Costituzione della Re … del Sistema Italiano


La Costituzione del Sistema (era Repubblica) Italiano

Principi fondamentali

Art. 1

L’Italia è un  Sistema tecnocratico, fondato sulla disoccupazione, la sottooccupazione e il precariato.

La sovranità appartiene ad una elite, che la esercita definendo legale ciò che gli fa comodo.

Art. 2

Il Sistema  riconosce e garantisce i diritti inviolabili di alcuni individui e li difenderà e li proteggerà. I restanti cittadini potranno effettuare ricorso fatto salvo il pagamento di quanto dovuto e gli interessi di Legge, fino all’annullamento dello stesso per vizio di forma.

Art. 3

I cittadini si organizzano in due caste: i cittadini comuni, per i quali si applica la legge, e i membri delle elite, per i quali la legge va opportunamente interpretata di volta in volta.
All’interno di ogni casta i cittadini possono essere ulteriormente differenziati di fronte alla legge, in base a sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
È compito del Sistema rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, lasciando di fatto alcune libertà ai cittadini comuni, impediscono il pieno sviluppo della tecnocrazia.

Art. 4

Il Sistema riconosce il diritto agli appartenenti all’elite di fare profitto strozzando i cittadini e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che gli permetta di pagare tasse e imposte secondo un minimo prestabilito a prescindere dal reddito.

Art. 5

Il Sistema è organizzato in pseudoautonomie locali, utili alla dissoluzione dello Stato e alla spartizione del profitto. Il decentramento amministrativo viene dissuaso tramite la leva finanziaria.

Art. 6

Il Sistema non si preoccupa delle minoranze linguistiche, in effetti anche la lingua italiana verrà infine abbandonata a favore della lingua inglese, vera lingua del Sistema.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica cooperano nello strozzare e controllare i cittadini. Lo Stato e la Chiesa cattolica si basano nel loro rapporto sul reciproco interesse. E’ permessa alla Chiesa Cattolica ogni tipo di ingerenza in questioni etiche e/o morali e ampia autonomia finanziaria, inclusa extraterritorialità e extralegalità. Per contro la Chiesa Cattolica s’impegna a mantenere in regime controllato i cittadini, indirizzando il voto a seconda delle necessità della casta dominante.

 

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono uguali di fronte alla legge, ma una è più uguale delle altre, ed è la Chiesa cattolica (vedi precedente art. 7).
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno per ora diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, ma è bene che facciano attenzione, in particolare quella islamica.

Art. 9

Il Sistema disprezza la cultura, in quanto pericolosa per il potere, promuove la sostituzione di essa con spettacoli televisivi, preferibilmente di tipo “reality”. Scienza e tecnica sono invece apprezzate, purché siano finalizzate al profitto ed al miglior funzionamento del Sistema, ma la ricerca e la scuola non saranno finanziate in alcun modo, ritenendo l’investimento oltre il breve termine controproducente all’interesse della casta dominante.
Il Sistema promuove la privatizzazione del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, in modo da farci profitto.

 

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle necessità della finanza internazionale per quanto riguarda le relazioni internazionali. Nel caso ciò contrasti con qualche trattato internazionale, tale trattato verrà disconosciuto.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in base ai rapporti di forza tra l’Italia e lo Stato di provenienza dello straniero.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, verrà respinto indietro, preferibilmente in mare aperto. Nel caso riuscisse ad arrivare alla terraferma, verrà punito con la reclusione in campi denominati di accoglienza, seguita comunque dall’espulsione. Si possono tranquillamente estradare gli stranieri che manifestano opinioni politiche sgradite, incolpandoli di terrorismo.

 

Art. 11

L’Italia rifiuta la parola “guerra” per indicare le sue offese alla libertà degli altri popoli e i suoi interventi armati per risolvere (o incancrenire) controversie internazionali: per indicare tali operazioni verranno usate nuove parole, per esempio “operazione di polizia internazionale”, “esportazione della democrazia”, “responsabilità di proteggere”, “difesa dei civili” e analoghe. È preferibile che il termine da usare per indicare gli interventi armati cambi ogni volta. L’Italia consente le limitazioni di sovranità utili a garantire un maggior profitto della finanza internazionale, promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni, da utilizzare in funzione di manifestazioni sportive quali campionati del mondo di calcio.

ma non si può fare ricorso?


da http://www.uaar.it/news/2011/06/10/ex-sindaco-di-catania-sono-un-miracolato/

“Avevo i parametri vitali incompatibili con la vita. Tant’è che mi avevano dichiarato morto e mi avevano dato l’estrema unzione. Ma durante i primi tre giorni di coma ho avuto una visione di un tunnel luminoso. Camminavo in questo tunnel quando improvvisamente la mia mano è stata fermata, ho guardato e ho visto mia mamma morta, poi anche la mano destra mi è stata fermata, ed era padre Pio, che mi ha detto: “Tu che stai facendo? Tu devi seguire la volontà del Signore”, e mi sono svegliato”.

E’ la trascrizione di parte di un’intervista rilasciata dall’ex sindaco di Catania Umberto Scapagnini e pubblicata sul sito de La Sicilia. Scapagnini ricorda inoltre che dopo il risveglio si è fatto altri ottanta giorni di coma. Già parlamentare di Forza Italia e medico personale di Berlusconi, Scapagnini ha due condanne alle spalle, una a 2 anni e 6 mesi per irregolarità nella concessione di contributi ai dipendenti e un’altra a quattro mesi per abuso in atti d’ufficio. E’ inoltre indagato per l’enorme buco di bilancio creato nei conti della città etnea: per sanare il quale, anni fa, si ricorse all’Otto per Mille di pertinenza statale.

……

Non c’è un’autorità, un ufficio, qualcuno verso cui fare ricorso?

Il traffico e i terremoti


Questa mattina venendo al lavoro ho trovato meno traffico del solito.

E’ strano. Di mercoledì può capitare di trovarne di più, imperscrutabilmente. Arrivi al solito incrocio e invece di passarlo in dieci minuti ce ne metti venti.

Il traffico si muove come l’acqua: naturalmente tende a scorrere negli alvei naturali (le varie strade che portano verso la città, al mattino; fuori, la sera) se uno di questi si tappa, vuoi per incidente, vuoi per lavori in corso… il flusso si redistribuisce sulle strade vicine. Se l’intoppo è permamente (settimane o mesi) la redistribuzione si allarga anche alle strade vicine alle vicine.

Per cui, se non è una giornata che forse qualcuno potrebbe aver pensato di far ponte… (la gente ha una concezione dei ponti molto elastica: basta una infrasettimanale il giovedi che ci sarà anche chi fa ponte lun.mart. merc.!) e se non c’è sciopero/vacanza nelle scuole tale che i figli restino a casa… il traffico può solo aumentare. Non diminuire.

Può aumentare perché piove. Perchè c’è sciopero dei mezzi pubblici. E’ maggiore il lunedi mattina in entrata e il venerdi sera in uscita.  Questo in generale… poi va beh… in particolare possono esserci delle cause locali, ma non è il caso del mio percorso casa-lavoro.

Quando sono arrivato in ufficio ho dato un’occhiata a Octo Telematics il sito che monitorizza il traffico sul raccordo anulare e ho visto che senza dubbio c’era meno traffico del solito: non mi ero sbagliato.

L’unica ragione possibile è la paura del terremoto che deve aver fatto scappare da Roma un bel po’ di gente.

Sembra incredibile ma deve essere così. D’altro canto, su una popolazione circolante di svariati milioni di persone (a proposito: sono decenni che la popolazione di Roma è fissa intorno a 2,6 milioni di abitanti e nel frattempo la città è raddoppiata come estensione. Per non parlare del traffico. Mi chiedo dove sia la magagna) potranno pur esserci una percentuale di un venti per cento di pirla.  Probabilmente saranno quelli che credono a Berlusconi.

Ecco, basta che questi si siano rintanati fuori città, in prudente attesa del catastrofico terremoto predetto da un tale Bendandi non so quanti decenni addietro, che il traffico di Roma respira. E’ una benedizione.

Io mi dicevo, qualche settimana fa, che il traffico è una delle cose più democratiche che ci siano rimaste in questo paese. Ad esclusione della pletora di auto con lampeggiante blu, e a Roma ne abbiamo veramente tante, che passano tranquillamente sulle corsie di emergenza e quelle preferenziali, per il resto il traffico non guarda in faccia nessuno.

Puoi avere il SUV da centomila euro o il pandino scassato, ma sempre in fila devi stare. Puoi venire dal quartiere residenziale immerso nel verde o da torbella, ma lo stesso incrocio ti bloccherà per una mezzora.  Puoi lavorare con il furgone o andare al mare, ma sempre in fila sul raccordo ti troverai.   A meno che tu non sia veramente di un altro livello e possa permetterti l’elicottero, il traffico livella i cittadini come nessuna politica egualitaria riuscirà mai a fare.

Ora deve esserci una qualche relazione fra credulità e democrazia, se una buona percentuale di babbei se ne va da roma e il traffico diminuisce, e il traffico diventa più vivibile. Pensate se quel venti per cento di coglioni che crede a Berlusconi scomparisse da questo paese, come la nostra democrazia diventerebbe più vivibile.

like (varie) tears in rain


A volte si fanno cose perché rimangano e poi ci si accorge che invece sono andate perdute.
A casa mia facevano filmini con il super8, ne ricordo qualche fotogramma sbiadito rivisto qualche anno dopo di me ragazzino in calzoncini corti.
Quando si riguarda questi vecchi film per prima cosa ci si cerca. Io che ho sempre avuto una vera e propria idiosincrasia per le riprese, nel senso che mi coprivo o mi nascondevo, e lo faccio ancora oggi con le foto, resto sempre deluso perché mi si vede per pochissimo.
E poi ci si sorprende che i vecchi non siano sempre stati vecchi.
Abbiamo ricordi di quel momento in cui è stato girato quel film molto vaghi e ci ricordiamo delle persone che c’erano ed erano vecchi. Poi nel tempo che è passato sono sempre stati vecchi. Lo sono anche adesso, se sono ancora vivi. E invece guardi quelle immagini e vedi che erano giovani, più giovani di quanto sia tu ora, che li stai guardando.

Quando facciamo questi filmati abbiamo idea di farli per un futuro. Di consegnarli ai posteri. Come se ai posteri fregasse qualcosa di rivedere come eravamo. Frega solo a noi anche se poi ci immalinconiamo a vedere le devastazioni del tempo, e quelli che non ci sono più.

E invece per la maggior parte queste cose vanno perdute. A casa mia facevano il filmini super8. Le bobine non duravano tanto, 4-5 minuti mi pare, e poi andavano sviluppate. Una volta, le foto e i filmini, lo dico per quelli che hanno l’età di mia figlia, bisognava portarli dal fotografo. Il “fotografo” era un negozio, vicino casa mia c’e ne erano due, la cui attività principale era sviluppare i rullini, poi faceva anche foto ai matrimoni e così via. Questo penso sia rimasto, ma per questo non hanno più bisogno di avere delle botteghe aperte. E ora dove c’erano i fotografi ci sono altre attività.
A meno che non  si siano riciclati facendo altro, i negozi dei fotografi hanno chiuso tutti.

Quando a casa mia facevano i filmini passava un mese almeno prima che il fotografo ce li restituissi sviluppati. Erano settimane spasmodiche. Mia madre quando si avvicinava la scadenza diceva a mio padre: “sei passato dal fotografo?” Sia che ci fosse passato o no, se non aveva i filmini aveva sempre qualche rimostranza, e la prendeva su con mio padre o con il fotografo.

Quando finalmente arrivavano era come una specie di orgasmo incompiuto. Perchè avevamo queste voluminose buste sul tavolo ma non potevamo farci niente. Anche se tentavamo di sbirciare fotogramma per fotogramma, guardandoli contro la lampadina della cucina. Perchè il proiettore ce lo aveva mio zio.
Mio padre e mio zio avevano comprato cinepresa e proiettore dividendosi la spesa, con la vaga promessa di scambiarsi i due macchinari. Ma sia mio padre che lo zio erano gelosi dei rispettivi acquisti e permettevano all’altro di usarli solo se c’erano loro a controllare, dare consigli e spazientirsi in caso di quella che a loro sembrava evidente incapacità.

Poi riunione di famiglia per vedere i filmini. Grande aspettativa. Si faceva il buio nella stanza, chi seduto sul divano, chi sulle sedie e chi in piedi. Si rivoluzionava la disposizione di casa perché si doveva trovare una parete bianca. Se c’era la carta da parati troppo vivace non andava assolutamente bene. Nemmeno andava bene se le immagini scorrevano metà sulla parete e metà sull’armadio.

Si faceva posto al proiettore manovrato da un adulto (lo zio) e quindi i mobili si spostavano.
Quando partivano le immagini c’era sempre qualcuno che faceva dei complimenti a qualcuno che invece si scherniva.
“uh come stai bene…”
“ma che dici, ma sei matta… guarda che capelli… tu invece …”
“io??? ma stai zitta…mi sembro una vecchia…”
e via così… finché qualcuno non diceva “zitti un po’…”
e allora le frasi, che non smettevano, venivano sussurrate per un po’.
Noi bambini aspettavamo solo il momento di rivederci, poi non ci importava niente e lasciavamo gli adulti ai loro commenti.
Quasi subito finiva il primo e toccava prima riavvolgere il tutto, poi montare l’altro. La procedura era laboriosa e portava via tempo. Le donne si spazientivano e qualcuna si metteva a sfaccendare per la cena.

Tutto questo trambusto valeva la pena se c’era una ricorrenza particolare e si era tutti insieme. Altrimenti era troppo complicato. Se mancava qualche zio si diceva: “non ci sono Mario e Elena, vediamoli un’altra volta che Elena ci teneva tanto” e così andava alla prossima.

Poi passano gli anni, queste “pizze” ingombranti delle pellicole non si sa dove metterle. In casa, in soffitta, in garage… andavano a finire in qualche angolo e lì venivano dimenticate. Poi improvvisamente si ritrovano e ti rendi conto che il proiettore non c’è più, è stato buttato: la lampada si era bruciata. E allora che ci fai?  Bisognerebbe farle riversare nel nuovo supporto VHS riportarle di nuovo dal fotografo… si… beh… ma … boh…

Erano arrivate le videocassette VHS. Quelle erano comode. Con le cineprese grosse che a portarle in giro bisognava essere in due, sì… però poi a casa tutti avevano il videoregistratore e quindi potevano essere viste sul televisore. Un notevole passo avanti.

Col VHS ognuno poteva esplorare le proprie potenzialità creative e rivederle immediatamete. Mio padre e mio zio avevano ciascuno una telecamera e potevano attaccarla direttamente alla TV. Erano autonomi e autosufficenti.
Potevamo goderci in tempo reale riprese tremolanti, sconclusionate. Imbarazzanti fuorionda quando si credeva di aver spento e invece era ancora accesa, riprendeva il tappo e qualche commento che era meglio non fosse ascoltato. E poi sembrava che ci fosse un’abilità particolare nell’operatore di riprendere momenti assolutamente noiosi ed essere altrove quando si era svolto quello che poi alla fine della giornata (o della vacanza)  era risultato essere il momento migliore, quello che avresti voluto rivedere e invece regolarmente non c’era.
Per non parlare delle riprese dei matrimoni, regolarmente tutte uguali, buie e sgranate in chiesa con l’audio che non si sentiva nulla di quelli che erano ripresi perché vicino c’era la zia che diceva “come sono belli… ma che dicono? quanto è bella la sposa… è radiosa…” “Si ma ci ha i baffi….”  “ma no che dici… zitto..”

Insomma se i super8 erano una trepidante attesa e poi la delusione arrivava quando si proiettavano sti pochi minuti in cui non facevi nemmeno in tempo ad annoiarti o farti venire il mal di mare, anche perché gli zoom delle cineprese super8 non erano come quelli usati e abusati dalle loro nipoti in VHS, con i VHS la delusione era immediata.
Mio padre era un maniaco dello zoom, non stava mai fermo, si spostava zoomando sia a destra che a sinistra, ma anche in basso. Raramente in alto. Cinque minuti di ripresa di mio padre equivalevano a un giro sul Rotor, una specie di centrifuga dove rimanevi attaccato alle pareti per quanto girava velocemente e poi quando si fermava barcollavi come un ubriaco.

Il Rotor era al luna park dell’Eur e mi sembrava molto coraggioso da parte mia salirci, quando avevo quindici anni.
Ma non ho riprese del Rotor. Ecco, questo è un esempio di quello che dicevo sopra. Quando dovevi riprendere non riprendevi mai.

La delusione con i VHS arrivava subito. E’ questo il vantaggio della modernità. Li riguardavi con i ricordi di quello che era appena avvenuto vividi in testa, dato che erano passate solo alcune ore, e sembrava proprio che non ci fosse nulla lì dentro. Così li mettevi via e li lasciavi stare. Passavano gli anni e non li riguardavi più.

Poi arrivarono altri formati e altre cineprese, sempre più piccole.
Non ho più niente in super8 ma ho ancora alcune cassette VHS che non so dove guardare e poi ho delle VHS piccole, che andavano messe in un adattatore che le trasformava in VHS normali, e non ho più l’adattatore e nemmeno il videoregistratore. Così non so che farci.

Specie perché io ho una formula che al momento in cui la uso mi pare molto conveniente per classificare che consiste nella parola “varie”. Per esempio ho decine di cd mp3 con su scritto “varie”. Nel tempo ciò mi crea dei problemi.

Eppure sono sicuro che adesso a rivedere certe cose di ventanni fa sarebbe carino. Perché mi sono dimenticato tutto. E allora quando è così effettivamente ha un senso, rivedere questi filmini. Ma ho decine di cassette con su scritto “varie” e per trovare qualcosa ci metterei giorni interi. Anche perchè quando cominci a guardarli ti perdi e non sai più cosa stavi cercando.

Ma nel frattempo sono arrivate le cineprese digitali e i film li abbiamo messi prima sui cd e poi sui dvd.
Quando uscirono i cd dissero che erano immortali, che la qualità perfetta sarebbe rimasta inalterata nel tempo.
I cd in macchina mi durano qualche mese… poi saltano.

Ho vari cd con su scritto “varie” che non funzionano ma non mi decido a buttarli perché ne ho anche diversi con su scritto “varie” che invece funzionano perfettamente.

Le vecchie cassette stereo4 che buttavi a destra e a sinistra e le lasciavi sotto al sole, non si rovinavano mai, a meno che non adassi a ravanare sul nastro. I cd se ogni volta non li rimetti nella loro custodia tenendoli come reliquie si rovinano eccome.

Per cui anche i cd e i dvd sono destinati a diventare obsoleti. Magari, se li terrai con attenzione maniacale, riposti in luogo fresco e asciutto, al riparo da fonti luminose, te li darai in faccia lo stesso perché è cambiato il supporto del lettore hardware o non è più riconosciuto il formato di compressione software.

Si, puoi sempre tenerli sull’hard disk, passarli da un  backup all’altro. Ma … attenzione… che i dati negli hard disk si danneggiano… le cose spariscono senza che avvengano crash particolarmente evidenti. Solo dopo qalche tempo ti rendi conto che certe cose non si sono più. Dove sono finite? Mistero.

Ma in fondo, anche i nostri ricordi, dove sono finiti? Perduti.

Ce ne rendiamo conto quando finalmente rivediamo queste vecchie immagini. I ricordi nella nostra testa hanno fatto posto a cose nuove, cose che ci servono nella vita di tutti i giorni.  Stupidaggini perlopiù.

Anzi, a volte i ricordi di altri si sono sovrapposti ai nostri. Se pensiamo a cose di molti anni fa non ricordiamo la nostra vita, ma magari cose che abbiamo visto scorrere in televisione, o al cinema, di quegli anni.  I ricordi di altri, appunto.

Le nostre immagini, i nostri film, sono come i diari, vanno perduti.

Il romanzo della vita di ogni uomo non verrà raccontato perché non ci sarà nessuno che ha tempo per ascoltarlo.

Forse è giusto così, ma ci viene da dire: che tristezza.

Il nostro io non lo sopporta.

Tutto, nella vita, facciamo pensando che rimanga. E invece tutto viene perduto, da lì a poco dopo noi.

All those moments will be lost in time, like varie tears in rain.



Il dolce dell’arrampicatore


L’arrampicata sportiva è un’attività all’aria aperta in cui per parecchie ore alterni momenti di stasi a momenti faticosi. Stare sotto la parete (o cercare di restarci su) per 6-7 ore è la norma e durante questo periodo in genere si ha bisogno di mangiare qualcosa.

Ognuno risolve il problema come meglio crede, aldilà di quelli che dovrebbero essere i dettami dell’alimentazione sportiva.

C’è chi non tocca nulla e mangia solo andandosene via. Chi si affida a degli snack leggeri, tipo barrette energetiche. Chi si fa dei beveroni di zuccheri a veloce e lenta assimilazione. Chi ad un certo punto tira fuori il classico panino.

Io tendo a non usare cibi grassi, come ad esempio un panino col formaggio, se non mentre sto tornando alla macchina. E allora una birretta ce l’aggiungo anche volentieri.

Per molto tempo ho usato le barrette di cereali come snack, ma ultimamente mi hanno un po’ stufato, pur comprandone di diverso tipo e sapore.

Allora mi sono messo in testa di farmele per conto mio.

E’ venuto fuori un dolce che di volta in volta ho modificato fino a che è diventato un qualcosa che mi pare veramente buono. All’inizio non usavo lievito e il risultato era una sorta di pizza che poi tagliavo a strisce similbarretta, un po’ gommosa. Ora non saprei definire bene a quale dolce assomigli.

Il risulato finale è una pizza soffice, altra circa 3 centimetri, pesante ma consistente al punto da non sfragolarsi se tagliata in strisce lunghe una decina di centimetri e larghe 3-4.

Metto la ricetta perché secondo me è veramente buono, digeribile e sano (compatibilmente col fatto che gli ingredienti vengano comprati in supermercato, ovviamente).

Non contiene grassi (burro, olio, uova) se non quelli propri della frutta secca, che comunque sono acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, ricchi di sostanze benefiche per l’organismo. (leggere qui e qui a tal proposito), contiene fibre, proteine vegetali e carboidrati a veloce  (miele) e lenta (amidi) assimilazione.

E’ quindi un ottimo snack (che si vada ad arrampicare o meno). Io me ne porto dietro un pezzo anche al lavoro e noto che non solo è gustoso, ma è anche ben digeribile, pur impegnando lo stomaco abbastanza da diminuire il senso di fame.

Non vi fate spaventare dalla lista degli ingredienti. Sono tutte cose che compro in un supermercato LIDL in comode bustine da 100 gr e che utilizzo mediamente per tre volte.

300 gr di farina integrale
300 gr di miele
150 gr di marmellata di mirtilli
200 gr di ricotta oppure uno yogurt
200 cc di latte
100 gr di uva sultanina
50 gr di cocco essiccato e grattugiato
50 gr di cioccolata fondente a pezzetti
30 gr di noci (circa 5 gherigli)
30 gr di pinoli
30 gr di nocciole
30 gr di mandorle “sliced”
1 bustina di lievito
1 pizzico di sale

45′ in forno a 160 °C (teglia imburrata)

Mischio tutto quanto insieme in una terrina. Diventa una pappa collosa e violacea che andrà spalmata con un cucchiaio in una teglia, io uso una lasagnera ma… insomma… una normale teglia per dolci andrà bene. Non preoccupatevi per il colore violaceo dovuto ai mirtilli: una volta cotta avrà un bel colore dorato scuro come ogni dolce che si rispetti.

Penso che gli ingredienti base siano miele farina latte yogurt/ricotta uvetta, se non vi piace la sensazione del cocco secco grattugiato che rimane fra i denti… non mettetecelo. Se preferite le mandorle intere anzichè sliced (sono mandorle a fettine, io preferisco usare queste perché praticamente spariscono, nel dolce) mettetecele intere. Pinoli, noci, nocciole… hanno una personalità che la mandorla non ha. Quando le incontri le riconosci e ti cambia il gusto del boccone con molta soddisfazione, ma se preferite i pinoli alle noci, o viceversa… beh fate voi.

I pezzetti di cioccolata fondente … lo stesso. Io trovo che ci stia bene, ogni tanto, trovare il pezzetto di cioccolata. Magari lo incontri vicino alla nocciola e ti sembra un bacio… magari vicino alla noce, in un accostamento piuttosto inedito.

Ho provato ad aggiungere il grano cotto, quello che si usa per la pastiera napoletana. Il dolce viene buono, ma appesantito, difficile da gestire (si sfragola un po’).

Ho provato senza la bustina di lievito vanigliato, ma resta un po’ gommoso.

Ho provato con lo zucchero di canna al posto di metà miele. E’ simile… ma tendo a preferire il miele come alimento rispetto ad uno zucchero che è comunque raffinato con metodo industriale.

La marmellata di mirtilli… non la si percepisce, mangiando il dolce. C’è ovviamente come zucchero e si trovano dei pezzettini che non si riconoscono bene, ma se lo sai… riconosci come mirtilli. Da un colore più scuro a cottura ultimata. Rende complessivamente più soffice senza togliere consistenza.

Se provate la mia ricetta fatemi sapere… io intanto… mangio 🙂

…e dopo aver scritto essa ritorna a scrivere


Ancora calcio.

Ho giocato a calcio come quasi tutti i ragazzi italiani, da bambino. La mia squadra del cuore era (dovrei dire è) la Roma. Ma da tanto tempo non riesco più ad appassionarmi ad un mondo in cui vedo in trasparenza contano solo i soldi e dove essere intelligenti e onesti è un handicap.

Però un anno (anzi, quasi un anno, diciamo una mezza stagione) la feci da quasi tifoso. Ero curioso di quel mondo.

Nel 1986 andai a vedere la Roma in tutte le sue partite all’Olimpico.  Era una bella squadra. L’allenava lo svedese Ericson, ci giocavano fra gli altri Boniek, Pruzzo, Conti, Toninho Cerezo. Dopo aver rimontato nove punti alla Juve, perdemmo in casa 2-3 con il Lecce già retrocesso. Di quell’anno ricordo quella terribile delusione, ma anche la partita bellissima contro la Juve, con un 3-0 secco.  Il terzo gol fu di Cerezo.

Cerezo era un giocatore importante di quella squadra. Era alla Roma da un po’ insieme a Falcao.  Per il suo muoversi dinoccolato lo chiamavano Pluto  (l’altro Pluto poi, qualche anno dopo, fu Aldair, altro brasiliano della Roma).

Ieri l’altro leggo un articolo che la modella brasiliana Lea T.  nota per essere la prima trans nel gota delle top model, è la figlia di Tonino Cerezo.

Beh… come direbbe il vecchio Tex Willer: che mi venga un colpo.

Hatsune Miku


In giappone ha un discreto successo una cantante del tutto virtuale.

La sua immagine è un ologramma, la sua voce è sintetizzata con uno strumento yamaha, il vocaloid.

(in questo video su repubblica l’audio è migliore, ma non posso incorporarlo).

A parte le considerazioni sulla meraviglia tecnologica… mi viene da pensare a varie applicazioni di queste immagini olografiche, fino a poco tempo fa appartenenti a scenari di fantascienza… quello che mi perplime sono i fans.

Cioè tutti quelli che pagano per vederla dal vivo, applaudono, ballano, interagiscono.

Non capisco se sia una forma di snobismo, quella di interagire con un ologramma come se fosse un essere umano. O se in fondo, Hatsune Miku, non sia meno vera di un qualunque personaggio dello spettacolo, ormai completamente virtualizzati.

Il confine fra realtà e irrealtà dove si pone?

Esiste?

keywords


Ah che bello!!

Su wordpress ci sono le statistiche e fra le varie cose ti dicono anche con quali keywords hanno trovato le tue pagine.

Questo mi mancava proprio, nell’ultimo periodo su WindowsLiveSpaces…

Se penso a colui che mi ha trovato con questa chiave:

le donne si accoppiavano “con più uomini”

e si è beccato sto topic

https://vocialvento.wordpress.com/2008/07/08/donne/

con 54 ponderosi commenti …  sono proprio contento.