Da leggere per le feste


Tre articoli che secondo me vanno letti uno di seguito all’altro e da cui istintivamente si capisce come i movimenti nazionalisti, secessionisti, localisti prenderanno sempre più piede, come naturale reazione ad un processo che sembra troppo grande per essere controllabile o modificabile da qualsivoglia autorità a livello globale. E così sembra che l’unica cosa che si possa fare è chiudersi nel proprio villaggio e tirare su il ponte levatoio.

Il nuovo ordine mondiale esiste già ed è oltre i governi e le sovranità nazionali.

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Iper-globalizzazione: noi, sudditi della fabbrica-mondo

Neutralizzare lo Stato, lasciarlo senza soldi e imbrigliarlo in una rete sempre più fitta di vincoli. Sta avvenendo da tempo. Obiettivo: disarticolare le funzioni pubbliche sovrane, a vantaggio di un super-potere esterno – dominante, affaristico, privatizzatore. Dietro a politiche regolarmente insufficienti, deludenti e in apparenza incomprensibili, c’è un orizzonte chiarissimo, chiamato iper-globalizzazione. Funziona così: la catena produttiva delle merci è spezzettata e subappaltata nelle regioni del mondo dove il lavoro costa meno. Così, le istituzioni nazionali – completamente svuotate – anziché a tutelare i propri cittadini sono chiamate essenzialmente a facilitare il nuovo business, rimuovendo ostacoli e regole. Quello che ormai abbiamo di fronte, sostiene Christophe Ventura, è una integrazione mondiale delle élite, come «super-classi oligarchiche mondializzate». Sono “avanti” anni luce: hanno di fronte sindacati inoffensivi, politici compiacenti e media colonizzati. L’area nazionale, con le sue crisi economiche, è solo l’ultimo livello, ormai irrilevante, del grande gioco planetario.

Nonostante la crisi finanziaria del 2008 e la conseguente riduzione della domanda negli Usa, in Cina e in Europa, nel 2012 il volume mondiale del commercio è aumentato del 2% contro il 5,1% del 2011, e ci si aspetta un incremento del 2,5% per il 2013.

Stop Wto

Il trading ormai rappresenta il 33% del Pil mondiale. Questo inedito aumento della combinazione commerciale planetaria, secondo gli economisti Arvind Subramanian e Martin Kessler costituisce la prima caratteristica della iper-mondializzazione che ci sta letteralmente travolgendo. Lo dice il Wto: tra il 1980 e il 2011, il volume delle merci scambiate su scala globale si è quadruplicato. E ogni anno il commercio cresce due volte più rapidamente della produzione. La nuova mappa mondiale della merci, annota Ventura in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, rivela una clamorosa frammentazione geografica della produzione e della disgregazione delle funzioni produttive su scala mondiale: «I flussi commerciali si inscrivono attualmente in “catene internazionali di valore” che organizzano i processi di produzione secondo distinte sequenze, realizzate (spesso contemporaneamente) in differenti luoghi del pianeta, secondo logiche di ottimizzazione del territorio».

Tutto questo, aggiunge Ventura, è in funzione della strategia delle multinazionali: fisco, organizzazione sociale, salari, dimensione finanziaria, sviluppo tecnologico e persino educazione e assetti istituzionali. Così, negli ultimi vent’anni abbiamo assistito alla nascita di uno schema consolidato: la proprietà delle società, dei brevetti e dei marchi, incluse ricerca e sviluppo, si concentrano al centro dell’economia mondiale (specialmente nei paesi della Triade – Usa, Europa e Cina), mentre la creazione e l’assemblaggio dei prodotti si realizzano in paesi minori (Asia, America Latina, Africa, Oriente) attraverso aziende alle quali si subappalta questa funzione, come anche la distribuzione, la vendita e i servizi post-vendita (nel Maghreb o in India, per esempio). In questo modo, riassume Ventura, le 80.000 multinazionali registrate nel mondo (che assorbono i due terzi del commercio internazionale) controllano la manodopera del pianeta.

Manifestazione contro l'Organizzazione Mondiale del Commercio

Secondo la Cepal, organismo economico delle Nazioni Unite, a trainare il business mondiale sono tre grandi reti di produzione: la “fabbrica America” guidata dagli Usa, la “fabbrica Europa” con a capo la Germania e la “fabbrica Asia”, di cui Pechino ha assunto la leadership, superando Tokyo. «Queste tre “fabbriche” si caratterizzano per l’alto livello del commercio intra-regionale, che a sua volta si organizza attorno alla produzione di beni intermedi per questi stessi centri». Secondo le stime del ministero per il commercio francese, nel mondo la metà del valore delle merci esportate è composta da parti e componenti importati. «In Francia la proporzione è del 25%. Nei paesi in via di sviluppo è del 60%. L’iPhone e la Barbie sono i simboli di questo mercato “Made in the World”». Ne emerge un contesto dove si nota come, a partire dal 2010 e ancor di più nel 2013, sono nate nuove forme di accordi di libero commercio al di fuori dei contesti multilaterali del Wto. Sono chiamati accordi “mega-regionali” o “mega-bilaterali”, e investono ogni aera del mondo, dall’Atlantico al Pacifico. «La loro funzione è allo stesso tempo politica, geopolitica ed economica», spiega Ventura. «Si tratta di organizzare a lungo termine la sicurezza degli investimenti e delle attività – come pure facilitare le loro operazioni – degli attori finanziari ed economici globalizzati».

Wto, organizzazione "terrorista"

Facilitare il business, scavalcando ogni ostacolo: «Tutto questo con l’obiettivo di consolidare e sviluppare il valore aggiunto delle merci nel contesto degli spazi transnazionali adeguati alle catene globali della produzione, nell’agire e nel dispiegare le multinazionali del centro dell’economia mondiale che dividono interessi comuni con gli attori economici, commerciali e finanziari locali e regionali». Il grande traguardo dei globalizzatori è sempre lo stesso: ridurre i lavoratori a semplici formiche operaie della fabbrica-mondo, calpestando i diritti delle persone e quelli dell’ambiente. Si tratta di bypassare la geografia locale (incluse le leggi nazionali a tutela del lavoro) e disegnare nuove frontiere economiche, finanziarie e commerciali tra i paesi. Non si punta solo ad “armonizzare” i diritti doganali, ma anche ad imporre «gli standard giuridici dei paesi egemoni della Triade», oltrepassando la cosiddetta barriera “senza tariffe: norme sanitarie e fitosanitarie, condizioni di accesso ai mercati pubblici, diritti di proprietà, sicurezza degli investimenti, politiche di competenza. «Questa nuova trasformazione del capitalismo – rileva Ventura – tonifica le dinamiche di fusione tra gli Stati interessati ai mercati, disconnettendo così la capacità di controllo democratico del popolo – l’unico capace di controllare il potere del capitale – e in ultimo sottomettere le nostre società alla sua distruttiva dominazione».

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Mercato, sovrano globale: lo Stato è solo il suo gendarme

La tesi centrale di questo libro è che con la globalizzazione contemporanea sta prendendo forma un tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento. La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante all’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli Stati possono porre ai suoi movimenti. Mentre in passato il capitale monopolistico di ogni nazione traeva vantaggio dalla spinta statale all’espansione imperialista, in quanto vi vedeva un modo per estendere il proprio mercato, oggi i confini degli imperi nazionali sono visti come degli ostacoli all’espansione commerciale e all’accumulazione.

E mentre in passato il capitale monopolistico aveva interesse all’innalzamento di barriere protezionistiche e all’attuazione di politiche mercantiliste, in quanto vi vedeva un modo per difendersi dalla concorrenza delle imprese di altre nazioni, oggi il capitale multinazionale vota per il libero scambio e la globalizzazione finanziaria.

Us dollar

La nuova forma assunta dal dominio capitalistico sul mondo la chiamo “imperialismo globale”. Una seconda novità è che nell’impero delle multinazionali cambia la natura della relazione tra Stato e capitale. Sta venendo meno quel rapporto simbiotico basato sulla convergenza dell’interesse statale alla costruzione della potenza politica e dell’interesse capitalistico alla creazione di un mercato imperiale protetto. Oggi il grande capitale si pone al di sopra dello Stato nazionale, nei confronti del quale tende ad assumere una relazione strumentale e conflittuale ad un tempo.

Strumentale, in quanto cerca di piegarlo ai propri interessi, sia con l’azione diretta delle lobby sia con la disciplina dei “mercati”. Conflittuale, in quanto la dislocazione dei suoi interessi su uno spazio mondiale genera nelle economie delle nazioni, soprattutto quelle a capitalismo avanzato, delle difficoltà economiche che mettono in crisi la funzione di “capitalista collettivo nazionale” assunta in passato dagli Stati. Quella funzione, nei regimi imperiali otto-novecenteschi, era necessaria per dare il sostegno della nazione alle politiche fatte al servizio del capitale. Ed era resa possibile dall’afflusso di plusvalore proveniente dalle colonie. Lo Stato operava per distribuire parte del plusvalore tra le varie classi sociali, in modo da creare un blocco sociale capace di stringere gli interessi della collettività intorno a quelli del capitale. Quella forma d’imperialismo generava nelle metropoli delle consistenti aristocrazie operaie e rendeva possibile la formazione di partiti riformisti che miravano a servire gli interessi immediati del proletariato conciliandoli con quelli della nazione.

Oggi quella funzione è venuta meno, perché il libero movimento dei capitali e delle merci opera in modo da mettere i lavoratori del Sud del mondo in competizione con quelli del Nord. La globalizzazione determina una redistribuzione del reddito dai salari ai profitti che genera una disuguaglianza crescente in tutti i paesi del mondo. Di conseguenza la capacità politica di costruzione della pace sociale all’interno è venuta meno in ogni nazione, mentre si moltiplicano le occasioni per un inasprimento del conflitto di classe. Sul piano delle politiche sociali, allo Stato è riservata soprattutto la funzione di “gendarme sociale”: deve assicurare le condizioni legislative, giudiziarie e poliziesche per disciplinare il lavoro e renderlo disponibile a uno sfruttamento crescente. La scomparsa delle aristocrazie operaie e il conseguente riorientamento delle politiche del lavoro in senso repressivo è la terza novità apportata dalla globalizzazione contemporanea.

multinazionali

Una quarta novità riguarda il modo in cui è esercitato il governo del mondo. Nell’imperialismo globale l’uso della forza militare per sottomettere e disciplinare la Periferia da parte del Centro capitalistico non è certo venuto meno, ma sta passando in secondo piano rispetto ai meccanismi disciplinari operanti attraverso le leggi “naturali” dei mercati. L’impero globale non ha bisogno di un imperatore; cionondimeno il suo imperium sta diventando più efficace che mai. È l’efficacia assicurata da meccanismi oggettivi nei confronti dei quali i popoli sembrano disarmati. Le migliaia e migliaia di teste che dirigono le imprese multinazionali, anche se operano in competizione le une con le altre, concorrono univocamente a dare forza a quei meccanismi perché gareggiano tutte nel perseguimento dello stesso obiettivo: l’accumulazione del capitale.

L’imperialismo globale delle multinazionali, forte dell’ideologia neoliberista, tende a instaurare nel mondo quella che è stata definita l’utopia della “stateless global governance”. Il ruolo degli Stati viene riconsiderato. In un mondo perfetto dovrebbero diventare degli “Stati minimi” preposti principalmente alla funzione interna di “gendarme sociale”, visto che i lavoratori si ostinano dappertutto a non comportarsi come semplici venditori di una merce. Di tutto il resto, cioè dell’equilibro sociale su scala mondiale, si occuperebbero i mercati. Senonché, al buon funzionamento dell’impero globale sono necessarie tre funzioni di governance centrale che richiedono l’azione di alcuni grandi Stati sulla scena internazionale.

La prima di tali funzioni è quella di sceriffo globale, e deve essere assolta da una potenza militare capace di disciplinare i paesi recalcitranti alla globalizzazione e di aprire i loro mercati alla penetrazione del capitale multinazionale. La seconda è quella di banchiere globale, e serve alla produzione della moneta che funge da principale strumento di pagamento e di riserva internazionale. La terza è quella di motore dello sviluppo: è resa necessaria dal fatto che l’accumulazione del capitale nei paesi emergenti e in via di sviluppo è trainata dalle esportazioni, cosa che presuppone l’esistenza di almeno una grande economia avanzata che cresca espandendo le proprie importazioni. Vedremo che nello svolgimento delle tre funzioni è emerso negli ultimi vent’anni qualche contrasto tra le grandi potenze. E questa è la quinta novità.

Ernesto Screpanti

Per assolvere le tre funzioni è necessario piegare l’azione politica delle grandi potenze tradizionali a servire un interesse collettivo del capitale multinazionale piuttosto che quello della borghesia nazionale, per non dire quello dei cittadini. Così, per essere precisi, bisognerebbe parlare, più che di una “stateless”, di una “sovereignless global governance”. Nella misura in cui gli Stati sono espressione della volontà dei cittadini, essi sono piegati dai mercati a svuotare di sostanza la democrazia e a trasformare le istituzioni preposte alle decisioni pubbliche in semplici apparati di formazione del consenso e di repressione del dissenso. L’imperialismo globale tende ad ammazzare la democrazia, secondo una modalità che è stata ben espressa dalla felice metafora di un esponente del capitalismo multinazionale: «Il mercato è sovrano». Questa è la sesta novità.

Una settima infine riguarda il ruolo giocato dalle crisi economiche per scombinare e ricombinare gli equilibri politici internazionali e i rapporti sociali entro ogni nazione. Le crisi della globalizzazione da una parte si presentano come momenti di esplosione delle contraddizioni capitalistiche, dall’altra però assumono il significato di un’accelerazione dei processi di disciplinamento a cui i “mercati” sottopongono gli Stati, i popoli e le classi subalterne.

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Gallino: i partiti vogliono neoliberismo, non democrazia

Oggi siamo ad un bivio: da un lato c’è la democrazia, dall’altro il capitalismo. È possibile avere l’una senza l’altro? È possibile un qualche tipo di accettabile conciliazione tra i due come nel trentennio dopo la seconda guerra mondiale? Lo sarà solo se alcuni milioni di persone si sveglieranno, insieme ai partiti politici. Oggi, probabilmente, una qualche soluzione è possibile. Altrimenti andremo verso un capitalismo senza democrazia o con forme davvero povere di democrazia. Susanna Camusso ammette che non è più sufficiente evocare lo sciopero generale? L’affermazione cerca di rispondere a una trasformazione epocale: la produzione è stata frammentata nelle catene globali del valore, e questo ha indebolito il potere dei sindacati e dei lavoratori. Un conto è quando uno sciopero interrompe la produzione in uno stabilimento, un altro è quando quella stessa produzione è divisa in dieci stabilimenti in quindici paesi. Il peso del singolo anello produttivo o aziendale è facilmente sostituibile: se un’azienda in Thailandia non funziona, si passa in India.

I sindacati hanno capito come contrastare questa strategia? Non mi pare si sia fatto abbastanza. Lo sciopero è storicamente nato per recare danno ad un’impresa. Con la gravissima crisi in cui sprofonda l’Europa (e il mondo intero) è paradossale constatare che questa astensione conviene alle imprese che soffrono di un eccesso di capacità produttiva.

Luciano Gallino

Questa concomitanza ha ridotto il potere del lavoro. A ciò si aggiunge l’azione politica contro i sindacati che nel nostro paese reggono ancora in qualche modo, mentre in altri paesi le iscrizioni sono crollate. Ciò non toglie che i sindacati abbiano responsabilità non da poco nella loro difficolta a chiamare a raccolta i lavoratori. Scioperi come quelli auto-organizzati dai tramvieri a Genova hanno avuto un obiettivo specifico e importante: cercare di interrompere la folle corsa verso la privatizzazione, per modificare le politiche gestionali o per fare cassa, come è accaduto anche a Torino. Genova ha richiamato una notevole attenzione, anche se non mi pare abbia influito sul governo, il cui chiodo fisso è privatizzare.

Contrapporsi oggi alle privatizzazioni significa battersi contro una forma di lotta politica che la classe dirigente del nostro paese conduce contro i beni pubblici, i beni comuni e la possibilità di partecipare in qualche modo alle decisioni politiche. In queste lotte, non mi pare che la Cgil abbia battuto con forza il pugno sul tavolo. Oggi non c’è più la domanda aggregata: anche per questo lo sciopero diventa un’arma spuntata. Nel frattempo, sembra definitivamente saltato il classico legame tra partito e sindacato, tra Cgil e Pd. Già ai tempi di Cofferati c’erano problemi, figuriamoci adesso che il rapporto è evanescente, visto che per quello che si sa, le proposte economiche e sul lavoro di Renzi vanno in direzione di un ulteriore allontanamento. Quel po’ di sinistra che esisteva nel Pd mi pare che dopo gli ultimi cambiamenti si sia ridotta ulteriormente. Il sindacato, parlo soprattutto della Cgil, ha bisogno di un partito a cui appoggiarsi. Se non c’è un riferimento culturale o politico, si ritrova solo. Con la segreteria di Renzi quel po’ di sostegno che nonostante tutto c’era nel Pd scenderà ulteriormente.

Renzi

Le lotte contro le grandi opere e per i beni comuni? Servono, figuriamoci. In più abbiamo la necessità di pensare a migliaia di piccole opere per ridare un certo pregio alle cose che sono degenerate negli ultimi anni. Però il loro impatto sulla dimensione strutturale del capitalismo non c’è o è molto pallida. Queste lotte hanno un’utilità per certi scopi specifici, come si è visto con il referendum sull’acqua, anche se poi i Comuni se ne sono infischiati. Lo si è visto nello sciopero dei trasporti a Genova dove il discorso sui beni comuni ha avuto un’incidenza. Bisogna però chiedersi perché i politici insistono per dare sempre più spazio alla vulgata neoliberale. Ci sono eccezioni, ma la maggioranza dei Comuni è dominata dall’ideologia neoliberale che domina nel governo e nei partiti politici, nessuno escluso, o quasi. Dunque, insieme alla ricerca di forme di protesta alternative bisogna partire da una battaglia culturale che contrasti l’ideologia dominante.

(Luciano Gallino, dichiarazioni rilasciate a “Il Manifesto” per l’intervista “Se lo sciopero non basta più”, ripresa da “Megachip” il 12 dicembre 2013).

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