Un cambio di passo.


L’incapacità del m5s di elaborare una propria lista in Sardegna, dove a febbraio è stato primo partito, è qualcosa che lascia basiti. E’ l’ennesima dimostrazione dell’inconcludenza del concetto fumoso di democrazia diretta quando il gruppo in cui viene applicato supera una certa massa critica e quando c’è bisogno di decisioni rapide.

Non entro nel merito dei motivi specifici. Quali che siano ad un certo punto qualcuno doveva potersi assumere la responsabilità di una decisione e la lista del m5s doveva esserci.

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Due posizioni sull’euro e chi va oltre le posizioni.


Due interviste e qualche considerazione.
A Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista [intervista presa dal Giornale.it – è indicativo che nei cosiddetti giornali di sinistra non ci sia nulla o quantomeno non sia facile trovare alcunché. Per sapere qualcosa bisogna leggere nel campo del nemico, il quale ha interesse di far sapere ai propri e/lettori che i comunisti ancora esistono.]
E intervista a Matteo Salvini neosegretario della Lega. [intervista non è completa, chi fosse interessato può andarla a leggere nella pagina originaria.]
Ora che anche Rifondazione Comunista è arrivata a percepire il problema dell’euro e dell’europa, la cosa non può farmi che piacere. Mi ricordo già diversi anni fa che Bertinotti esprimeva questa consapevolezza in modo abbastanza chiaro. Ma era rimasta lettera morta. Argomento più da salotto che da prassi politica. Ora molto lentamente ci sono arrivati.

Outing


Faccio outing al contrario.
Qualche mese fa dicevo che anche se parecchio mi lasciava perplesso ritenevo comunque giusto impegnarmi attivamente per dare forza al m5s. Per quanto era nelle mie possibilità l’ho fatto.

Nonostante i limiti strutturali evidenti e gli errori di inesperienza, avevo comunque la speranza che in quella che appariva come una galassia in formazione in cui c’era di tutto, fosse possibile l’emergere di qualcosa di nuovo con una forte progettualità politica e in grado di elaborare delle proposte di cambiamento reale.

Non ho lesinato le critiche, che ritenevo costruttive. Alcuni limiti li ho visti come pesanti handicap strutturali impossibili da superare, ma speravo che i loro effetti inevitabili potessero essere procrastinati, aggiustati, ammorbiditi.
Così non è stato.
C’è stata anzi una tendenza quasi suicida nel metterli in evidenza, nel porre quelli che sono oggettivamente delle debolezze quasi fossero al contrario punti di forza.
Incomprensibile.

Il m5s è diviso fra un progetto a lunga scadenza che vive, piuttosto vagamente, nella mente di alcuni, a metà fra l’utopistico e il velleitario, e piccole politiche che non vanno oltre la giornata. In mezzo, fra il fine ultimo vagheggiato e l’immediato del conto della serva, non c’è coniugazione.

Dei progetti ultaterreni per i nostri discendenti poco ci importa e il conto della serva si è importante, ma non è proprio di spiccioli che vorremmo sentir parlare.

Inoltre ci sono varie anime, fra loro in contraddizione.
Fin tanto si rimaneva nell’ambito dei desiderata, del quando arriviamo lì vi faremo vedere  è andato tutto bene. Ma poi appunto, quando c’era da far vedere… allora le anime sono venute fuori.

Alcune francamente disarmanti nella loro pochezza. Deludenti, per non dire ridicole.
I media hanno avuto buon gioco nel metterle in evidenza.
Ma la disonestà intellettuale dei media non è nell’aver mostrato la pochezza di certe posizioni: bensì nell’aver sottaciuto con abilità le parti migliori e l’aver messo in evidenza i limiti del m5s “dimenticando” ciò a cui esso era alternativa: ovvero quel merdaio della politica italiana degli ultimi 20 anni.

C’è sicuramente una parte sana e onesta nel m5s e anche tendenzialmente capace in futuro di essere parte attiva di un eventuale cambiamento. Ma oggi essere onesti e volenterosi è una condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente, dati i tempi che corrono.

In tempi di crisi epocali occorrono progettualità epocali. Ma anche capacità di tradurre questa progettualità in passi concreti. Uno dopo l’altro.

Non si può guidare il popolo verso la terra promessa e dirgli ogni sera: nel frattempo arrangiatevi.

Ammesso (e non concesso) che questo progetto a lunga scadenza sia perseguibile e desiderabile, manca totalmente il dispiegamento nella pratica politica quotidiana, che si limita da una parte ad una cieca attenzione a ciò che fanno gli altri, avendo alcuni preso molto sul serio il loro ruolo di controllori del parlamento, e dall’altra alla faticosa elaborazione di progetti di legge comunque scollegati da disegni complessivi che restano lettera vuota, fiori all’occhiello che nessuno vede e a che nessuno saranno utili.

E’ ovvio che il ruolo autoassegnatosi di poliziotti anticasta, seppure meritorio, è ridicolo, per una forza che per un momento ha incarnato in molti elettori la speranza di cambiare il paese.

C’è un equivoco: il fatto che gli altri facciano schifo è la causa per cui voi siete stati votati. L’effetto non può essere quello di sentirci raccontare che gli altri fanno schifo e voi no.

E’ la tautologia che assurge a prassi politica. E lo sconcerto si traduce in crolli elettorali. Negati peraltro, tristemente.

Per contro, anche elaborare delle  buone proposte, appare estemporaneo e asfittico, dal momento in cui non solo vengono regolarmente disattese, ma riuscirebbero comunque a incidere ben poco nella realtà economica di un paese sull’orlo del collasso. E sono comunque inserite in un quadro contraddittorio che pesca, sembra  casualmente,  in teorie e idee che fra loro fanno a pugni.

La parte migliore del m5s, che lavora in parlamento (e ci sono veramente persone in gamba!) è come un criceto chiuso in gabbia.  A breve vedremo i segni dell’inevitabile disillusione, dopo l’entusiasmo iniziale.

Su tutto il problema di un Grillo, deus ex-machina, incapace di cambiare un registro che è come imballato da febbraio. Le sue considerazioni anziché aprirsi in una logica propositiva si stanno chiudendo sempre di più. Forse ormai irrimediabilmente il personaggio ha perso forza e credibilità.
Quell’aura di conquistatore travolgente che lo avvolgeva nello tsunami tour è scomparsa, mostrando impietosamente che il “genio” era casuale.
L’uomo giusto al momento giusto, che però, non appena il momento è leggermenta cambiato, non ha avuto l’accortezza di adattarsi.

Si sperava che, seppure non avendo la levatura del leader all’altezza del ruolo che i tempi richiedono,  ci fosse la capacità di farsi un po’ da parte, attraendo competenze e capacità, cucendole in un disegno che avesse un minimo di organicità.
Insomma che il personaggio Grillo lasciasse crescere la sua “cosa”, mettendosi al servizio di essa invece che, come appare, gestirla come in un rapporto morboso di possessività fisica.

Dopo il partito azienda, con la politica gestita come un’impresa, abbiamo avuto il partito teatro, con gli elettori gestiti come spettatori paganti, e ai primi fischi gli si dice: chi vi ha detto di entrare? se non vi piace uscite, smettetela di fare casino, questo è lo spettacolo e non si cambia.

Questo rischio si intravedeva, ma, speravo, che quella parte del paese senza sbocchi nella politica tradizionale, nell’amalgama del m5s potesse proporre, elaborare, lanciare delle politiche alternative a quelle di sistema. In una parola “emergere” come proposta di ampio respiro, politica, ideale.

Non è detto che ciò non avvenga, ma dato che anziché essere favorita è stata osteggiata, i tempi si allungano. E non di poco.
Quando dico osteggiata intendo appunto che oggi la posizione narcisistica e autoreferenziale del movimento di Grillo è in realtà un limite alla crescita del nuovo. Una ulteriore pesante pietra, forse tombale.

fra i pigliainculo e i quaquaraqua.


La calata dei 5stelle in tv mi ha fatto accendere quell’inutile elettrodomestico. Curiosità.
L’aggressività di quel tale formigli ieri sera in una trasmissione su la7 – che nemmeno un pubblico ministero con un delinquente – era la migliore risposta alla sua stessa domanda: “pensa che i giornalisti italiani siano collusi? pensa che io sia colluso?”
Si. Perché hai un editore che ti paga, e molto bene, anche se la rete in cui trasmetti perde milioni di euro. E nelle regole del libero mercato tanto amate da chi ci governa da decenni ormai, ciò non dovrebbe esistere, a meno che l’esigenza non risponda ad uno scopo “altro” cui il profitto può essere, entro certi limiti, sacrificabile.

E lo scopo è quello, per una parte politica-finanziaria, di avere una propria voce nei media. Se lavori per una parte politica-finanziaria, sarai condizionato dalle convenienze di questa parte. Chi più, chi meno, per convinzione o per accondiscendenza. Perché ogni “parte” opererà una selezione all’origine in primo luogo, scegliendo i professionisti più adatti alla propria linea editoriale. E questi, “tenendo famiglia” si adatteranno naturalmente ancora di più.

Il risultato è l’informazione che abbiamo, che rispecchia le opinioni e le concezioni del mondo della classe dirigente, le divisioni e le contrapposizioni di questa, ma sempre nell’ambito consociativo… ché in fondo tutti “tengono famiglia”.
Generazioni di giornalisti addestrati all’obbedienza, in cui le naturali capacità ad uniformarsi al pensiero dominante sono state incoraggiate e premiate.

Viceversa chi non si adatta, chi ha mantenuto una propria autonoma visione del mondo e della professione, viene emarginato, spinto fuori dal circuito dei soldi veri.

Per cui sì, sei colluso, c’era da dirgli. Per stare qui lo sei senza dubbio. Fai parte del sistema che governa il paese e lo ha portato nella catastrofe. Ci vivi con questo teatrino, ci mangi bene, e tieni gli occhi chiusi su dove e come si cucinano i piatti della tua mensa.

E la rabbia che dimostrava ieri sera, quell’aggressività inquisitoria, verso il senatore del m5s, non era per capire, ma per accusare, per colpire, per far male.

Debole con i forti e forte con i deboli.

Perché non mi risulta che con altri ospiti quel conduttore che si appuntava medaglie antiberlusconiane sia mai stato così aggressivo, che anzi in genere sti fighetti sinistroidi preferiscono indulgere alla battuta fine, allo charme, al noblesse oblige con le parti avverse, con quella cavalleria per cui dopo si va a mangiare tutti insieme, si scherza e si ride e in fondo siamo amici, attori che recitano delle parti. E tanto più quando di fronte hanno dei potenti.

E invece ieri sera aveva, finalmente, davanti qualcuno senza santi in paradiso, da massacrare con gusto e a piacimento.

Morra si è difeso bene, incalzato, interrotto, senza nemmeno un bicchiere d’acqua, mantenendo la calma.

L’altro, se avesse potuto sbranarlo, se avesse potuto distruggerlo, fargli saltare i nervi… ah quale soddisfazione. Ci ha provato in tutti i modi.

Bello eh, formigli, poter aggredire qualcuno nel tuo ambiente, conducendo la discussione come vuoi, sapendo di poter comunque avere l’ultima parola e soprattutto sapendo che il giorno dopo non riceverai nessuna telefonata da chi ti paga per dirti che hai esagerato.

Anzi. Potrai vantarti. Gliel’ho fatta vedere io.

 

Io, quello che ho visto ieri sera, molto chiaramente, è stata tanta povertà umana…

« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”  (Sciascia – Il giorno della Civetta)

ieri sera è stata la sua giornata di gloria: ha fatto l’ominicchio, ma si capisce bene che normalmente sta più sotto.

Deja vù


Toglietemi l’immaginazione. La capacità di supporre gli eventi. Di pensare, sperare, temere il futuro. Quella qualità rubata al mondo idilliaco di chi vive attimo per attimo, per cui fummo cacciati dall’eden.

Perché mi toglie il gusto di vivere, sapere già come andrà a finire. Riconoscere il film già visto avviarsi verso il conosciuto finale, di scena in scena per meccanismi scontati ma solidi, ben collaudati, in cui poco importa la performance degli attori, chiamati semplicemente a recitare le solite battute ad effetto.

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NON È INCIUCIO. NON È KASTA. È TROIKA. ECCO PERCHÉ HANNO FATTO FUORI PRODI


NON È INCIUCIO. NON È KASTA. È TROIKA. ECCO PERCHÉ HANNO FATTO FUORI PRODI

di Pier Paolo Flammini

 

Il Pd deve garantire controllo sociale ed essere allineato alle direttive di Bce e Germania. Berlusconi prende voti e per non renderlo pericoloso gli va concessa impunità. Il M5S deve restare protesta. Le gaffe di Renzi, la regia di D’Alema

Nelle ultime settimane ho avuto per due volte le lacrime agli occhi.

La prima, quando ho appreso la notizia del triplice suidicio di Roberto Dionisi, Annamaria Sopranzi e Giuseppe Sopranzi, a Civitanova Marche. Un mio amico, il giorno dopo, mi ha detto: “Ho pianto come un bambino”.

La seconda volta ieri sera, sabato 20 aprile, dentro il letto, quando ho pensato a quel che sta accadendo a Roma.

Ma non piango. Purtroppo non piango più. Mi vengono solo le lacrime agli occhi per la rabbia. Ma ho gli occhi secchi, ormai, da tanti anni.

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A ciascuno il suo livello di incompetenza


Il sondaggio relativo alle elezioni del capo dello Stato sul blog di Beppe Grillo per quanto mi riguarda è stato molto deludente.

Non solo la base del movimento cinque stelle ha messo Romano Prodi e Emma Bonino nella decina di “prime scelte”, ma ha anche votato in maggioranza alla fine Milena Gabanelli e Gino Strada come candidati alla Presidenza.

E questo non mi piace. Il perché è presto detto.

Non mi piace il metodo usato per la scelta. Il sondaggione. Ho scritto più volte che la democrazia assembleare non mi piace. Preferisco quella rappresentativa. Preferisco che siano valorizzate le competenze. Che chi è competente  risponda delle sue scelte attraverso delle libere elezioni, ma l’elettore deve essere competente su ciò che lo riguarda. Il senso della democrazia rappresentativa, nata quando non esistevano né televisione né internet, era che ognuno votava il candidato del suo paese. Lo conosceva più o meno personalmente, quello gli diceva cosa voleva fare per il suo paese, le strade, l’ospedale, la scuola. L’elettore decideva se dargli la delega perché lo rappresentasse. In parlamento l’eletto, insieme ad altri come lui, faceva o cercava di fare quello che aveva promesso, poi spiegava ai suoi elettori come e perché aveva o non aveva fatto, per questo veniva o meno rieletto. In parlamento l’eletto insieme ad altri come lui più esperti di lui, faceva le Leggi. Eleggeva un governo e alcune cariche istituzionali, nominava dirigenti e funzionari, eleggeva anche il Presidente della Repubblica.

Ognuno era chiamato a scegliere qualcuno che lo rappresentasse ma in questa scelta c’era cognizione e conoscenza, in una catena democratica di successivi livelli di competenza.

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Se la democrazia senza partiti ha bisogno del partito.


Interessante articolo di Damiano Palano. “Il paradosso di Grillo.  Se la democrazia senza partiti ha bisogno del partito.”

Gli attacchi che Beppe Grillo rivolge al sistema dei partiti non sono certo una novità dell’ultima campagna elettorale. Per la verità, già nel primo appuntamento pubblico di quello che poi sarebbe diventato il Movimento 5 Stelle, il “V-day” bolognese del settembre 2007, Grillo – con il garbo che da allora in avanti avrebbe contrassegnato la sua retorica – dichiarò che i partiti erano “morti”. E nel corso di circa sei anni ha avuto modo di illustrare con una certa dovizia di particolari cosa intendesse. Per Grillo non si tratta infatti di sostituire i partiti presenti oggi in Parlamento, giudicati responsabili di un fallimento politico. Più radicalmente, si tratta di abbandonare del tutto la forma-partito, che, ai suoi occhi, risulta peraltro condannata dalla stessa trasformazione tecnologica. In Siamo in guerra, scritto a quattro mani con Roberto Casaleggio, afferma per esempio che la Rete determinerà la scomparsa di tutte le forme tradizionali di comunicazione, e che «svanirà gran parte delle strutture gerarchiche che regolano i vari aspetti della società e dell’economia», tra cui naturalmente anche i partiti, i quali «saranno sostituiti dai movimenti» (B. Grillo – G. Casaleggio, Siamo in guerra. La rete contro i partiti, Chiarelettere, Roma, 2011, p. 7). E più di recente, nel dialogo con Dario Fo uscito a pochi giorni dalla scadenza elettorale, torna a dichiarare, dissolvendo ogni margine di dubbio: «Noi vorremmo che i partiti scomparissero radicalmente» (Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere, Roma, 2013, p. 79).

Sebbene l’efficacia retorica di questa critica non possa sfuggire a nessuno (e diventi tanto più seducente, quanto più il potere sovrano viene percepito come distante dalla volontà popolare), è piuttosto evidente anche il paradosso in cui ogni discorso ‘antipartitico’ è destinato a imbattersi. Una testimonianza quasi paradigmatica di un simile paradosso è stata offerta, nei giorni scorsi, dalla polemica innescata da Grillo a proposito della necessità del mandato imperativo. Attaccando nel suo blog il divieto di mandato imperativo, enunciato solennemente nella Carta costituzionale italiana, e richiedendo in seguito le dimissioni di quei senatori che hanno ‘tradito’ le direttive del gruppo, il comico ha infatti rivisitato – più o meno consapevolmente – un motivo classico del pensiero anti-partitico, ma ne ha anche portato alla luce una delle più laceranti contraddizioni.

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Buone letture


Leggevo ieri sera sul blog di Beppe Grillo il post Perché hai votato per il M5S?

Continuo a non capire.

Niente di male in questo. Non si può capire tutto, nella vita. Però non mi consola trovarmi in numerosa compagnia.

Perché, se ci si considera dei riformatori, la mediazione fra le proprie istanze e quelle altrui è il fine, ma se ci si considera rivoluzionari, la mediazione può anche essere il mezzo.

Cioè l’espressione di una tattica.

Io per esempio, potrei rispondere NO a tutte le domande poste sul blog da Beppe Grillo, ma mi considero un riformista e non un rivoluzionario, perché in genere nelle rivoluzioni c’è sempre qualcuno che si fa male e i postumi durano un paio di generazioni.

E poi, se anche ti va bene, a meno che non sei tu quello che ha preso il potere (e allora avrai altri problemi) in genere ti svegli la mattina dopo e ti accorgi che non è cambiato niente: solo i padroni.

E penso che a volte, sottolineo a volte, non si tratta di puntare al meno peggio, ma al meglio possibile.

Quindi non capisco. Perché non vedo una strategia riformista, anzi viene negata, ma nemmeno una tattica rivoluzionaria.

Allora consiglio, a Beppe Grillo e a tutti quelli duri e puri meglio pochi ma buoni una lettura, vecchia ma sempre valida, per un rivoluzionario.

(di cui di seguito un’introduzione…)

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Una proposta indecente e di sinistra per Berlusconi e il Pd


Io avrei voluto che una proposta del genere la facesse il M5S, invece che usare il tema del finanziamento pubblico ai partiti. Tema senza dubbio *giusto* ma questo è di ben altra rilevanza. L’ho sperato e sollecitato, per quanto era nelle mie possibilità, dove ho potuto, a lungo. Significava portare nella centralità del dibattito la questione vitale per il paese in questo momento e su questa andare a “spaccare” i partiti di sistema, aggregando se possibile attorno ad una porposta politica “alta”. Se poi questi fossero risultati compatti, risolutamente schierati con l’ortodossia eurista (ma non credo), dal punto di vista della comunicazione politica il cerino sarebbe rimasto in mano a loro. E loro avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di tenere il paese nella morsa della trappola dell’euro. Purtroppo per noi, e per il paese, quello che è emerso è stato invece il segno di una miopia politica che non fa ben sperare per il futuro.

Articolo di Sergio Cesaratto su Il Foglio

Al centro del programma di qualunque governo vi dovrebbe essere il portar fuori il paese dall’incubo economico di marca europea in cui è precipitato. Di questo non si parla. E se lo si fa, soprattutto da parte del centrodestra, è attraverso boutade e non godendo di grande credibilità politica interna e internazionale. Mentre il tema dovrebbe essere centrale per il centrosinistra, codardia politica, difetto intellettuale e sottomissione a Napolitano fanno in modo che nulla esso dica, se non di generico, in questa direzione. Il M5s fa ormai rimpiangere i vecchi partiti con le sue idee confuse, l’arroganza degli atteggiamenti, la sua vena antidemocratica. Allora la mia proposta indecente (poiché proviene da un economista di sinistra) è che il Pd accetti un accordo col Pdl su una lista di richieste ultimative da presentare in Europa, le uniche che possono evitare il naufragio completo del paese (e dell’Europa).

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