Il 9 ottobre 1967 -storie


Veniva ucciso Ernesto “Che” Guevara. Il racconto della morte è possibile leggerlo qui.
L’assassinio a sangue freddo fu materialmente compiuto dal tenente Mario Teran, agli ordini del colonnello Roberto Quintanilla.
Roberto “Toto” Quintanilla come colonnello dei servizi segreti boliviani due anni dopo fu responsabile della tortura e dell’uccisione di Inti Peredo.
Che aveva preso il posto del Che come capo dell’Esercito di Liberazione Boliviano.
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Su e giù per i sentieri


Il vantaggio di avere un blog sta nel fatto che senza volerlo tieni una specie di diario.
Io che non classifico, non trattengo le cose, non ordino… io che mi volto raramente verso il passato, mi ritrovo così ogni tanto a rileggermi.

I pensieri e i ricordi spesso ingannano. Col tempo affievoliscono. Le parole scritte permangono.

Solo qualche anno fa scrivevo:

Quando nei fine settimana, o quando posso, vado in montagna, tutto è finalizzato allo scalare. Dove dormo non ha importanza: se per la via che voglio andare a fare il miglior compromesso fra comodità, peso del  materiale, tempi di avvicinamento è dormire in un buco in un albero… beh dormo in un buco di un albero. Ma anche sotto i piloni di una  seggiovia, in una casa diroccata, in macchina, in tenda (che lusso), per terra dove capita. E gli altri sono come me.
Torniamo distrutti, sudati, sporchi, i capelli appiccicati sotto il casco, disidratati e affamati, magari pure un po’ infreddoliti… ci buttiamo a mangiare per terra, sdraiati sull’asfalto ancora caldo ad assorbire le ultime briciole di calore. Arriviamo bagnati fino alle ossa dal temporale e ci  spogliamo in mutande in mezzo alla strada.
Sono sicuro che se qualcuno ci chiedesse “ma che fate?” a parte  l’ovvia risposta immediata “fatti i c… tuoi…” la seconda sarebbe “siamo alpinisti”…
E la cosa strana è che quasi certamente l’interlocutore troverebbe la risposta soddisfacente. Infatti nessuno fa la domanda, in posti  frequentati da alpinisti.
Sono abituati a noi che dormiamo dove capita. Che facciamo pure un
po’ schifo a vederci. Bruciati dal sole sui polpacci e il collo, bianchi altrove; sudati, o con l’alone bianco del sudore sulle magliette e i  pantaloni, le mani bianche di magnesite, segnate di graffi, gonfie,  sporche.

Gli alpinisti sono gente strana. Pensano solo a scalare. Non hanno orari normali, stanno sempre fra loro, si conoscono tutti e parlano sempre di vie, mimano passaggi, discutono sui gradi. Le donne non sono diverse. Dormono dove capita, si lavano alle fontanelle, fanno pipì dove possono (meno dei colleghi maschi ovviamente).
Tutti con le macchine stracolme di cose, tutti sempre a trafficare con strani oggetti, corde, cordini…a consultare guide e relazioni di vie come fossero breviari di preghiera.

Una tribù di gente che nella vita avrebbe poco in comune. Ma la passione – la mania – per la roccia li accomuna e lega persone da un capo all’altro di zone geografiche lontane, di zone culturali ancora di più, di storie di vita e di età distanti.

Che ci importa di dormire per terra, di prendere il temporale, di svegliarci alle 5, di camminare ore… vogliamo solo arrivare lì, ai piedi di quella parete, capire quella linea dove passa, percorrerla, cercarla, riuscire a salirla. Tornare indietro con l’emozione sulla pelle di quella roccia rugosa, dei colori, dei suoni, degli odori.
Con la sensazione di guardare avanti a te, sopra di te, la roccia che strapiomba, e cercare di alzarsi sui piedi, su piccoli appoggi, mettere il corpo nella posizione giusta, cercare con le mani, sentire la presa, cambiare posizione, trovare il modo di combinare mani e piedi nella sequenza giusta per farti salire, mezzo metro, un metro, e di nuovo, pensare… adattare il corpo alla roccia, e la mente che lavora in funzione del corpo e della roccia e niente altro. Niente altro conta.

Tutto per questi istanti.
Come eroinomani che vivono per il buco.

Molti di quelli che vanno in montagna, o hanno altre passioni totalizzanti,  si riconosceranno in questa descrizione, oggi. Io invece no.
Lo dico senza rammarico o rimpianto, e senza sorpresa. Però mi chiedo perché sì, allora e perché no, oggi.
Se è temporaneo o definitivo, il cambiamento.

A prima vista, sembrerebbe che il motivo principale sia la relazione con una compagna che non ama questo un po’ masochistico impegno. Non condivide questa passione. Preferisce il clima mite, la situazione rilassante di una falesia, meglio se vicino al mare.

Insomma: “Le donne sono la rovina dell’alpinismo” non è il nome di una via (in lingua germanica) in zona Brenta? che viene da una frase di Paul Preuss, mi pare. Uno dei più puri alpinisti di sempre.
Ma questa credo sia una spiegazione un po’ semplicistica. E ingiusta.

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Ricordo


Ho saputo questa mattina che due giorni fa è morto Saverio Tutino.  Me ne dispiace.

Non posso fare a meno di pensare a quanta vita, quanta esperienza, quanta saggezza, quanta storia… se ne vanno perdute con lui.

Lo conobbi personalmente i primi anni 90, dopo averlo letto per anni e anni nei suoi pezzi su L’Espresso, su La Repubblica, e nei suoi libri su Cuba.  A casa sua, a Trastevere, guardavo le splendide sculture in legno della compagna e mi sentivo emozionato. Le circostanze da cui era scaturito quell’incontro, un caffè al bar e poi una mattinata a chiacchierare, sono un fatto che preferisco mantenere privato, ma era una cosa importante. Una di quelle in cui il destino si diverte a stringere un legame fra due sconosciuti. Un legame però intrinsecamente forte. Significativo.

Per questo motivo e poi per il fatto che mi sentivo in qualche modo davanti ad un pezzo di Storia, della mia storia, ero emozionato. Aveva già più di 60 anni, quasi 70 quest’uomo che avevo davanti. Energico e dagli occhi che brillavano di intelligenza, di entusiasmo, di curiosità. Mi chiedeva di me, della mia vita. E parlava della sua.

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rieccomi


Sono tornato giovedi scorso da un paio di settimane in Corsica e ho intenzione di affliggervi con le foto. Sapevatelo e mettetevi il cuore in pace. Poche comunque, delle oltre 700 scattate.

Sarà una specie di diario di viaggio,  con qualche considerazione di carattere generale. Diciamo così… impressioni. Cose che ti vengono in mente quando non hai niente da fare, in vacanza.

La Corsica dal traghetto.

Non mi aspettavo niente, arrivando col traghetto da Livorno, con la macchina stracarica. Avevo passato gli ultimi giorni a studiare su internet cosa fare. Ero spaventato dal fatto che praticamente tutti quelli che c’erano stati parlavano di un traffico infernale ad agosto, e di strade terribili.  Queste non mi fanno paura in genere, ma il traffico si. Lo odio. Vivo a Roma. La mia vita è condizionata dal traffico. Preferisco un appuntamento a L’Aquila piuttosto che in centro. Faccio di tutto per evitarlo. In genere ci riesco muovendomi in orari per pochi, ma con Manu sapevo che non sarebbe stato molto possibile: abbiamo ritmi diversi per quanto riguarda la sveglia… Per cui titubavo.

Negli ultimi giorni ero alle prese con il sito Michelin che prendevo distanze e tempi di percorrenza da varie località verso altre. Con l’idea di verificare appena arrivato se corrispondessero alla realtà di agosto.

Ma intanto mi sono scelto un campeggio strategico. Fuori dalle zone più conosciute. Al centro del nord della Corsica, che dalle foto sembrava essere piuttosto ombreggiato (l’altra cosa che mi spaventava e che avrebbe potuto rovinarmi la vacanza, era il caldo!) e anche molto libero, senza piazzole obbligate in batteria, un’aerea al naturale, insomma. Il camping “Campita” che non è sulla guida Lonely Planet e nemmeno sui maggiori siti di informazioni si è rivelato, per i miei gusti, fantastico. Infatti c’erano pochissimi italiani. Molti olandesi, francesi, tedeschi.

Perchè mi trovo bene dove non trovo italiani e viceversa dove il posto mi dà l’idea di scappare non appena lo vedo è invariabilmente pieno di italiani?  Non lo so esattamente. Ma è una constatazione.  Quando il posto mi piace particolarmente incontro in genere degli olandesi. Quando si gode di un panorama romantico, i tedeschi.

macchina e tenda sotto gli alberi

Le docce erano fredde, al massimo tiepide. Ma potevi startene per conto tuo. Le tende sotto i lecci, nel fiume “Golo” che passava nel campeggio, era possibile fare il bagno, abbastanza profondo per tuffarsi.

Il Golo, nel camping

Insomma un piccolo paradiso, per noi. Avevamo pensato di fare una prima tappa lì,  un po’ lontani dalla mischia, per orizzontarci, prendere le misure… ci siamo restati dieci giorni.

Da Bastia a Francardo c’era voluta un’ora di macchina. Bella strada, poco traffico. Meglio così. Sapevo che vicino al campeggio c’era una falesia dove scalare: Caporalinu. Lo avevo letto nel sito del campeggio. Ma non mi ricordavo che anche a Francardo c’era una falesia. Avevo letto le due guide di arrampicata che avevo, ma non a livello di memorizzare tutti i posti dove si arrampicava.  E invece era pieno di calcare, li attorno. E quando dico vicino intendo 5 minuti di macchina, 5 di avvicinamento.

La prima sera in tenda ho freddo. Siamo solo a 300 metri ma c’è un’arietta che filtra dal tessuto della tenda che oltre al sacco a pelo mi fa tirare su il cappuccio della felpa con cui dormo. Come sono contento!

Il primo giorno ci inoltriamo però verso una falesia di granito. Siamo venuti più per il granito che per il calcare, dopotutto, visto che mentre questo dalle nostre parti abbonda, del primo non abbiamo proprio traccia, vicino Roma.

Rimango a bocca aperta, nella Vallée du Niolo. La Lonely Planet la menziona di sfuggita nelle ultime pagine quindi non ero preparato allo spettacolo di questa gola scavata nel granito, arida, aspra, la stradina che serpeggia , i colori rossastri. Chilometri di roccia e un torrente che scorre poco sotto la strada. Contornato da poco verde, piacevolissimo. La falesia passa decisamente in secondo piano.

la vallée du niolo

Ci fermiamo a fare foto, estasiati da questo paesaggio aspro, selvaggio.  Siamo in vacanza veramente, ora. Facciamo il bagno nel torrente, ce la prendiamo comoda. Poi andiamo avanti, arriviamo alla falesia di Cuccia, ma è troppo al sole e allora continuiamo, su fino alla foresta di Valdu Niellu…

E’ incredibile come possa cambiare il paesaggio in poco spazio. Sopra di noi cime dentellate, guglie di granito, montagna vera.

Per strada i maiali. Me lo avevano detto tutti che i maiali in corsica sono allo stato brado. Ma vederli in giro, attraversare le strade, dormire nei fossi a lato strada è un’altra cosa.

Di ritorno passiamo in falesia, in ombra, e assaggiamo la placche di granito. E’ dura ricordarsi di spalmare il piede sulle rugosità, invece di cercare appoggi inesistenti. Come è dura fare passi piccoli, ché tanto roba da tirare non la trovi. Un 5+ (ma perchè non lo chiamano 5c?) già sembra ostico al primo giro. Al secondo però va un po’ meglio. Per Manu è un mondo nuovo e come tutte le donne, si trova ad amare le placche.

manu su un 5+ senza nome

Io molto meno. E non vedo l’ora di andare sugli strapiombi di Francardo. Su grosse prese e l’amato calcare, ché il granito dopo tre giri già mi sono ricordato perchè mi stava tanto sulle p….

Il giorno successivo però decidiamo di vedere il mare. Michelin mi dava ad un’ora le spiagge di L’Ile Rousse. In effetti la strada è ottima, troviamo una decina di minuti di fila solo attraversando il paese, poi arriviamo in questa spiaggia ed è bella, di sabbia fine, bianca. Siamo circondati da italiani. Non sembra di stare ad Ostia perché parlano milanese o roba del genere, ma insomma… E comunque, mi cospargo di abbondante protezione solare e mi sistemo rattrappito sotto l’ala protettrice dell’ombrellone.

L’acqua però devo ammettere che è bella. Tanto che mi viene in mente di fotografarla da vicino. E questa sarà l’ultima foto che farà la mia digitale, visto che mi è finita in mare.

digitale R.I.P.


Tutto sommato, si può fare. Mare e arrampicata. Anche nella stessa giornata.

Nei giorni successivi andiamo a Francardo e Caporalinu. Calcare. Belle pareti. Tanto da chiodare ancora. Entrambe in ombra la mattina, a Francardo però c’è un settore esposto a nord in ombra tutto il giorno. E’ lì che scaliamo, su belle vie. Anche se Manu non gradisce troppo gli strapiombi.

Manu a francardo

Il giorno dopo andiamo alla spiaggi di Ostriconi. Molto affollata e piena di italiani. In genere la cosa, affollamento e presenza di italiani, coincide. Non so perchè.  La cosa però si fa interessante quando scopriamo che camminando un po’ ovvero soffrendo, sotto il sole, ci si può allontanare per un sentiero che costeggia il litorale del deserto des Agriates e allora il posto, per noi che cerchiamo la solitudine, diventa meraviglioso.

Qui metto qualche foto in più, perché merita sul serio. 45 minuti di cammino per questo.  Chiedete alla vostra indole se vale la pena.

Nei giorni successivi andiamo a scalare in Haut Asco. Una falesia in quota, uno scenario di montagna bellissimo.

Di vie, nella falesia di Asco, non ce ne sono molte e sono piuttosto difficili, per me. Inoltre ho sbagliato a interpretare la guida e così sono partito per il tiro di riscaldamento su un 6c, pensando fosse un 6a.  Se fossi stato nelle mie zone avrei capito subito che qualcosa non quadrava, ma un po’ perchè sul granito mi trovo male, un po’ pensando che i gradatori fossero dei pazzi ho continuato fino alla catena, usando tutti i sotterfugi antietici possibili e immaginabili. E anche oltre.

E comunque nella falesia di Cuccia mi è capitato di leggere sotto le vie 6a e 5c e poi di trovarle gradate sulla guida rispettivamente 6b+ e 6b. Il 6b+ peraltro di fessura da incastro di mano su roccia abrasiva a dir poco.  Quindi ero preparato a schiaffoni a ripetizione. Ma insomma scambiare un 6c per un 6a è dura.

Ma il posto era talmente bello che chissenefrega degli schiaffi… c’era un torrente spettacolare. Ci siamo messi a mollo e … va bene così.

Poi andiamo a vedere i Calanques. Dicono che sono spettacolari e bisogna andarci. Io in genere diffido dei posti dove “bisogna andare” ma facciamo un’eccezione.

Lungo la strada rimango ancora stupito dalla quantità di boschi e foreste, ma anche di roccia, tantissima roccia. E’ il paradiso degli arrampicatori, senza dubbio. Tre ore di macchina. Non c’è traffico e la strada non è male, ma non credo ci sia un tratto rettilineo di 400 metri su 80 km.  Però mi trovo bene a guidare.

Bisogna stare attenti alle mucche e ancora di più ai maiali, però. A Calacuccia una banda di facinorosi aveva rovesciato i cassonetti appena dietro una curva e stava pasteggiando allegramente: momenti faccio una strage.


Anche di mucche in giro ce ne sono  parecchie. Di un colore che si confonde con la terra, o le pareti di roccia. Senza gli odiosi campanacci al collo, che dalle nostre parti mettono anche ai cavalli, in giro a brucare la poca erba che trovano. Magre. Mi ricordano le immagini di certe mucche in africa, ai margini del Sahel. E’ strano che con tutta l’acqua che vedi scorrere in giro i Corsi non irrighino campi a scopo agricolo o per i pascoli. E’ strano per noi che siamo abituati a vedere un uso intensivo, ai limiti e spesso bel oltre, dell’abuso delle risorse. Ma forse è per questo che questa terra da la sensazione di essere rispettata.

I limiti indicati dai pochi cartelli indicatori sono giusti. Se dicono 70 kmh è che proprio di più non puoi andare, a meno di far fischiare le gomme. Cosa che proprio non mi interessa. In italia sabato scorso ho visto, purtroppo non l’ho fotografato, un cartello con limite 10 kmh per una curva che si può fare a 70. Oh… 10 kmh è roba da runner della domenica… in andatura blanda!!

Il senso di questa cosa mi è sempre sfuggito. Quello che mi è chiaro è invece l’effetto diseducativo: leggi assurde che in quanto tali non vengono rispettate portano all’abitudine ad infrangere le leggi. Che si tratti di codice civile o codice della strada fa poca differenza.    Come in quelle strade in tutto simili ad autostrade con limite a 90, dove se vai a 100 ti suonano o ti fanno i fari,  e dove però ci sono autovelox che ti castigano se non stai più che attento.

Come la firenze-livorno, tanto per dirne una… dove al ritorno, appena uscito dal traffico del porto alla prima accelerata rischio di aver preso una multa. Speriamo di aver avuto la targa troppo sporca!

Ma torniamo ai Calanques. Il posto è oggettivamente fantastico.

Di immagini in rete ne trovate quante ne volete, quindi non ne metto. Noi ci siamo limitati a passarci in macchina, fermandoci ogni tanto a fare foto. Però troppe macchine. Per carità, non è che pretendo il deserto ad agosto, però passo oltre velocemente e cerco posti più tranquilli.

Siamo andati a mettere il nostro ombrellone rosso alla plage de Arone, comunque frequentata anche troppo, per i miei gusti. Ma per un giorno, dopo tre ore di macchina, si può fare.

E quindi siamo tornati a “casa”.  Ovvero il campeggio a Francardo. Ma prima ci siamo fermati a Cuccia, alla falesia, a prendere schiaffi.

In tutti questi giorni abbiamo sempre mangiato cucinandoci in campeggio la sera e portandoci i panini dietro per il giorno. La Corsica è cara. Lo è un poco di più dell’Italia nei supermercati, che comunque sono, come i supermercati francesi, mediamente molto meglio dei nostri per la possibilità di scelta, e molto di più per i beni di consumo da strada: quali gelati, bibite, panini eccetera. Il carburante quest’anno costava uguale.

Noi abbiamo fatto la spesa e siamo andati a cena in un ristorante una sola volta. Alla fine, tutto incluso, abbiamo speso una media di 30 euro al giorno a persona. Incluso viaggio in nave, macchina, eccetera. Tutto ma proprio tutto.  Non mi pare tanto. Insomma dipende dalla vacanza che vuoi fare. Se pensi di andare nei posti più alla moda, nelle ore di punta, di mangiare e bere per locali, allora troverai traffico e spenderai molto. Contento tu, contenti tutti… anche i Corsi, probabilmente, che facendo di necessità virtù, vivendo in un posto meraviglioso che comunque sarebbe invaso dai turisti, cercano di trarne almeno un ritorno economico.

Il posto noto per gli arrampicatori, in corsica è la valle della Restonica, a Corti e la zona della Bavella, più a sud.

Avevamo fatto un pensierino di una visita a Bavella ma stavamo troppo bene nel campeggio del vecchio Batista, quindi sarà per la prossima volta. Sulla Restonica invece, che avevamo a pochi chilometri, ce la siamo ritardata a dopo ferragosto, convinti che prima ci fosse troppa gente. In effetti era così. Il posto è bello, ma troppo frequentato questo periodo. Non da arrampicatori, bensì da automobilisti in cerca di parcheggi dove scender per fare il bagno nel torrente. E di gente che ad ogni curva (ovvero ogni 40 metri) suona ripetutamente il clacson per avvertire del suo incipiente arrivo.

Il risultato è una sorta di clamore continuo, che si placa solo all’ora di pranzo.

Oltretutto le pareti di arrampicata sono tutte, ad esclusione di una, esposte a sud. Quindi troppo calde.

In quell’unica esposta a nord siamo andati e l’abbiamo trovata deserta. Forse troppo avvicinamento? (15-20 minuti).  Nonostante il nome – tomba – ci siamo divertiti molto. Belle vie.  E poi bagno al torrente.

Lo stesso, nel senso del bagno al torrente,  nella falesia di Pont du Vecchio, nella poco frequentata zona, ma bellissima, selvaggia, della Foret du Cervello. Le vie erano su granito nero e al sole già alle undici del mattino. Dure e sottogradate, mentre in Restonica il contrario.

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Poi, dopo 10 giorni, ci siamo spostati nella zona di Cap Corse. Volevamo avvicinarci a Bastia, dove avremmo ripreso il traghetto per l’Italia.

Il campeggio a Sisco era piacevole, i servizi ben tenuti, l’ambiente accogliente e tutto sommato ci siamo organizzati bene.

Ci eravao riuniti ad una coppia di nostri amici e la sera c’erano interminabili partite a machiavelli e giri di mirto. Le donne uscivano sempre vincitrici, sia dall’una che dall’altra sfida.

Però era sovraffollato, per i nostri gusti. Le tende erano molto vicine le une alle altre. Insomma un camping normale.

In tre giorni però siamo riusciti a trovare tre posti da sogno in cui stare da soli.

In questa caletta davanti allo scoglio della Giraglia, all’estremo nord. E non era nemmeno troppo lontana dalla strada e la macchina. Circa 10 minuti. Nelle vicinanze di Barcaggio.

Scogli e un sacco di posidonie secche e fare da cuscino in una grotta naturale.

Il giorno dopo di nuovo, nelle vicinanze. Dalla Plage de Tamarone, vicino Macinaggio. Stavolta è più faticoso superare la spiaggia affollata e trovarsi un posto tranquillo. Una mezzora abbondante per trovare questo:

E stavolta avevamo anche l’ombrellone, temendo di non trovare ombra.

Il giorno successivo abbiamno affittato una canoa e ce ne siamo andati un po’ in giro, essendo la zona sopra Nonza poco camminabile alla ricerfca di angoli nascosti, essendo a picco sul mare, tranne il piccolo porticciolo dove abbiamo preso la canoa: alla Marine di Giottani, un posto turistico, ma non troppo. Poca gente sulla spiaggia di ciotoli, un bar, il ristorante dell’albergo, il porticciolo solo per piccole imbarcazioni.

E abbiamo fatto anche in tempo ad arrampicare, in questi tre giorni, alla Torre Seneque, dove le vie sono facili e il difficile è prima prima della prima protezione, nonché fotografare il tramonto, dalla Torre.

Difficile scegliere fra le foto che abbiamo fatto, la maggioranza purtroppo con i cellulari, data la prematura dipartita della digitale, ma i luoghi bellissimi riescono ad emergere anche nella scarsa qualità delle foto (e dei fotografi).

E ora sono di nuovo qui, a leggere di Bossi di Maroni di Berlusconi e di Tremonti.  E non è la stessa cosa.

…………………………

Nota ai margini specifica per gli arrampicatori:

Ho scalato in qualche falesia: Francardo, Caporalinu, Cuccia, Restonica, Asco, Pontevecchio, Torre Seneca.

Avevo la guida di Maurizio Oviglia “Arrampicate sportive in Corsica”  (purtroppo esaurita) e “falaises de corse“. Integrare le informazioni delle due guide a volte è ostico. Alcuni nomi sono diversi e anche i criteri di presentazione delle vie, nonché molte valutazioni.

Ho fatto solo falesia, niente vie lunghe. E Francardo è il posto che mi è piaciuto di più.

Ebbene si, preferisco il calcare. E quello di Francardo è lavorato, a volte molto doloroso per le dita, con intrusioni che sembrano pezzi di carbone. Hai idea che a caricarli gli appoggi si rompano, e invece tengono.

E’ un sito fatto di molti piccoli settori per la maggior parte in ombra la mattina. Alcuni però immersi nella lecceta per cui buona parte della via sempre ombreggiata. I gradi mi sono sembrati giusti. Nel senso che sono quelli cui sono abituato nella mia zona. A guardarsi attorno viene da pensare che ci sia molto ancora da chiodare, ma non sono stato a verificare sul posto. La chiodatura l’ho trovata attenta e intelligente.

Caporalinu, è a poca distanza da Francardo, ma il calcare è diverso. Assomiglia a sperlonga, ma molti buchi sono svasi. A volte. Non lo sai mai prima però.

Alcune vie sono un po’ unte. Anche qui è in ombra la mattina. I gradi mi sono sembrati stranamenti dissimili fra loro, anche su vie limitrofe. Forse risente di chiodature in epoche diverse.

Cuccia è una falesia piccola, granito a tafoni e placche. E’ uno dei pochi posti che ho visto in cui i gradi sono indicati sotto le vie. Tranne due vie a sinistra che non erano su nessuna delle due guide, la mia valutazione, secondo il metro del luogo, è 5+ quella a sx e 4+ quella a dx.

Le altre come dicevo hanno il nome e il grado sotto. Ma attenzione! è sbagliato…

Io ho cercato il riscontro fra questi e quelli della guida “falaises de corse” solo per le prime 3-4 vie. Erano uguali. Quindi sulle successive ho evitato di tirare fuori la guida fidandomi di quelli scritti sotto e mal me ne è incolto. Ho beccato un 6a (scritto sotto) che nella guida è dato 6b+. Ed è 6b+ in effetti. Passaggio in strapiombo con incastro di pugno in fessura svasa (dolorosa).

La scritta appare vecchia. Mi è rimasta la curiosità: erano i vecchi gradi? ma come si poteva dare quella via 6a? oppure era uno scherzo mangia rinvii? boh. Anche la via accanto data 5c (scritta sotto) sulla guida è data 6b.

Ma allora perchè i 5+ – guida e scritte – sono coerenti?

Mistero.

Altri misteri:

Perchè in alcune falesie, (torre seneca ad esempio) la chiodatura è perfetta nella via ma rischia di farti ammazzare per la prima rinviata?

Torre Seneca (zona Cap Course) è deliziosa. Va in ombra il pomeriggio presto. E’ immersa nella lecceta. Le vie sono poche però, su scisto, e c’è un 5+ che ha un attacco di 6b. Qui però non rischi di lasciarci il rinvio: infatti il grado è prima della prima protezione.

In Restonica ad agosto scalare è difficile. Le vie sono tutte esposte a sud. L’unico settore a nord (granito giallo a spigoli, in un settore e bianco lavorato in un altro) però è sovragradato. Però le vie sono bellissime, di 30-35 metri e portarsi a casa qualche soddisfazione dopo gli schiaffi dei giorni precedenti non fa male.

La falesia di Asco è in quota. Il posto è meraviglioso. Per arrivarci bisogna intuire il sentiero. I gradi mi sono sembrati corretti. Il granito è scuro, umido. Qui ho sbagliato io. Ho letto male la guida e per scaldarmi anziché partire su un 6a sono partito su un 6c. Avendo preso schiaffi il giorno precedente non è che mi sono premurato di controllare meglio: ho semplicemente pensato che era gradata a cazzo di cane. Chiedo venia per gli accidenti che ho mandato agli estensori della guida. In effetti il 6a che poi ho fatto, dopo essere arrivato in catena del 6c snocciolando un rosario… era un 6a.

La falesia di Pont du vecchio (foret du cervello) dice che è esposta a ovest e al sole il pomeriggio. In realtà alle undici su quel granito nero ci puoi già cuocere le uova. Anche qui i gradi menano come fabbri. Pur avendo evitato le placche attentamente e cercato gli strapiombi a tafoni ho trovato schiaffi quanti ne volevo.

Per questo alla fine sono andato più al mare che altro. Mica puoi tornare dalla vacanza amareggiato e intristito.

Eccheccazzo.

Ho fatto finta di niente passando davanti a Pietralba. E ho anche evitato L’Ile Rousse. Erbalunga. E ovviamente, St. Florent. Fossi matto.

Buone vacanze, si può dire?


Fra qualche giorno sarò in ferie. Per le vacanze andrò in Corsica. Non ci sono mai stato, dicono tutti che è molto bella, che è cara e che in questo periodo c’è traffico.

Ho prenotato il traghetto i primi giorni di febbraio, con una tariffa scontatissima che se avessi avuto qualche problema avrei perso tutto. Auto e 2 persone andata/ritorno 170 euro. Poi lì, camping.

Non è una scelta di ripiego per me, andare in campeggio. Non mi piacciono molto i campeggi italiani, che sono dei mini residences stanziali di roulotte e casetta con pochi spazi e piuttosto stretti per le tende, rigide regolamentazioni e orari da caserma. Preferisco quelli francesi: ampi spazi liberi dove entri con la macchina, metti la tenda dove ti pare e qui e là hai le strutture di servizio. Beh ci sono anche campeggi francesi all’italiana e vicerversa.

Lo scorso anno in Croazia, a Plitvice, trovai un campeggio bellissimo. Ampi spazi di prati verdi tipo campi da golf, alberi per l’ombra e boschetti, ristorante, bar e market interno. servizi ampi e puliti.  Mai visto niente del genere in Italia. Era un campeggio di stato. Ah già la Croazia è un paese ex comunista. Parafrasando Churchill: la miseria era ottimamente distribuita.

Solo in Italia, da quanto ho visto, c’è la contraddizione del campeggio residenziale. Cioè piazzi la roulotte in una piazzola, e siccome hai diritto ad un tot metri coperti davanti (la logica sarebbe quella di una tenda anche chiusa) la chiudi con la mezza casetta in legno e la lasci sul posto praticamente fino al disfacimento. Capisco che convenga a tutti e non starò certo a fare il fustigatore di costumi su tale argomento. I roulottisti stanziali non sono certo degli speculatori. Il campeggio ha entrate certe tutto l’anno, che con i costi che ci sono in italia sono necessarie per sopravvivere.

Però in questo modo quello che è penalizzato è il vero campeggio. Quello per cui arrivi in un posto, piazzi la tenda (o la roulotte, o il camper) e dopo tot giorni smonti tutto e ti sposti.  I campeggi per fortuna sono obbligati per legge a riservare una quota percentuale dei loro spazi agli avventori occasionali. Se così non fosse si costituerebbero in veri e propri villaggi chiusi e non accetterebbero estranei. E i campeggi veri di fatto non esisterebbero.

Ma anche così ti riservano i posti peggiori, spesso ti fanno mettere la tenda in mezzo a delle roulotte fra gente che si conosce da decenni e che ti guarda con diffidenza, come un intruso scoperto a dormire nel loro cortile.

Perchè il campeggio libero è vietato praticamente ovunque.

Confesso che quando posso lo faccio lo stesso.  Ovviamente quando non ho alternative.  E dove è tollerato. Lascio esattamente come ho trovato, anzi spesso visto che mi ritrovo una busta di immondizia in mano porto anche via qualcosa.  Mi piacerebbe che fosse consentito fermarsi a dormire in aeree tipo quelle che allestiscono per i picnic, ma mi rendo conto che è difficile stabilire una misura. Magari qualcuno metterebbe in piedi dei veri e propri campi nomadi.

Il problema è sempre uno: siamo tanti. Laddove un comportamento appare ininfluente se tenuto da pochi aumenta il proprio impatto fino al limite dell’insostenibilità quando sono in molti ad attuarlo. E allora giustamente non può che essere vietato per tutti.

Ma c’è pur sempre una zona grigia, quella che se la monto stasera, dormo e domani mattina smonto tutto, che male faccio?

La mia etica fa a pugni con il mio buon senso. Non vorrei far parte della schiera dei furbi: è vietato ma io lo faccio. Salvo poi lamentarsi se colti in flagrante e multati. Continuo a pensare che le regole dovrebbero essere fatte e poi soprattuto fatte rispettare, sempre. E non random, una volta su mille o più, creando sperequazioni e sospetti.

Non lo so bene. Deve esserci qualcosa che non fila per il verso giusto in italia, relativamente ai campeggi, (magari fosse solo quello…) perché all’estero sono meglio. Più spaziosi, meno costosi.

Ora non vorrei stilare un manifesto dei diritti alla vacanza…. ma se posso spendere poco, lo preferisco. Anzi direi che ultimamente devo, spendere poco. E ho la sensazione di non essere fra i pochi, in Italia.

Insomma, non è che lo rivendichi come diritto, ma se ci riesco qualche giorno di vacanza, tale che magari spendo gli stessi soldi che se stessi casa, vorrei farmeli. E quindi vado in campeggio. Per fortuna che mi piace.

Vado in Corsica  soprattuto a scalare. La mia compagna anche a scalare, ma l’occhio lo butterà molto più di me anche verso le spiagge. Alla fine però non mi dispiacerà starmene sdraiato a leggere, sotto al sole o all’ombra, fra una parete di roccia e l’altra.

Mi dispiace non poter fare un salto a scalare in Valsusa.

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Chissà che sorprese troveremo fra una quindicina di giorni?

I cretinetti del PD si dicono pronti ad assumersi le loro responsabilità. Prodi gli dice; ma che siete scemi? ora che c’è da bastonare fateglielo fare a Lui… noi raccogliamo i resti del paese, dopo…

mi fa ridere quando leggo sui media “la speculazione non è soddisfatta” “la manovra non basterà ad arginare la speculazione”… eccetera

in realtà tutto ciò che non è stabile può far guadagnare chi investe, loro vivono sulle variazioni. quelli di questi giorni sono solo giochetti. la vera tempesta è ancora al largo ma è inevitabile che arrivi.

Chissà cosa pensavano quelli che stavano per andare in vacanza, nell’agosto 1938.

Ci rileggiamo.

Neuroplasticità e arrampicata


  Il cervello umano è in grado di modificare se stesso.  Il cervello adulto è flessibile. L’esperienza modifica il cervello.  Gli scenziati chiamano questa caratteristica neuroplasticità.

Gli input sensoriali creano mappe cerebrali. Queste sono in  competizione fra loro, secondo il principio o le usi o le perdi. La natura competiva della plasticità ci riguarda tutti. Nel nostro cervello i nervi combattono una guerra senza fine. Se smettiamo di esercitare le nostre facoltà mentali non le perdiamo e basta: la parte di mappa cerebrale per quelle funzioni viene affidata ad altre che invece continuiamo a svolgere. Per contro, è possibile imparare cose completamente nuove in ogni momento della nostra vita.

Quando dico “imparare” non intendo una funzione nozionistica in cui inseriamo dati nel contenitore che consideriamo sia il nostro cervello. Intendo input sensoriali, ovvero anche informazioni legate a tatto, udito, gusto, olfatto… input propriocettivi e sviluppare le qualità mentali in grado di elaborare questi dati in modo sempre più raffinato nonché integrarli.

I cervelli di ognuno di noi sono simili, a livello di mappe corticali, perché le nostre esperienze sensoriali sono sostanzialmente simili, ma diversi, anche profondamente diversi, in caso di esperienze sensoriali diverse.

In pratica il cervello non si comporta dissimilmente da un muscolo. Se lo eserciti diventa sempre più adeguato allo scopo per cui lo eserciti. Se non lo eserciti si atrofizza. Solo che il cervello è un muscolo multipotente, ovvero può assumere diverse funzionalità. Se non eserciti la tale funzionalità, quella zona viene utilizzata per altre. Non si butta niente.

Nella fattispecie dell’arrampicata, ma il discorso vale ovviamente per qualsiasi attività necessiti l’attivazione di raffinati schemi motori e programmazione spazio temporali di movimenti, è quindi possibile sviluppare aree del cervello altamente specializzate, vicine nella mappa cerebrale, in modo che i segnali non debbano percorrere lunghi percorsi nel cervello.

Infatti le disposizioni topografiche delle mappe cerebrali emergono poiché molte delle nostre attività quotidiane implicano delle sequenze ripetute secondo un ordine fisso.

Quando raccogliamo un oggetto delle dimensioni di una mela o di una palla da tennis, normalmente prima lo afferriamo con il pollice e l’indice, quindi lo avvolgiamo progressivamente con le altre dita. Dal momento in cui pollice e indice toccano l’oggetto quasi sempre insieme, inviando simultaneamente al cervello i rispettivi segnali, le mappe cerebrali del pollice e dell’indice tendono a formarsi insieme. Avvolgendo l’oggetto con le altre dita, sarà il medio a toccarlo subito dopo, così la rispettiva mappa cerebrale tenderà a formarsi accanto a quella dell’indice e un po’ più lontano da quella del pollice. Ripetendo questa sequenza  – pollice, indice, medio – migliaia di volte, la mappa del pollice si troverà accanto a quella dell’indice, che sarà a sua volta accanto a quella del medio, e così via. Molte mappe cerebrali, se non tutte, lavorano raggruppando spazialmente eventi che si verificano simultaneamente.

Ora pensate a riportare questa sequenza, derivante dal semplice prendere una mela, in quelli che sono degli schemi motori complessi, come quelli di un giocoliere, di un ginnasta, di un musicista, o di un… arrampicatore.

Quello che vi sto dicendo, è che non solo il corpo, le dita, le mani, i muscoli, i tendini devono essere costruiti, per svolgere una determinata attività, ma anche le mappe cerebrali corrispondenti.

Forse a pensarci bene non è strano. Lo abbiamo sempre saputo. Quando diciamo che il corpo impara, non sappiamo bene di cosa stiamo parlando, ma sappiamo che è vero. Ecco, vi sto dicendo quello che avviene nel nostro cervello.

In questo processo, più le mappe diventano grandi, più i singoli neuroni funzionano meglio. Man mano che un’attività motoria sviluppa un’area cerebrale, la mappa tende a crescere, ma poi i singoli neuroni della mappa diventano più efficenti e sono necessari meno neuroni per svolgere il medesimo compito.

Quando un bambino inizia ad esercitarsi al pianoforte, tende ad utilizzare tutta la parte superiore del corpo – polso, braccio, spalla – per suonare ogni singola nota. Persino i muscoli del volto si tendono in una smorfia. Attraverso l’esercizio il pianista in erba smette di utilizzare i muscoli che non servono allo scopo e ben presto impara ad usare solo il dito giusto per suonare la nota, sviluppando così un tocco più leggero. Se diventarà “bravo” saprà suonare con “grazia” e “in modo rilassato”. Il bambino non userà più moltissimi neuroni come all’inizio, ma pochi e appropriati per quel compito. Questo uso sapiente dei neuroni si verifica quando padroneggiamo una certa abilità e spiega perché lo spazio a disposizione per le mappe non si esaurisce rapidamente man mano che si esercitano nuove attività.

Con l’esercizio i singoli neuroni diventano anche più selettivi. Inoltre, diventano anche più efficenti, possono elaborare i dati più rapidamente.  Ovvero: anche la velocità del nostro pensiero è plastica.

Pensate ai micro spostamenti necessari a mantenere l’equilibrio su una placca, oppure ai molti aggiustamenti occorrenti per porre il corpo nella posizione ottimale su uno strapiombo, utilizzando la giusta quantità di forza, né troppa, né troppo poca, applicando schemi motori complessi con naturalezza e rapidamente.

Vi sto dicendo che si impara ad arrampicare arrampicando. E anche questa è più o meno la scoperta dell’acqua calda. Forse c’è differenza nel sapere tutto il meccanismo che azioniamo quando premiamo il pedale del freno della nostra auto  –  circuiti olio idraulico, sensori abs, centralina che controlla lo slittamento, pastiglie, dischi – ma in fondo quello che vogliamo sapere è solo che quando premiamo il pedale la macchina freni.  E tutto ciò a molti sembrerà poco interessante. Ma non è finita.

Gli scenziati hanno scoperto che l’attenzione è essenziale per ottenere cambiamenti neuroplastici a lungo termine. In numerosi esperimenti si è provato che i cambiamenti duraturi avvengono solo quando i soggetti sono molto concentrati. Quando svolgono i loro compiti in modo automatico, senza porvi attenzione, le mappe cerebrali si modificano ma con risultati a breve termine.

Questo concetto, riportato nell’attività che ci interessa, significa che occorre essere motivati. La motivazione ci pone in uno stato di attenzione e si liberano sostanze, dopamina e acetilcolina, che contribuiscono a consolidare i cambiamenti avvenuti nelle mappe.

Una buona motivazione che richiama attenzione può essere quella positiva, di ottenere qualcosa, un premio ad esempio, o anche quella non negativa, di non farsi male cadendo.  Ovviamente il concetto di premi è elastico. Anche far a gara con i propri amici e batterli può essere considerato un premio. Anche farsi bello agli occhi di una donna (o di un uomo), può esserlo. Anche il dover ricordare una lunga complessa sequenza, necessita attenzione (lavorare una via).
Non sto dicendo che bisogna essere competitivi. Sto dicendo che bisogna essere fortemente  concentrati in quello che stiamo facendo per ottenere dei risultati a lungo termine.  E che l’esercizio di schemi motori complessi porta alla formazione di mappe cerebrali sempre più efficenti.

L’esercizio di visualizzazione rinforza i circuiti neuronali. Immaginare di arrampicare una via, concentrati sui movimenti che facciamo, immaginare di stringere la presa, di lanciare, tenere la tacca, spingere con i piedi e con i muscoli addominali… tutto ciò rinforza le mappe cerebrali e, anche, muscoli e tendini che dovranno fisicamente compiere quei movimenti.

Studi condotti hanno dimostrato che il solo esercizio di visualizzazione, comparato con l’identico esercizio fisico, porta il primo ad un miglioramento del 22%  e il secondo del 30% (ovviamente dedicando per un tot di giorni il medesimo tempo di allenamento al giorno), quel’8% è immediatamente colmato non appena si passa dal mero esercizio di visualizzazione a quello fisico.

Il corpo fisico è una proiezione del cervello. Ogni movimento che si compie, l’intensità della forza usata, lo stesso stimolo doloroso che percepiamo è prima di tutto elaborato dal cervello.

Il cervello non è un terminale e nemmeno un centro di coordinazione degli input sensoriali provenienti dal corpo. E’ il corpo, anzi, l’immagine del corpo che abbiamo nel cervello, che è un’estensione del cervello.

Insomma, gli scenziati del cervello ci dicono che possiamo migliorare nell’arrampicata se arrampichiamo molto, attuando schemi motori complessi e migliorandone l’attuazione, restando molto concentrati su quello che facciamo, memorizzando schemi motori e visualizzandoli, immaginando di essere in grado di fare anche oltre quelli che riteniamo siano i nostri limiti.

Se arrampichiamo rilassati, pensando magari ad altro, non mettendoci nella condizione di essere concentrati e attenti su quello che stiamo facendo, possiamo dimenticarci di migliorare i nostri schemi motori – e quindi il nostro livello –  anche dopo anni e anni di pratica, anche allenando duramente i nostri muscoli e i nostri tendini.  I centri di comando e controllo della nostra attività motoria – e quindi la velocità di esecuzione, l’efficienza energetica dei nostri movimenti – non si alleneranno e quindi non miglioreremo.

Può essere una scelta, certo, ma non sorprendiamoci vedendo altri che in poco tempo diventano più bravi di noi. Non mettiamo scuse tipo predisposizione genetica o altro, rimanendo comunque dentro di noi la domanda: perché dopo anni sto sempre lì?

Perché la vostra motivazione non mette il cervello nelle condizioni di diventare il cervello di un arrampicatore forte.

citazioni tratte da Norman Doidge, in The Brain that Changes Itself

Manolo


Dopo un po’ che se ne parla mi sono preso una mezz’ora per ascoltare la sua intervista a La7.

Io non guardo la televisione, quindi la cosa mi sarebbe sfuggita se non se ne fosse parlato, su forum e facebook.  E come al solito quando si parla di Manolo  se ne è parlato schierandosi a livello quasi viscerale, quasi un tifo da stadio.

Non mi sorprende che avvenga per Manolo quello che avviene in ogni campo per tutti i grandi. Per rimanere in ambito alpinistico Messner, per esempio. Ovvero che si determini una polarizzazione, quasi siano impossibili le mezze misure. Sembra che possano esserci solo due posizioni: chi lo ama e chi lo odia.

Sto parlando del piccolo mondo dell’alpinismo e dell’arrampicata, ovviamente, perchè al grande pubblico televisivo sarà importato poco, di Manolo. Al massimo avrà recepito vagamente alcune sue parole e avrà apprezzato quello che è apparso come un sincero sforzo di mettersi a nudo, di riflettere a voce alta, di un uomo comune che ha fatto cose non comuni.

Ma appunto, nella piccola cerchia di coloro che dovrebbero sapere bene ciò di cui Manolo parla, là si verifica la polarizzazione. Da parte di chi lo ha in antipatia si esprime visceralmente una sorta di odio (poi regolarmente negato come tale: chi io? ma no a me che mi frega… è che proprio non si regge…) a contrapporsi a chiunque mostri apprezzamento, per qualche verso, anche minimo.

Tale opposizione viscerale è direttamente proporzionale al grado di frustrazione accumulato nel corso del tempo verso chiunque non ha seguito lo stesso percorso che abbiamo seguito noi, partendo da una base comune, ed è tanto più forte quanto più il percorso viene da lontano.

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I love drystone


Drystone è Pietrasecca, la parete rocciosa che sta sotto l’omonimo paesino abruzzese. Una parete di calcare … anzi :

Calcare di ambiente non dominato da produttività di alghe verdi e coralli. Grainstone di colore rosso mattone, pervaso da ossidi. Superficie di aspetto mammellonare a piccola scala, con incrostazioni e ciotoletti fosfatici, intraclasti e glaucomie con concentrazioni di piccoli echinoidi irregolari. Formatosi nel Miocene Serravalliano fra gli 11,5 e 13,5 milioni di anni fa.

Questa roccia, sarà per la presenza discreta degli echinoidi, gli arrampicatori l’hanno sempre trovata bellissima.  Io amo particolarmente i ciotoletti fosfatici, li trovo veramente accattivanti.

Fatto è che da decenni Pietrasecca è meta di arrampicatori laziali e abruzzesi. In questa falesia si sono consumate gesta epiche. Uno dei numi tutelari è senza dubbio Marco Baiocco, proprio lui… quello leggendario di blocca baiò che è sempre lo stesso delle splendide libere di “shangai” e “la morte” entrambi 8c.

Ma tanti, tutti gli arrampicatori di zona  sono passati e passano per Pietrasecca. E le vie hanno anche un certo alone di mito, che le rende qualcosa cui avvicinarsi con discrezione e rispetto.  Sono solo linee sulla roccia, segni di magnesite e qualche fix lucente… ma sono opere che a forza di guardarle e di pensarle finisci per amarle. Anche se non ci metterai mai le mani perchè troppo dure per te.

E la storia di quelle linee promana dalla roccia, scende lungo i versanti scoscesi, si spande nella valle. Allora ami il posto e lo trovi bello. Il rumore dell’autostrada diventa come il sottofondo della risacca del mare, le bottiglie rotte ciotoli colorati, i frigoriferi e televisori incastrati fra gli alberi simpatiche e originali attrattive per i nuovi, le buste della mondezza… vorrei dire giocose meduse… ma è dura.

Si perchè una volta non c’era la nettezza urbana. Ma anche i rifiuti non erano quelli di adesso. Dai paesi si buttava tutto giù nella scarpata e i maiali facevano il resto. D’altro canto la plastica mica c’era, all’inizio degli anni 60… i rifiuti erano roba organica, un po’ di carta, qualche barattolo e bottiglia…

poi è arrivata la plastica e i derivati, è arrivata anche la necessità di un servizio di raccolta dei rifiuti, ma per qualcuno le abitudini di un tempo sono rimaste…

e allora ancora oggi qualcuno dal paese di sopra butta giù busta di immondizia. Mica è tutto il paese, per carità. I Pietraseccari al 99,9% non fanno. Purtroppo basta uno o due… che tutti i giorni buttano la loro busta… e sotto è uno schifo (a parte il rischio che a volte qualcuno si è visto volare delle bottiglie vicino).

Gli arrampicatori puliscono… perlomeno molti lo fanno. Ma portarsi via materassi e reti del letto, sedie e altro non è facile. Senza contare quello che rimane appeso sui rami degli alberi a penzolare, agitato dal vento.

Eppure… l’amore per questa roccia è tale che non ci facciamo caso. Ci sono placche, tacche, svasi, fessure, buchi, reglette, canne, piatti… non c’è una via che sia brutta (oddio forse un paio…) per tutte le difficoltà.

D’altro canto… sono solo sassi … ma anche la pietra del michelangelo solo sasso e le sue opere solo pigmenti colorati… è nella nostra testa che ci vediamo altro… diamo significato a forme luci e colori. Noi arrampicatori siamo così… vestiamo linee sulla roccia che vediamo solo noi di significati e le vediamo brillare al buio. E tutto il resto a quella luce trasfigura. Così il rumore dell’autostrada è il mare…

Eldorado 2011


Per il quarto anno mi hanno ho l’onore e l’onere,  di organizzare la Festa della Primavera a Sperlonga, Eldorado.

Gli altri anni, svariate decine di arrampicatori si sono fatti portatori di cibarie e beveraggi, oltre che di attrezzature d’arrampicata, fino a Eldorado, l’ultimo nato dei settori della classica falesia di Sperlonga.

A Eldorado, in una grotta, risiede in pianta stabile la griglia per il barbecue.

Nel promo video della festa ci sono un po’ di immagini degli anni scorsi.