Un cambio di passo.


L’incapacità del m5s di elaborare una propria lista in Sardegna, dove a febbraio è stato primo partito, è qualcosa che lascia basiti. E’ l’ennesima dimostrazione dell’inconcludenza del concetto fumoso di democrazia diretta quando il gruppo in cui viene applicato supera una certa massa critica e quando c’è bisogno di decisioni rapide.

Non entro nel merito dei motivi specifici. Quali che siano ad un certo punto qualcuno doveva potersi assumere la responsabilità di una decisione e la lista del m5s doveva esserci.

Ho molta stima e fiducia nelle qualità umane di molti fra i rappresentanti eletti in parlamento e non passa giorno in cui non mi trovi a condividere le loro denunce o le loro proposte. Per come siamo stati tristemente abituati in questi ultimi decenni, riconosco l’utilità quasi rivoluzionaria della loro presenza.  Si sono impegnati duramente, hanno studiato, hanno capito i meccanismi parlamentari, sono entrati negli ingranaggi, li hanno resi trasparenti. Tutte cose necessarie e importanti e che non fanno rimpiangere di averli votati.

Ma non basta.  Perché si sta conducendo una guerra che per molti milioni di italiani è praticamente di sopravvivenza e non basta denunciare le scorrettezze del nemico, rintuzzare qualche sua manovrina di alleggerimento, tenere i propri conti in ordine., fare i rompicoglioni della casta. Non basta proclamare, anche nei fatti, la propria diversità.  Io e molti fra quelli che vi hanno votato ve ne siamo grati e riconosciamo la vostra coerenza e la vostra purezza, l’impegno e la coerenza. Ma quello che può bastare sul piano personale non basta sul piano politico.
Le persone migliori presenti nel m5s anzi scontano l’impossibilità di andare oltre il mero piano soggettivo, lasciati per così dire soli dall’assenza di un retroterra politico, cioè di un vero programma politico.

Il rifiuto della forma partito tradizionale con i nominati calati dall’alto, il rigetto della politica degli scenari di cartapesta, dei teatrini dei talkshow, ha portato come forma di reazione giustificata al suo opposto, all’uno vale uno, con un ritorno al mito della democrazia assembleare resa democrazia diretta dalle possibilità offerte dal web, teorizzando una società di connessi consapevoli in grado di decidere in tempo reale su ogni argomento.

Questa idea non ha nemmeno la bellezza dell’utopia. Perché basta per qualche istante immaginare la spaventosa complessità dei meccanismi che regolano il funzionamento di una società avanzata composta da milioni di individui in stretta relazione fra loro per rendersi conto che aldilà del bisogno umano di semplificazione c’è in realtà la necessità di sempre maggiore specializzazione settoriale e di un sistema gerarchico per governare per quanto possibile la complessità.

E’ banale, ma per la vostra salute, vi affidereste al parere di uno o più chirurghi di provata esperienza e referenziati studi o ad un sondaggio sul web? Per costruire un ponte, un’autostrada, una rete che regola il traffico, ci mettereste il più competente o il più simpatico?

Perché decidere su una legge elettorale o su altri argomenti di pari importanza deve essere diverso?  Perché si deve teorizzare che la propria proposta, quella migliore per noi, sarà quella elaborata dal web, dove il parere di qualcuno che ha dedicato decenni della propria esistenza a studiare l’argomento vale quanto quello di qualcuno che si è fatto un’idea leggendo un titolo o sulla simpatia personale per questo o quello?

Questa logica non è seria. Non è credibile. Non ha alcuna possibilità di affermazione su un elettorato che sia un poco più che sciocco.

Molti italiani hanno votato m5s pur vedendo chiaramente questo limite, sperando che venisse superato e comunque pensando che l’aspetto dirompente – l’essere contro – fosse già di per sé importante. Il voto di protesta cioè è stato privilegiato rispetto a qualsiasi altra considerazione.  Ma questo può valere per una volta. E infatti in tutte le elezioni successive il m5s non ha confermato i voti di febbraio.

Penso siano credibili i sondaggi che lo danno oggi intorno al 20-22%: con una percentuale di delusi che non si prenderebbero la briga di andare a votare, una di fedelissimi ad personam – che sia Grillo o qualche deputato che si è giustamente conquistato la stima e l’affetto anche degli elettori – e una che non avendo altre possibilità meglio loro che altri. 

Il fatto è che con queste percentuali non si fa NIENTE.

O si fa una politica per vincere e prendersi TUTTO, o si usano i propri numeri per delle mediazioni – chiamiamoli anche compromessi – per prendersi QUALCOSA. Altrimenti si fa folklore, ammuina. Si è fatalmente normalizzati come variante controllata e inoffensiva.  C’è bisogno, adesso, di un cambio di passo. Altrimenti anche le prossime europee, nonostante vengano immaginati scenari in cui i partiti antieuropeisti si affermeranno in tutta europa, saranno un flop.

Io resto sempre dell’idea che la prospettiva migliore sarebbe quella di un’evoluzione, crescita, del m5s.   Anche se non condivido molto di esso. Perché in questo momento preferisco un’allenza più ampia possibile, una sorta di comitato di liberazione nazionale, rispetto all’identificazione magari totale delle mie idee con gruppuscoli/partitini condannati ad un minoritarismo velleitario e inconcludente.

Ma se velleitaria e inconcludente è anche l’armata brancaleone della democrazia diretta, siamo alla chiodata in fronte.

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2 thoughts on “Un cambio di passo.

  1. Ti posso dare ragione al 50% perchè da quello che ho potuto capire in Sardegna si è verificato l’arrembaggio alla poltrona con 160 candidati e due liste contrapposte e dato che siamo nell’occhio del ciclone meglio passare la mano che fare delle brutte figure oppure avere magari una sfilza di Scilipoti

  2. Tutto quello che vuoi … ma… non importa il motivo. Non puoi, semplicemente NON PUOI, non essere presente a delle elezioni importanti come le regionali della sardegna.

    Cioè, il problema non è ORA, con un m5s sardo che ha problemi di personale, fra riciclati e/o persone poco affidabili, ma a monte, con una struttura, quella di movimento, che funziona fin dove si tratta genericamente di protestare contro questo o quello, ma non funziona quando si tratta di fare politica, di costruire, di condurre delle battaglie su obiettivi strategici. Cioè: un movimento funziona quando aggrega su obiettivi specifici. La battaglia è contro la costruzione di un inceneritore? contro una lottizzazione, per l’apertura di un parco pubblico? ok. la gente si aggrega su quella lotta e la porta avanti. Ma quando la battaglia politica è strutturata e ha una serie di step intermedi, quando è complessa perché è la realtà che è complessa, anche la tua struttura deve essere complessa. Te la devi dare. Altrimenti vai incontro a “sorprese” del genere, dove per non rischiare di sbagliare si è preferito sbagliare comunque, rinunciando di essere al governo, o all’opposione, della regione sardegna per ben 5 anni. Questo è sommamente ridicolo.

    I riciclati puoi aspettarteli. L’arrivismo anche. Che fai? blocchi tutto al 2012? E’ ovvio che devi fare selezione, che devi farla nel territorio. Ma questo significa essere “partito”, il che contrasta con l’idea bella a parole ma con poca attinenza ai fatti di portare i cittadini nelle istituzioni.

    Questi, purtroppo, sono anche cittadini.
    Allora che fai?

    E’ la logica che non funziona. Non rendersi conto di questo e rispondersi che era necessario per evitare in futuro problemi signifca scambiare la causa per l’effetto.

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