieri sera è stata la sua giornata di gloria: ha fatto l’ominicchio, ma si capisce bene che normalmente sta più sotto.

Costituzione della Re … del Sistema Italiano


La Costituzione del Sistema (era Repubblica) Italiano

Principi fondamentali

Art. 1

L’Italia è un  Sistema tecnocratico, fondato sulla disoccupazione, la sottooccupazione e il precariato.

La sovranità appartiene ad una elite, che la esercita definendo legale ciò che gli fa comodo.

Art. 2

Il Sistema  riconosce e garantisce i diritti inviolabili di alcuni individui e li difenderà e li proteggerà. I restanti cittadini potranno effettuare ricorso fatto salvo il pagamento di quanto dovuto e gli interessi di Legge, fino all’annullamento dello stesso per vizio di forma.

Art. 3

I cittadini si organizzano in due caste: i cittadini comuni, per i quali si applica la legge, e i membri delle elite, per i quali la legge va opportunamente interpretata di volta in volta.
All’interno di ogni casta i cittadini possono essere ulteriormente differenziati di fronte alla legge, in base a sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
È compito del Sistema rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, lasciando di fatto alcune libertà ai cittadini comuni, impediscono il pieno sviluppo della tecnocrazia.

Art. 4

Il Sistema riconosce il diritto agli appartenenti all’elite di fare profitto strozzando i cittadini e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che gli permetta di pagare tasse e imposte secondo un minimo prestabilito a prescindere dal reddito.

Art. 5

Il Sistema è organizzato in pseudoautonomie locali, utili alla dissoluzione dello Stato e alla spartizione del profitto. Il decentramento amministrativo viene dissuaso tramite la leva finanziaria.

Art. 6

Il Sistema non si preoccupa delle minoranze linguistiche, in effetti anche la lingua italiana verrà infine abbandonata a favore della lingua inglese, vera lingua del Sistema.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica cooperano nello strozzare e controllare i cittadini. Lo Stato e la Chiesa cattolica si basano nel loro rapporto sul reciproco interesse. E’ permessa alla Chiesa Cattolica ogni tipo di ingerenza in questioni etiche e/o morali e ampia autonomia finanziaria, inclusa extraterritorialità e extralegalità. Per contro la Chiesa Cattolica s’impegna a mantenere in regime controllato i cittadini, indirizzando il voto a seconda delle necessità della casta dominante.

 

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono uguali di fronte alla legge, ma una è più uguale delle altre, ed è la Chiesa cattolica (vedi precedente art. 7).
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno per ora diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, ma è bene che facciano attenzione, in particolare quella islamica.

Art. 9

Il Sistema disprezza la cultura, in quanto pericolosa per il potere, promuove la sostituzione di essa con spettacoli televisivi, preferibilmente di tipo “reality”. Scienza e tecnica sono invece apprezzate, purché siano finalizzate al profitto ed al miglior funzionamento del Sistema, ma la ricerca e la scuola non saranno finanziate in alcun modo, ritenendo l’investimento oltre il breve termine controproducente all’interesse della casta dominante.
Il Sistema promuove la privatizzazione del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, in modo da farci profitto.

 

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle necessità della finanza internazionale per quanto riguarda le relazioni internazionali. Nel caso ciò contrasti con qualche trattato internazionale, tale trattato verrà disconosciuto.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in base ai rapporti di forza tra l’Italia e lo Stato di provenienza dello straniero.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, verrà respinto indietro, preferibilmente in mare aperto. Nel caso riuscisse ad arrivare alla terraferma, verrà punito con la reclusione in campi denominati di accoglienza, seguita comunque dall’espulsione. Si possono tranquillamente estradare gli stranieri che manifestano opinioni politiche sgradite, incolpandoli di terrorismo.

 

Art. 11

L’Italia rifiuta la parola “guerra” per indicare le sue offese alla libertà degli altri popoli e i suoi interventi armati per risolvere (o incancrenire) controversie internazionali: per indicare tali operazioni verranno usate nuove parole, per esempio “operazione di polizia internazionale”, “esportazione della democrazia”, “responsabilità di proteggere”, “difesa dei civili” e analoghe. È preferibile che il termine da usare per indicare gli interventi armati cambi ogni volta. L’Italia consente le limitazioni di sovranità utili a garantire un maggior profitto della finanza internazionale, promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni, da utilizzare in funzione di manifestazioni sportive quali campionati del mondo di calcio.

Sulle orme di Shakleton


Un gruppo inglese-australiano ha replicato la storica impresa di Ernest Shackleton, esploratore polare che nel 1916 riuscì a salvare il suo equipaggio, rimasto intrappolato in Antartide per un anno, con un’impresa al limite delle possibilità umane. In particolare, il gruppo guidato da Tim Jarvis e Barry “Baz” Gray ha replicato le ultime due parti del salvataggio, le più dure: la navigazione, in una scialuppa di 6 metri, dalla Elephant Island alla South Georgia, pari a 1300 km, e la successiva traversata, a piedi, della stessa isola, tra montagne da scalare e crepacci da evitare.

Il tutto utilizzando imbarcazioni, strumenti ed equipaggiamento identici a quelli impiegati dall’esploratore. Una prova che si è rivelata durissima, tanto da costringere Jarvis e Bay a qualche compromesso: alcuni membri dell’equipaggio hanno dovuto desistere, il gruppo si è accampato in tende di ultima generazione, mentre Shackleton non ne aveva alcuna; a un certo punto, uno dei partecipanti è tornato indietro per portare abbigliamento termico attuale a Jarvis e Bay, che accusavano principi di congelamento ai piedi. “Quelli erano veri ‘Iron men'”, ha sintetizzato Jarvis, a fine spedizione, dichiarandosi comunque soddisfatto del risultato ottenuto. (continua articolo su Repubblica Viaggi)

Un po’ di anni fa mi regalarono il libro “Endurance. L’incredibile viaggio di Shakleton al Polo Sud” di A. Lansing. Uno dei più bei libri di avventura che abbia mai letto. E laggettivo incredibile nel titolo è più che necessario, è inevitabile.

La spedizione partì da Londra il 1 agosto 1914, con a bordo Shackleton e altri 27 uomini. La nave Endurance rimase ancorata a Grytvyken (Georgia del Sud) per circa un mese e salpò diretta verso il mare di Weddel il 5 dicembre del 1914, il 10 gennaio 1915 la nave raggiunse il mare di Weddell e il 19 dello stesso mese rimase incastrata nel pack. (timeline e altra map)

La nave, incastrata nei ghiacci, andò alla deriva da 77° S a 61° S, il 27 ottobre e dovette essere abbandonata, il 21 novembre fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton fece trasferire l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato “Ocean Camp” dove rimasero fino al 29 dicembre quando si trasferirono, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio sul un lastrone di banchisa in quello che chiamarono Patience Camp

Fino all’8 aprile 1916 rimasero sulla banchisa e quando questa iniziò a sciogliersi tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Dopo una navigazione molto difficile, raggiunsero la costa dell’isola il 15 aprile del 1916 (498º giorno della spedizione). Le probabilità di ritrovamento e soccorso erano pressoché nulle, Shackleton decise quindi di raggiungere, utilizzando la scialuppa in condizioni migliori, la Georgia del Sud (distante 700 miglia marine, circa 1.300 km) insieme a cinque uomini per cercare aiuto. Salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell’isola (baia di Re Haakon) dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche abominevoli.

Shackleton, insieme a Tom Crean e Frank Worsley, riuscì in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (fu il primo attraversamento dell’isola) per raggiungere la stazione baleniera di Stromness situata sulla costa settentrionale, vi giunsero il 20 maggio. Da lì Shackleton organizzò il soccorso degli uomini rimasti sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916 col rimorchiatore cileno Yelcho.

In questi due anni Shakleton non perse nemmeno un uomo.

sopra : gli uomini del team anglo-australiano nella spedizione che ripercorre le ultime due tappe del viaggio di Shakleton

la partenza di Shakleton sulla scialuppa “James Caird” dall’isola Elephant

Il fatto è che l’incredibile viaggio di Shakleton non è una epopea. Sono più di una, almeno tre! Vale la pena di leggere perlomeno la storia condensata, su wikipedia o qui in inglese.

– la traversata del pack tormentato, trainando tre scialuppe piene e tutto quello che avevano salvato, per centinaia di chilometri.

– quella di 1500 km di oceano in una zona fra le più burrascose del mondo, con una scialuppa di sette metri, una bussola e un cronometro (nella foto sopra la partenza dall’isola Elephant)

– la traversata per 30 km lineari (ovviamente di più considerando che non avevano una carta) in una zona montagnosa e crepacciata, mettendo dei chiodi nelle suole delle scarpe come ramponi e usando attrezzi di fortuna come equipaggiamento alpinistico.

Solo quest’ultima parte è un’impresa alpinistica di rilievo, ancora oggi. Conoscendo il territorio e con equipaggiamento moderno a disposizione. Se ne resero conto gli stessi inglesi delle SAS, durante l’operazione Paraquet (1982 preliminare guerra delle Falkland) dove persero due elicotteri.

Gli uomini che hanno provato a ripercorrere le gesta di Shakleton e del suo equipaggio si sono cimentati, con la traversata in mare e quella alpinistica. Inutile dire che non avevano dietro le spalle quasi due anni di permamenza a temperature estreme, fino a -45° C, fatiche enormi e alimentazione casuale, spesso razionata.  Eppure, con equipaggiamento, cartografia, abbigliamento, alimentazione, moderni hanno trovato difficoltà.

Gran bella avventura ancora oggi, comunque.

Chissà come si sono ritrovati nello scegliere di ripercorrere questo viaggio? Magari con un annuncio, come Shakleton cercò i suoi uomini:

MEN WANTED: FOR HAZARDOUS JOURNEY. SMALL WAGES, BITTER COLD, LONG MONTHS OF COMPLETE DARKNESS, CONSTANT DANGER, SAFE RETURN DOUBTFUL. HONOUR AND RECOGNITION IN CASE OF SUCCESS.

(SI CERCANO UOMINI : PER VIAGGIO PERICOLOSO. BASSO SALARIO, FREDDO INTENSO, LUNGHI MESI DI COMPLETA OSCURITA’, PERICOLO COSTANTE, NON SICURO RITORNO,  ONORE E RICONOSCIMENTO IN CASO DI SUCCESSO. )

Una delle più grandi avventure che sia mai stata raccontata.

Opzioni


I pensieri nella rete rimbalzano come biglie in un flipper. Facebook, forum, blog, siti. Vai. Salti. Torni. Ricordi dal passato. Suggestioni del futuro.  Si innescano spirali di pensieri. S’interrompono. Riprendono. Ogni tanto una scarica più forte delle altre. Un feedback inaspettato accende una luce. Noti una porta sul corridoio dove passi tutti i giorni. La apri. Riconosci cose, persone. Non se ne sono mai andati. Sono rimasti lì tutti questi anni in cui li ho dimenticati.  Racconto quello che vedo, così come mi viene. Le parti del libro citato non me le ricordavo a memoria ovviamente, ma le ho ritrovate.

– Che botta! La sto sentendo. – dice Gabriella, fissando il posacenere che è massiccio, di marmo verde venato bianco e ha tutta l’aria di essere molto pesante. E rende bene l’idea della pesantezza dell’effetto di quel pezzetto di morbido afghano nero, mischiato ad erba che ci hanno detto essere boliviana, che abbiamo appena finito di fumare, senza tabacco, ben stipato in una cartina Rizla di quelle lunghe. Sento l’impulso di sollevarlo, il portacenere,  ma il cervello è come se fosse neutrale: si limita a registrare la presenza  dell’impulso ma da qualche parte di esso non parte l’ordine al braccio  di muoversi, alla mano di aprirsi, alle dita di stringere e così via,  tutta la sequenza di movimenti necessari a rendermi conto di quanto effettivamente pesi il posacenere. Così resto lì a guardarlo. Cercando di immaginare la sensazione sulle dita della mano, la freddezza del marmo, la sensazione tattile della levigata parte superiore sul pollice e quella ruvida della grezza della parte esterna su indice, anulare e medio.

– Abbassa lo  stereo – chiede Giuseppe a Zio. Mi dimentico del portacenere sposto lo sguardo su Zio, che è seduto su una poltrona a fiori vicino al giradischi. Zio sospira come se il pensiero stesso gli costasse immensa fatica. Si spinge avanti sorreggendosi sui braccioli di legno scuro lucido. Si allunga verso la manopola lucida dello stereo e la ruota verso sinistra.

– Hai tolto la cassa sinistra – dice Giuseppe

E’ seduto con le mani stese sul tavolo, le dita si toccano, fa dei respiri profondi. Siamo a casa sua. Io lo conosco poco. Ho diciannove anni e lui è più grande. Quanto più grande non lo so. Ha già dei capelli bianchi. Sono venuto con Gabriella e conosco solo Zio. Zio è il diminutivo di Orazio. Lui preferisce essere chiamato Zio piuttosto che Orazio, come il cavallo dei fumetti di Topolino. In realtà in qualcosa nella sua andatura dinoccolata fa pensare che il nome gli si addica. La gente prima o poi glielo dice e a lui la cosa ha stufato. Per questo preferisce Zio.

Ora Zio capisce che se vuole ruotare l’altra manopola deve sollevarsi dalla poltrona e la cosa non gli piace. Fa girare nella stanza uno sguardo da cane bastonato. Me lo immagino con quella specie di basto che porta al collo Orazio, il cavallo del fumetto. E penso che è proprio lui. Vorrei dirglielo ma è difficile fermare il pensiero nelle parole. Le parole sono lente, i pensieri corrono.

Orazio cerca comprensione oppure qualcuno che ruoti la manopola al posto suo.
– Non ci arrivo – dice.
– Dovevamo prendere da bere. Prima. – dice Gabriella.
– Ho voglia di quel succo di frutta – dice Zio.
– Puoi abbassare, per favore? – dice Giuseppe.
– Non mi va di alzarmi – risponde Zio.
– Si ma ora hai lasciato solo la cassa destra, almeno rimettilo come prima – dico io.
– Aho che palle non mi va… mi state mandando in paranoia… basta… – dice Orazio. E si allunga nella poltrona, facendo scivolare il bacino avanti, incassando la testa fra le spalle.

Segue un momento di silenzio, in cui ognuno riflette sulle implicazioni di questo dialogo. Giuseppe si alza e va a regolare lo stereo. Rimette il disco da capo. Crystal Lake di Klause Shulze

– Puoi prendere il succo di frutta anche? – dice Gabriella.
– Vado io – dice Paola da un punto dietro di me – mi devo muovere un po’’ … –

– Comunque devo dirti, Orazio, che il tuo comportamento è fortemente individualista – dice Giuseppe. Orazio si stringe nelle spalle e non dice niente.

Torna Paola con il succo di frutta e della cioccolata. La mette sul tavolo. La musica sta salendo di tono. Io sono concentrato sulle note. Conto le ripetizioni, attendo le variazioni. La musica è fatta di colori. Quella che apre,  il ritmo principale, è rosso. Rosso scuro, come sangue coagulato, come sciroppo di amarena, come una macchia di vino rosso su una tovaglia bianca. La nota continua di fondo è blu scuro, o un violetto, una mutazione del rosso. Poi la grande variazione è gialla splendente, abbagliante. Mi fa vibrare la nuca. E ogni volta che ritorna il giallo si accende e poi si cambia in verde. La testa mi ondeggia. E’ percorsa da un’onda che segue il colore rosso.

Dico a voce alta:  la musica ha dei colori su fondo nero.
gabriella alza gli occhi e dice è vero, è verissimo. Gli altri sono per conto loro. Io e Gabriella ci guardiamo in faccia, ma non è un guardarsi negli occhi, è come se stessimo ballando, non mi viene in mente niente altro, anzi no, anche quando fai l’amore ti guardi in quel modo,  con le espressioni del viso, muoviamo la testa piano, impercettibilmente, seguendo le variazioni.

Sono un po’ innamorato di Gabriella. E’ bionda, un po’ più grande di me. Non la capisco. E io sono affascinato da quello che non capisco. Se sono qui è perché sto cercando di entrare nel suo mondo. Preludio all’entrare in lei che è quello che vorrei fortemente in questo momento. Ma diffido dei suoi amici, di questo Giuseppe che non riesco a capire che cosa sia per lei.  Che è un professore in qualche liceo, che fa meditazione ed elabora teorie affascinanti con le quali sospetto si scopi le sue allieve. Paola non so chi sia. Ha una gonna ampia lunga. I capelli ricci e la borsa di tolfa. Come tutte.  Sembra abbia padronanza della casa.

Zio lo conosco da un po’. Quando intuisce la possibilità di sballarsi cerca sempre di essere della partita. Non ha mai un soldo, nemmeno per le sigarette, nemmeno per un cappuccino. Zio ha la barba e i capelli lunghi. Vorrebbe avere quell’aria ieratica un po’ da cristo. Ma ha il naso a patata e una voce lamentosa e un modo di fare da vittima predestinata. E’ il tipo che se trova una donna sparisce dalla circolazione.

Gabriella, seduta davanti a me ha abbassato la testa. Giuseppe le prende la mano e gliela accarezza. Gabriella sembra essergliene grata. Abbandona la mano alle sue carezze e chiude gli occhi. Io mi alzo e vado alla libreria. Ci sono centinaia di libri disposti in ordine apparentemente casuale. Per leggerne i titoli sono costretto a piegare la testa ora da un lato ora dall’altro.
Baudelaire è vicino a un libro su Degas e poi Gogol. Che c’entra? Ma la Coscienza di  Zeno e l’Ulysses stanno bene vicini, in fondo. Joyce-Svevo, Trieste.

Forse un qualche ordine c’è stato, all’origine. Percepisco la presenza di qualcuno accanto. E’ Rossella e questo scaccia la sensazione negativa che qualcosa di spiacevole stesse avvenendo alle mie spalle.
Sta prendendo un libro.
– Questo è bellissimo – dice, rivolta a tutti però. Non solo a me.
– Lo sai che disco ci vuole con questo libro? The Flying Teapot. Lo so che ce l’hai… –
Che libro è, dico io.
– E’ Sheckley! Lo hai letto? –
E’ un libro di Urania. Io leggo Urania. Ma non mi aspettavo tale entusiasmo in questo ambiente per un libro di fantascienza.
– Si qualcosa mi pare di avere letto… – rispondo. Il nome non mi è nuovo: Robert Sheckley.
– Dai Giuseppe, metti i Gong … – strilla Gabriella.

Giuseppe si alza e va allo scaffale in cui tiene i dischi. Ne prende uno. Toglie Mirage di Klaus Schulze e lo ripone con cura. Poi estrae il vinile e lo sistema sul  piatto. Posiziona la puntina a inizio solchi.

– No aspetta, fammi trovare la pagina – dice Gabriella. Giuseppe solleva la puntina e la tiene mentre il disco gira.
All’età di dodici anni Mishkin amava così tanto dio che ruppe la promessa di  matrimonio fatta a se stesso. –  legge Gabriella e Giuseppe abbassa la testina. Zio si alza e prende un pezzo di cioccolata.

Mi allungo e ne prendo anche io. Poi ci ripenso e mi verso anche del succo di frutta, ma ne è rimasto poco. Ho la gola secca. Il poco succo di pesca me la lascia acida.

Il vostro problema, disse l’analista, è  l’incapacità di amare voi stesso. Ma io mi amo, mi amo, Esclamò Mishkin.
 Davvero. Vi aspettate che vi creda ribattè l’analista? Vi ho visto guardare Sartre, Camus, Montaigne, Platone, Thoreau, tanto per nominare qualcuno degli oggetti del vostro amore.

Gabriella interrompe la lettura e si gira verso Giuseppe.  – qui ce l’ha con te – dice.

E ancora percepisco questa famigliarità fra loro che mi ingelosisce. Mi rende insofferente. Gabriella, così spregiudicata, così libera, ha una  sorta di adorazione per questo Giuseppe.

Quando la smetterete  con queste relazioni assurde, spossanti, non remunerative?

Gabriella recita enfatizzando questa frase guardando Giuseppe. Che apre le braccia, dando l’aria di essere stato colpito al cuore dall’accusa. Ostentano familiarità, incuranti degli altri. Ma forse gli “altri” sono solo io. Orazio è assorto nei pensieri del fumo, ha gli occhi chiusi e segue la musica. Paola scorre la libreria, inclinando la testa da un lato o dall’altro per leggere i titoli.

Io mi amo, pianse ancora Mishkin, mi voglio bene davvero. Continuate a  fumare annotò l’analista.  Sempre letargico, passivo, incontrollato.  Secondo voi questo è il modo di trattare qualcuno che si dice di amare?

Allora questa è per Orazio, dico io.
– Parli tu… hai gli occhi rossi come un drago… – ghigna Orazio.

La musica dei Gong diventa dissonante. O forse sono io.

– Lo conosci allora, questo libro? – mi dice Gabriella.
– No, non mi pare. Come si intitola? –

– Opzioni. E’ fantastico. Questa è una collana di fantascienza – come se non la conoscessi  penso io – ma questo libro è solo per caso di fantascienza… in realtà è molto, molto di più… ma anche altri libri di Sheckley sono  così. Lo adoro. –

Sfoglia velocemente le pagine. Trova un segno. Continua a leggere:

Tecniche speciali tornate di moda. Ipnotizzatevi tornando voi stessi.  Risvegliate il vostro centro recettivo. Ignorate i segnali del vecchio  censore. Concedetevi suggestioni. Concedetevi autosuggestioni.  Concedetevi autosuggestioni automatiche. La nuova tecnica di annullare  l’inconscio vi permette autosuggestioni subconscie senza che nemmeno lo  sappiate.  Andate in estasi superando le sensazioni artificiali delle droghe con esperienze riservate ad una coscienza superiore. Gustate  piaceri sessuali nel sonno senza nemmeno bisogno di un partner…

– Ah io lo faccio sempre se è per questo… – interrompe Orazio. Ride.
– ma dai, ascolta… – dice Paola, che alla libreria adesso si è appoggiata. Si è messa comoda per ascoltare gabirella che legge.  Giuseppe approva. Distribuisce approvazione e disapprovazione con le espressioni del viso.

Io e Zio siamo fuori della sua corte. Zio se ne frega, basta che ci sia da sballarsi va bene ovunque. Io penso che mi sembra qualcosa di religioso. Come una setta. Un catechismo. Sta leggendo questo libro come una rivelazione. Da una gabbia all’altra. Da quella borghese a questa … mistica-psichedelica. Scappi da un recinto e ti vai a chiudere in un altro.

Giuseppe mi è antipatico. Sospetto una relazione fra lui e Gabriella, ma non è solo questo. E’ che è un poveraccio, uno a cui piace vincere facile, si direbbe oggi. Fa il guru con le adolescenti. Si da arie da intellettuale, ma è solo un professore di italiano. Magari supplente. Con un po’ di fumo e qualche discorso sulla libertà fa colpo sulle ragazzine e gli basta questo per sentirsi pieno di sé. Mi viene voglia di prenderlo a botte.

Sfruttare il potere della mente. Lettura è intuizione Lettura è intuizione Lettura è intuizione
– Ma che significa? – dico.
Se smettete di pensare in termini logici di esistenza-non esistenza,  lungo e corto, soggetto e oggetto, attivo passivo, … scoprirete che la  vostra mente è intrinsecamente il Buddha, che il Buddha è intrinsecamente Mente, e che Mente è intrinsecamente un Vuoto  – dice Giuseppe.

E gabriella ripete insieme a lui l’ultima frase, mente è intrinsecamente un Vuoto.
Gabriella mi passa il libro: – leggilo!… è importante… -.  Una missionaria. Una catechista. L’apostola di Giuseppe, il profeta delle terze liceo.

La musica dei Gong sta finendo. Prendo il libro e lo sfoglio. Mi girano in testa concetti ascoltati qui e là sulla libertà sessuale, la meditazione, la liberazione della mente. Gisueppe si scopa Gabriella sono sicuro e a Gabriella forse piaccio, e potrebbe esserci qualcosa fra me e lei, ma solo se io diventassi come loro, altrimenti  no. Lo capisco dal tono con cui mi ha detto: leggilo è importante. E forse nella sua testa su due binari separati c’è la convenienza di avere una storia con uno che le piace ma anche di portare un nuovo adepto nel loro circolo e per questo assumere importanza agli occhi del capo, di questo Giuseppe che approverebbe l’attrazione della sua allieva. E poi se porta me nel gruppo automaticamente il suo ruolo aumenterà di importanza.

Già non ne posso più di questi meccanismi. Mi vanno stretti.

Tutto mi va stretto in questi diciannove anni. E sono deluso da Gabriella, dalla sua dipendenza da questo Giuseppe. Sballarsi va bene, ma farlo diventare una strada, una via per trovare se stessi, in coda dietro frasi vuote come sacchi in cui ognuno può mettere quello che gli pare… è una stratosferica presa per il culo. So già che non trovi proprio nulla andando su queste strade. Lo so per certo. Ho già visto amici sparire seguendo con la lingua cartine di acidi dagli splendidi colori. E ora li sto vedendo sparire dietro le bustine di polvere bianca. Dicono che la controllano. Che è bella ma che sanno gestirla. Non è vero.  Non è vero niente. Sono solo illusioni, come quelle di Gabriella che cerca risposte in un libro di fantascienza. Ma anche se fosse la Bibbia.

Me ne vado da quella casa con il libro in mano. Lo leggerò. Ma ho già capito che la mia lettura non sarà mai quella di Gabriella. E che per avere Gabriella basterebbe fingere, sarebbe facile. Ma non mi va di fingere. Forse perché Gabriella mi piace meno di quanto mi piaceva poche ore prima.

Ognuno vivrà la sua strada, la sua realtà. Vite che si sono incrociate oggi, in questo appartamento di San Lorenzo, e che saranno centrifugate lontanissime.

Perché la realtà è un luogo dai confini  molto più indefiniti di quanto non possa sembrare a prima vista. E’ come una bolla trasparente che se la spingi e la tiri puoi dilatarla come credi. E pensare seriamente che sia quella la tua realtà. Ma poi, basta poco, un po’ di dubbio e la bolla collassa, i confini dilatati si restringono, e dalle fughe si torna indietro, velocemente, troppo velocemente, e a volte ti spiaccichi violentemente. La realtà è unos forzo di coscienza. La realtà va sostenuta sbattendo le ali. Se smetti precipiti.

E io oggi non so, se era la realtà di quegli anni, questa. Oppure la realtà dei miei ventanni e/o se i ventanni siano tutti uguali, pieni di fughe e di illusioni.

Forse si costruisce collettivamente il luogo in cui fuggire nei nostri ventanni. Ma quando si torna però si torna da soli.

Ma ognuno i suoi luoghi deve visitarli. La sua realtà stirarla e allungarla, e le ali sbatterle con forza per sollevarsi in volo e distendere i confini di quella bolla. Forse solo allora si riesce a superare le sbarre delle gabbie concentriche in cui siamo chiusi. Devi andare lontano, e prima o poi tornare. Ma nel viaggio ci si può far male. Però se torni sarai più forte. Se torni.

Molti, allora, chi in un modo, chi nell’altro, non tornarono. Alcuni non sono mai partiti.
In fondo, sempre di Opzioni, si tratta.

Super8


A volte si fanno cose perché rimangano e poi ci si accorge che invece sono andate perdute.
A casa mia facevano filmini con il super8. Ho un ricordo di fotogrammi sbiaditi, di me ragazzino in calzoncini corti. So di essere io ma non mi riconosco. Non ricordo cosa provassi ad essere quel me, allora. Sono un perfetto estraneo anche se so di essere io.

Quando si guardano questi vecchi film per prima cosa ci si cerca.
Io che ho sempre avuto una vera e propria idiosincrasia per le riprese, nel senso che mi coprivo o mi nascondevo, lo faccio ancora oggi con le foto, resto sempre deluso perché mi si vede per pochissimo. Ben mi sta.

E poi ci si sorprende che i vecchi non siano sempre stati vecchi.
Abbiamo ricordi di quel momento in cui è stato girato quel film molto vaghi e ci ricordiamo delle persone che c’erano ed erano vecchi. Poi nel tempo che è passato sono sempre stati vecchi. Lo sono anche adesso, se sono ancora vivi. E invece guardi quelle immagini e vedi che erano giovani, più giovani di quanto sia tu ora, che li stai guardando.

Giustamente. Tu eri un bambino che non si riconosce e gli altri, quelli che allora erano gli adulti. In realtà erano giovani.

Quando facciamo questi filmati non è molto chiaro il perché li facciamo. Quando torni a casa ti sbrighi a rivedere e resti deluso. La tua voce non ti piace, non ti piaci tu. Le scene che avresti voluto riprendere non ci sono. Però ci sono interminabili inutili sequenze tremolanti.
Non è il caso di consegnarle ai posteri. In realtà non frega niente a nessuno. Frega solo a noi anche se poi ci immalinconiamo a vedere le devastazioni del tempo, e quelli che non ci sono più.

Però pensavamo di farle per un futuro ipotetico. Non bene identificato nella sua distanza nel tempo. Chissà.

E invece per la maggior parte queste cose vanno perdute.
A casa mia facevano il filmini super8. Le bobine non duravano tanto, 4-5 minuti mi pare, e poi andavano sviluppate. Una volta, le foto e i filmini, lo dico per quelli che hanno l’età di mia figlia, bisognava portarli dal fotografo. Il “fotografo” era un negozio, vicino casa mia c’e ne erano due, la cui attività principale era sviluppare i rullini, poi faceva anche foto ai matrimoni e così via. Questo penso sia rimasto, ma per questo non hanno più bisogno di avere delle botteghe aperte. E ora dove c’erano i fotografi ci sono altre attività.
A meno che non si siano riciclati facendo altro, i negozi dei fotografi hanno chiuso tutti. Annientati dal digitale.

Quando a casa mia facevano i filmini passava un mese almeno prima che il fotografo ce li restituissi sviluppati. Erano settimane spasmodiche. Mia madre quando si avvicinava la scadenza diceva a mio padre: “sei passato dal fotografo?” Sia che ci fosse passato o no, se non aveva i filmini aveva sempre qualche rimostranza, e la prendeva su con mio padre o con il fotografo.

Quando finalmente arrivavano era come una specie di orgasmo incompiuto. Perchè avevamo queste voluminose buste sul tavolo ma non potevamo farci niente. Anche se tentavamo di sbirciare fotogramma per fotogramma, guardandoli contro la lampadina della cucina. Perchè il proiettore ce lo aveva mio zio.
Mio padre e mio zio avevano comprato cinepresa e proiettore dividendosi la spesa, con la vaga promessa di scambiarsi i due macchinari. Ma sia mio padre che lo zio erano gelosi dei rispettivi acquisti e permettevano all’altro di usarli solo se c’erano loro a controllare, dare consigli e spazientirsi in caso di quella che a loro sembrava evidente incapacità.

Quindi era necessaria una riunione di famiglia per vedere i filmini. La sera, dopo cena, arrivava dopo una grande aspettativa. Si faceva il buio nella stanza, chi seduto sul divano, chi sulle sedie e chi in piedi. Si rivoluzionava la disposizione di casa perché si doveva trovare una parete bianca. Se c’era la carta da parati troppo vivace non andava assolutamente bene. Nemmeno andava bene che le immagini scorressero metà sulla parete e metà sull’armadio.

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La recessione


Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Pier Paolo Pasolini.  1974